Via Crucis Pordenone – Aviano: i testi delle riflessioni PDF Stampa E-mail
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Giovedì 05 Agosto 2010 23:53

Pubblichiamo qui di seguito i testi delle riflessioni lette durante la 14a Via Crucis Pordenone – Base Usaf di Aviano, tenutasi lo scorso 21 marzo.

Introduzione alla Via Crucis

Per la prima volta la Via Crucis viene introdotta dalle donne: non è richiamo esteriore, segno di folklore o tentativo di rilancio, ma potrebbe essere un segnale…

 

Siamo le solite persone? Forse… Ma quando tutti insieme si è deciso di riproporre la Via Crucis con rinnovata fiducia ed energia, noi donne ancora una volta abbiamo detto “ci siamo”. Ed oggi eccoci qui ad iniziare questo cammino.

Certamente non senza difficoltà, perché nella chiesa, oltre che nella società, siamo state educate ad essere -al massimo- seconde in campo, possibilmente brave, ma niente di più, lasciate un po’ indietro, ai lati, in servizio, come il rituale ci vuole nella Via Crucis.

La donna è abituata a portare croci, la stessa donna può donare vita. Forse questo binomio, croce-vita, l’avvicina più di ogni altro a Cristo.  Per questo forse, è giusto che tocchi a noi l’invito a camminare dietro la croce, ma con fiducia ed energia, nonostante i tempi in cui viviamo.

Tempi non semplici e non facili per nessuno, tempi in cui sarebbe bene fermarci a riflettere perché il rischio di abituarci, di rassegnarci sino all’indifferenza di fronte al peggio, è reale. Noi tutti che crediamo nella pace e, nel nostro piccolo, come oggi, la testimoniamo, riflettiamo su tutte le violenze che, trovando un’ampia cassa di risonanza nei media abilmente manipolati, sopraffanno proprio i soggetti più deboli: le donne e i bambini.

Che effetto ci fanno le ricorrenti notizie di stupri e violenze varie? Solitamente se il colpevole è uno straniero, l’occasione è ghiotta per sbattere il mostro in prima pagina richiamando e sottolineando il binomio straniero/criminale, invocando ronde, vigilantes e nuove restrizioni giustificando il tutto con una garanzia di maggior sicurezza. Se invece il colpevole è un cittadino italiano c’è maggior prudenza e considerazione (“era un ragazzo così educato e di buona famiglia…”); si completa il quadro emarginando la donna, stendendo su di lei un velo di ambiguità e sospetti.

Oltre a queste situazioni, in cui è evidente che la donna è una vittima, ce ne sono altre in cui essa appare dall’altra parte della barricata. E’ quando imbraccia un’arma, uno strumento di morte e, obbedendo ad un ordine, è pronta ad usarla contro un’altra persona. Qual è la nostra reazione di fronte a un’immagine così stridente, come quella di una donna che tiene fra le braccia un’arma come fosse un neonato? Un primo pensiero, del tutto scontato, richiama il raggiungimento della parità: finalmente anche per la donna la carriera militare, come per l’uomo. Ma un’altra riflessione dovrebbe esserci più cara, a noi tutti che sogniamo e siamo qui per la pace: un’arma che uccide non dovrebbe stare in mano a nessuno, né uomo né donna. Così come un’ arma mortale non dovrebbe essere custodita nel grembo della nostra madre terra, come se fosse un bimbo nel ventre materno.

L’ultimo scandalo in ordine di tempo, in fatto di armi, è quello dell’acquisto dei cacciabombardieri da parte dell’Italia.

Un sacco di soldi buttati in una scelta folle che grida vendetta al cospetto di Dio e degli uomini.

Una scelta folle perché questi strumenti di aggressione sono destinati a seminare morte quando invece l’art. 11 della nostra Costituzione dichiara “l’Italia ripudia la guerra…”

Una scelta folle perché sbattuta in faccia anche a noi che fra poco cammineremo verso Aviano, terra già violentata dalla presenza delle atomiche….

Tutto nel silenzio imbarazzato della chiesa…  di UNA chiesa!

Che peccato! E’ proprio il caso di dirlo…

Che senso hanno le dichiarazioni in difesa della vita, del suo momento iniziale e di quello finale se poi non si difende la vita oppressa dalla guerra, dalle malattie, dalle ingiustizie, dalle vergognose scelte politiche che respingono donne, bambini, uomini alla ricerca della sopravvivenza?

Che senso ha l’ istituzione del Fondo a garanzia dei microcrediti che le banche possono concedere alle famiglie in difficoltà – la cosiddetta “Colletta della Speranza” – se poi il deposito è stato fatto presso una banca armata?

Che senso ha l’impegno per la salvaguardia del creato, espresso anche con la critica al nucleare, se poi molte diocesi hanno inserito nei loro settimanali un libretto dell’ ENEL che sponsorizza il nucleare?

Di fronte a ciò la sfida da raccogliere è  resistere e andare avanti.

Incamminiamoci a piccoli passi andando avanti insieme, non solo oggi, un pomeriggio all’anno, non solo per la Via Crucis Pordenone-Aviano.

Incamminiamoci a piccoli passi andando avanti insieme, anche nelle nostre comunità, tentando di ridare un senso alla vita, la nostra e quella degli altri, nella relazione con le persone, con tutte le persone, cominciando da quelle più in difficoltà.  E allora diamoci da fare per incontrare… conoscere… accogliere… ascoltare… scambiare… raccontare…… Il mondo che vogliamo non appartiene a violenti e potenti. Per fare pace non dobbiamo armarci, ma sradicare miseria e ingiustizie, intrecciare relazioni e azioni, tenere aperto un futuro di speranza, costruire ponti di pace, tessere tele di solidarietà.

Incamminiamoci a piccoli passi andando avanti insieme, anche nelle nostre comunità, testimoniando con coerenza e vivendo in prima persona stili di vita più equi, solidali e rispettosi del creato, sia come cittadini del mondo, sia come figli di Dio che un giorno dovranno rispondere del dono grande che hanno ricevuto: la madre terra.

Incamminiamoci a piccoli passi andando avanti insieme, anche nelle nostre comunità, cercando di conoscere e concretamente usare l’unico strumento che c’è contro il commercio delle armi: scegliere la finanza etica boicottando le cosiddette “banche armate” e decidere come le banche devono usare il nostro denaro.

Incamminiamoci a piccoli passi andando avanti insieme, con negli occhi e nel cuore l’esempio di donne e uomini che hanno tracciato la strada donando tutta la loro vita.

Ed ora, facendo nostre le parole di Don Tonino Bello: “…IN PIEDI, COSTRUTTORI DI PACE..:” invitiamo tutte e tutti dietro la croce, ancora una volta verso Aviano.


Simone di Cirene è un uomo d’Africa

Allora costrinsero un tale che passava, un certo Simone di Cirene che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e Rufo, a portare la croce. Condussero dunque Gesù al luogo del Golgota, che significa luogo del cranio.

dal Vangelo secondo Marco. 15, 21-22

Un padre gesuita, camerunese, ci può aiutare ad entrare in questo episodio del vangelo. A comprenderlo. E’ padre Engelbert Mveng. Teologo, poeta ed artista. Assassinato in circostanze “ufficialmente” misteriose nel 1995 a Yaoundé (Camerun). Una sua poesia, tratta da una raccolta di versi sulla Via Crucis[1], è ispirata a Simone di Cirene.

Un povero uomo stanco; ritorna dai campi; è un uomo d’Africa!
E dentro la sua testa, la stanchezza del giorno imbastisce un lungo ritornello,
l’oppressione del giorno pesa come un bolide sui suoi passi vacillanti,
sulle sue labbra che si agitano, sull’affanno del suo cuore che non ne può più…

Un povero uomo d’Africa…

Non è Deputato; non è Consigliere; non è un Notabile ascoltato negli ambienti tradizionali,
e i soldati, di fronte a lui, non scatteranno sull’attenti!
Né i passanti gli diranno: «buonasera, Signore!»…
È un povero uomo d’Africa, il cui passo è timido,
e che porta su di sé quasi un firmamento di mistero…

Uno di quegli uomini che nessuno capisce, che non si capiscono neppure loro,
che si portano addosso un groppo di silenzio
dove Dio canta melodie sconosciute agli altri uomini…
Ed ecco che gli mettono le mani addosso, che lo scuotono, lo trascinano,
ecco che l’obbligano a portare la Croce del Condannato…

E Gesù, in piedi, l’aspettava come un fratello…

Questo povero uomo d’Africa che non capiva troppo bene,
che era stanco e non voleva saperne della Croce di un condannato…
Gesù l’aspettava come un fratello,
e nel suo cuore tutto sanguinante di fatica e di amore,
la sua mano firmava il grande patto dell’Appello all’incrocio delle loro due vite…
All’orizzonte dello sguardo di Simone, uomo di Cirene, uomo d’Africa,

saliva l’alba della redenzione del mondo.

Mio Gesù, Tu attendi anche me:
con Simone, l’uomo di Cirene, eccomi qui»

Sono i versi di un africano. Anche Simone era africano. Di Cirene. Una città della Libia. “Uno che viene da fuori”. Non si era offerto volontario per portare il peso della croce: era stato costretto. Ha obbedito. Malvolentieri. Gli storici affermano che esisteva una sorta di diritto di coercizione da parte dei soldati a “reclutare” qualcuno per aiutare il prigioniero (debilitato dalle flagellazioni) a portare l’asse orizzontale della croce. Un povero uomo d’Africa che, come dice padre Mveng, Gesù attendeva come un fratello. Nel vangelo di Luca, l’evangelista afferma che ”gli misero addosso la croce da portare dietro a Gesù”[2]. Chi segue Gesù diventa il modello del discepolo chiamato a mettersi al suo seguito, anche nel momento doloroso ed angosciante della morte[3]. L’africano stanco e costretto diventa il vero discepolo di Gesù. Non sappiamo, nemmeno, se ha avuto pietà o compassione di Lui. Sappiamo solo che ha trascinato assieme a Lui la croce.

Questo è quanto ci propone il racconto del cireneo.

In quanti modi ci può interpellare questo brano del vangelo? Può, innanzitutto, richiamare l’esigenza di una analisi dei “punti di vista”. Mi spiego. Leggendo o riflettendo su alcune storie, in questo caso sui racconti evangelici, spesso – in modo inconscio – assumiamo il punto di vista di uno dei personaggi. Questa dinamica è stata, opportunamente, sostenuta da un articolo di Adriano Sofri a proposito della parabola del buon samaritano[4]. Egli suggeriva che – istintivamente – rispetto ai vari personaggi che si susseguono nel racconto ci sentiamo “dalla parte” del samaritano o, tutt’al più, ci raffiguriamo con coloro che hanno tirato diritto o hanno cambiato strada, anche solo per ribadire certi atteggiamenti ipocriti o pavidi che spesso possono appartenerci. Mai, o quasi mai, ci identifichiamo nel personaggio del povero viandante, picchiato, derubato e ferito, disteso, stremato e dolorante ai bordi della strada.

Anche nel racconto di Simone da Cirene il meccanismo può essere lo stesso. Leggiamo o ascoltiamo quanto narrato dai vangeli dal punto di vista di Simone con tutte le varie riflessioni possibili: Simone l’africano, quello venuto da fuori, costretto, obbediente, alla sequela di Gesù e così via. Proviamo a cambiare prospettiva. Come nella parabola del buon samaritano. Leggiamo la scena dalla parte di chi individua Simone tra la folla, dalla parte di chi gli ordina di prendere la croce, dalla parte di chi lo costringe a subire l’umiliazione, a sopportare il fardello, il peso di quella croce della quale è innocente, per quanto ne sa, come e forse più del condannato che non conosce e che gli importa poco chi sia e perché stia andando al patibolo. Guardiamolo dalla parte di coloro che lo obbligano ad una fatica immeritata o coloro che guardano mentre i soldati lo costringono. E non dicono nulla, non fanno un gesto in suo favore. Nessuno grida: “ma lui, non c’entra nulla…!”. Guardiamolo dalla parte di chi mette in atto un arbitrio e di coloro che vedono e tacciono. Come a Buchenwald, a Dachau, nelle tante piccole o grandi Auschwitz ancora disseminate per il mondo. Nei troppi luoghi nei quali, dalle parole di Primo Levi, “l’uomo è stato [ed è ancora] una cosa agli occhi dell’uomo”[5].

Come a Rosarno. Come nelle tante Rosarno sparse in Italia ed in numerosi altri paesi dove si ripete la stessa scena, gli stessi ruoli, lo stesso copione ed il medesimo finale. A Rosarno c’erano i rappresentanti del potere. Quelli che hanno indicato coloro che sarebbero diventati i “costretti”, gli “obbligati”, C’erano anche quelli che non hanno visto o non hanno voluto vedere. Un potere a volte confuso tra illegittimità e legittimità. Tra mafia o criminalità organizzata e stato. L’una sprezzante, l’altro incapace. Colpevolmente assente. Un potere infamante che ha costretto e costringe anche oggi cirenei senza nome, senza volto, senza documenti, senza permessi di soggiorno, senza casa, senza servizi igienici, senza lacrime, senza futuro, senza affetti, senza parole a portare il peso e la fatica che nessuno vuole sopportare. Pomodori d’estate, arance d’inverno. In una “transumanza” di volti ignoti, scuri, giovani, con i capelli crespi e le magliette dell’Inter.

Nemmeno la speranza di avere un nome, come Simone, padre di Alessandro e Rufo, membri, comunque, di una comunità. Poveri africani anch’essi, ma riconosciuti come persone. Rispetto alla salita sul Golgota, a Rosarno, nemmeno questo. L’anonimato delle non-persone. Non esistenti. Tranne quando le loro braccia si chinano a raccogliere i pomodori con le schiene spezzate dalle ore di lavoro. Per un lavoro bastardo. Per un lavoro di contrabbando. Per un lavoro senza dignità. Per pochi euro. Tanti quanti bastano per poter affrontare domani un’altra giornata di fatica. Schiavi. Dimenticati nelle loro baraccopoli. Ci sono tutti i personaggi a Rosarno. Il potere mafioso e quello dello stato impotente. Ci sono i “caporali”, protesi umane del potere, che obbligano, che ordinano, che picchiano se necessario, che ricattano per qualche euro. Ci sono gli spettatori che assistono, che guardano, che non hanno nulla da dire, che si voltano dall’altra parte, che non ne vogliono sapere. Purché stiano lontano. Nei loro lager sotto i ponti. Purché lascino in pace. Infastiditi solo dal dover guardare la schiavitù. Tutto purché non venga intralciato lo shopping prefestivo, le discussioni al bar, l’aperitivo prima di cena.

Tutte le scene al loro posto. Nuovo ciak, nuovo “si gira”. Finché il 7 di gennaio qualcosa, qualcuno impazzisce. Qualcuno ritiene che le non-persone possano anche non-essere. Tanto non cambia nulla. Tutto può essere. Si può fare. Si può spingere l’indifferenza e l’ipocrisia fino all’estremo della viltà e dell’assassinio. Si può decidere di sprangare di sparare i cirenei.

Chi sono i nuovi cirenei? Non sono angeli. Non lo sono proprio! E’ la schiavitù che li rende immortali. Una legge immorale e xenofoba li rende vittime sacrificali. Capri espiatori del nostro disagio e delle nostre paure. Simone non accetta l’ennesima costrizione, l’ennesimo obbligo. Reagisce. Urla la propria disperazione. La propria rabbia. In modo confuso, improprio. Purtroppo violento. La sequela, la croce diventano protesta, diventano rivendicazione dell’essere persone, di avere un nome, un volto. Una storia da raccontare. Un luogo nel quale sono nati. Una vita che vorrebbero vivere in modo diverso. Allo stato ritorna la memoria. Si ricorda che gli schiavi esistono. Ma si ostina o non voler vedere. E li caccia via.

Quando la scena si conclude, rimangono solo i perché. Tanti perché. Tante domande su Simone di Cirene. Tante domande sui martiri di Rosarno. Su coloro che obbligano. Che ordinano. Che costringono a portare la croce. Controvoglia. Perché la croce può essere portata, con dignità, con rispetto. Ognuno trova lungo la strada che sale al suo Golgota una croce da portare. Ma la croce forgiata dall’ingiustizia, dalla guerra, dalla precarietà, dalla sopraffazione, dalla ingordigia, dal profitto, va rifiutata. Obbedire a queste provocazioni significa disobbedire al proprio essere donne ed uomini. Non è sufficiente capire chi sono i cirenei, è necessario chiederci perché qualcuno può obbligare il debole a diventare un cireneo.

Rosarno è il simbolo estremo di una miseria e di una ingiustizia pervasiva. Più o meno evidente. Più o meno esplicita. Più o meno taciuta. Più o meno sopportata. Più o meno, colpevolmente, dimenticata.

“Gesù, in piedi, l’aspettava come un fratello…”. Portare la croce assieme a Gesù è liberante. Anche verso il Golgota. Anche qui ed ora. Ma cosa significa liberante? Cosa significa guardare il mondo dalla prospettiva degli ultimi, degli umili, dei sopraffatti, dei perdenti, dei tanti crocifissi? E’ in queste domande e nelle risposte che “nel proprio cuore” ognuno riesce a dare e, soprattutto, riesce anche a vivere, che quell’essere “dietro a Gesù” assume un significato ed un senso.


“Crocifiggilo!”

“Pilato, riuniti i capi dei sacerdoti, le autorità e il popolo, disse loro: “Mi avete portato quest’uomo come agitatore del popolo. Ecco, io l’ho esaminato davanti a voi, ma non ho trovato in quest’uomo nessuna delle colpe di cui lo accusate; e neanche Erode: infatti ce l’ha rimandato. Ecco, egli non ha fatto nulla che meriti la morte. Perciò, dopo averlo punito, lo rimetterò in libertà.” Ma essi si misero a gridare tutti insieme: “Togli di mezzo costui! Rimettici in libertà Barabba!” Questi era stato messo in prigione per una rivolta, scoppiata in città, e per omicidio.

Pilato parlò di nuovo, perché voleva rimettere in libertà Gesù. Ma essi urlavano: “Crocifiggilo! Crocifiggilo!” Ed egli, per la terza volta, disse loro: “Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato in lui nulla che meriti la morte. Dunque, lo punirò e lo rimetterò in libertà.” Essi però insistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso, e le loro grida crescevano. Pilato allora decise che la loro richiesta venisse eseguita. Rimise in libertà colui che era stato messo in prigione per rivolta e omicidio, e che essi richiedevano, e consegnò Gesù al loro volere.

Dal Vangelo di Luca 23, 13-25

Messi di fronte alla scelta, ‘i capi dei sacerdoti, le autorità e il popolo’ scelgono secondo i loro interessi, non secondo giustizia. E anche noi oggi accettiamo scelte ingiuste per non sacrificare i nostri interessi e per la paura che ci fa il cambiamento.

Quando, in astratto, riflettiamo sulla morale e sulla giustizia, pensiamo che siano necessari e urgenti comportamenti nuovi e diversi; ma quando la posta in gioco sono le nostre condizioni di vita, una nostra superficiale sicurezza, il nostro benessere, facciamo scelte per noi, che sono spesso scelte contro gli altri.

Per combattere il terrorismo sono state accettate scelte liberticide per noi, omicide per altri popoli. Non solo le guerre, ma anche una cultura generalizzata che vede nell’altro un nemico da escludere dalle nostre vite, dalle nostre comunità.

Non si tratta solo di scelte personali e individuali, ma anche di scelte strutturali, che generalmente diamo per scontate solo perché ci siamo cresciuti dentro.

Nel campo della produzione di armamenti e delle spese militari questi nostri comportamenti sono evidenti. Anche dopo la fine della Guerra Fredda, gli Stati hanno continuato a mantenere il cosiddetto deterrente nucleare. Ci si giustifica affermando che le armi nucleari servono solo a dissuadere, a impedire che altri attacchino. ‘I capi dei sacerdoti, le autorità e il popolo’ accettano la permanenza e anche la costruzione di nuovi strumenti di morte giustificandoli come difesa, poiché ormai sarebbe folle e impensabile utilizzarli. Le testate atomiche e i missili che le trasportano rimangono come proiezione di potenza, simboli di potere il cui scopo è dimostrare e mantenere la nostra superiorità rispetto a tutti gli altri.

La ricerca e la produzione di nuove armi, sempre più potenti, esprimono il desiderio di diventare invulnerabili. Ma si tratta di una invulnerabilità che esiste unicamente in relazione alla vulnerabilità dell’altro da noi. Il Vangelo ci parla di una condizione umana condivisa con tutti indistintamente, in cui la mia sicurezza non può essere garantita con l’insicurezza dell’altro. Dobbiamo riconoscere invece la nostra comune vulnerabilità e fragilità, cercando nella protezione reciproca la salvezza per tutti. Questa è la prospettiva e la necessità per il futuro.

L’umanità è tutta sulla stessa barca, l’unico, affaticato e piccolo pianeta Terra. Ormai è chiaro che l’interdipendenza è la fotografia della nostra realtà: le crisi finanziarie e il clima, solo per dirne due, sono lì a dimostrarcelo. Ma l’interdipendenza è anche la chiave del futuro per i popoli della terra.

Quali sono i pericoli che oggi minacciano l’umanità?

I cambiamenti climatici, la fame nel mondo, la diffusione di virus e malattie, la scarsità dell’acqua, le disparità economiche, le azioni di gruppi terroristici, la guerra per le risorse.

E gli obiettivi condivisi? Che tutti i bambini del mondo possano nascere nel posto giusto e andare a scuola, ridurre la mortalità infantile e materna, garantire i diritti delle donne, permettere la sopravvivenza delle specie animali e vegetali minacciate da uno sviluppo economico senza regole.

Di fronte a queste minacce, le spese militari e la produzione di sistemi d’arma (di cui le armi nucleari sono solo l’elemento più eclatante) non solo non garantiscono alcuna sicurezza, ma rendono più difficile e lontana la soluzione dei problemi dell’umanità, sottraendo enormi e fondamentali risorse e fomentando una corsa senza fine alle armi e all’aggressività.

Il modo per essere più sicuri è di far sentire più sicuri tutti i popoli del mondo.

La sicurezza, come la pace, è unica ed indivisibile. O saremo più sicuri tutti, o non lo sarà nessuno.

Dobbiamo ragionare in termini di sicurezza umana ed ecologica. Ormai nel mondo sono più numerosi i profughi per motivi climatici che i profughi di guerra.

In quest’ultimo periodo tante persone hanno tentato di rivendicare persino il crocifisso come strumento di identità e sicurezza, brandendolo come il simbolo di ciò che ci distingue e ci separa dall’altro. Abbiamo bisogno di recuperare velocemente il volto reale e la carne di tutti i poveri cristi.

Tra poco più di un mese si aprirà alle Nazioni Unite la Conferenza di Riesame del Trattato di Non Proliferazione. Dopo i discorsi dell’anno scorso del Presidente Obama, in cui ha condiviso con tutti la sua visione di un mondo libero da armi nucleari, il processo reale verso il disarmo nucleare sembra essersi ancora una volta inceppato. Il Sindaco di Hiroshima ha lanciato un accorato appello ai popoli del mondo, che in grande maggioranza auspicano l’eliminazione di tutte le armi nucleari. Chiede a tutte e tutti di far sentire la voce delle comunità, con a capo i Sindaci, per portare un messaggio chiaro ai Governi riuniti al Palazzo di Vetro. Questo è l’anno che segnerà la svolta, nel bene o nel male: centinaia di milioni di donne e uomini, rappresentati dai loro Enti Locali, devono far sentire la loro voce a New York. Dobbiamo anche noi farcene promotori, affinché la Conferenza di Riesame raggiunga dei risultati reali, e non convalidi ancora una volta comportamenti di attendismo diplomatici finalizzati al controllo reciproco da parte degli Stati armati. In agosto saranno passati 65 anni dagli urbicidi di Hiroshima e Nagasaki. Come ebbe a dire Martin Luther King, il tempo non si ferma per aspettare che passi la nostra ignavia.

Come il possesso degli armamenti riflette il desiderio di diventare invulnerabili grazie alla superiorità sugli altri, anche i piani di rilancio del nucleare civile esprimono principalmente l’ossessione della difesa di interessi e di privilegi materiali per pochi. I progetti del Governo italiano, vestiti di abile propaganda, rischiano di portarci a scelte scellerate, in base a cui scarichiamo sulle generazioni che verranno i pesi che già oggi noi non siamo in grado di portare.

Sta agli uomini e alle donne del pianeta rifiutare di accettare le menzogne ben congegnate che i potenti ci propongono. Il Vangelo di Luca ci racconta di come anche il popolo scelse Barabba, la soluzione che andava maggiormente nella direzione dell’interesse corporativo immediato dei suoi capi, ma che contraddiceva ogni verità di giustizia, di comune moralità umana.

I capi dei sacerdoti, le autorità’ promossero una scelta iniqua e illegale. Ebbero paura di un Gesù scomodo al loro potere. Il popolo cedette alle false promesse di una salvaguardia dei suoi interessi. Di fronte alla paura che vengano intaccati i nostri interessi, per metterci al riparo delle incognite del cambiamento pur necessario, ci adeguiamo al potere esistente. Anche noi troppo spesso scegliamo ciò che non solo è ingiusto per gli altri, ma che è anche contro noi stessi. Accettiamo di farci del male adeguandoci a scelte imposte da una propaganda di menzogna. In quanto membri della famiglia umana dobbiamo trovare il coraggio di fare le scelte che garantiscano il futuro anche della più piccola, lontana e povera delle nostre sorelle.


Riflessione conclusiva di fronte alla Base Usaf

Care amiche e cari amici, il saluto più cordiale e amichevole a tutte voi, a tutti voi, a chi pur volendo partecipare ne è stato da qualche situazione impedito; a chi si è unito a noi accompagnandoci con lo spirito e la preghiera; anche geograficamente lontano come p. Ezio Roattino sulle Ande della Colombia, nella regione del Cauca; zona oggi fortemente militarizzata, che già qualche anno fa ci aveva suggerito una riflessione pregnante  con la sua considerazione di come le armi di Aviano e quelle della Colombia siano le stesse armi accomunate dall’uso della violenza che uccide e impaurisce.

Ora non viviamo una conclusione bensì un passaggio significativo di cammino che è quello di ogni giorno fino a quando -come dicono gli Indios di America Latina- Dio ci presta la vita.

Qui davanti alla base Usaf di Aviano sembra regnare la tranquillità avvolta dal conformismo, dall’accettazione passiva della situazione. In realtà, questa struttura e la sua permanenza contiene in se stessa le sue motivazioni e le sue finalità; è parte di un progetto del mondo, ne è conferma: quella di un mondo segnato dall’ingiustizia strutturale e dalla violenza, dalle uccisioni per fame, sete, mancanza di cure (un bambino muore ogni cinque secondi) e a causa delle guerre; un mondo e una società segnata da discriminazioni nei confronti dei più fragili, deboli, esposti, marginali; da razzismo nei confronti degli immigrati; da usurpazione delle risorse, distruzione e inquinamento dell’ambiente vitale; progetti assurdi di privatizzazione a scopo di guadagno di un bene prezioso, dato a tutti e per tutti che è l’acqua.

Un progetto di società e del mondo che esige esseri umani superficiali, materialisti, senz’anima, competitivi, aggressivi consumatori. In questa società e in innumerevoli luoghi del Pianeta, persone e comunità denunciano queste situazioni, progettano alternative, le vivono con coraggio e coerenza, spesso a rischio cosciente della stessa vita. Tante, troppe sono le persone perseguitate, incarcerate e uccise; le comunità oppresse e cacciate dai territori, terrorizzate dall’uccisione dei loro familiari e amici e dalla mutilazione orribile dei loro corpi per determinare paura e desistenza dalla resistenza, dall’opposizione e dall’impegno di strade alternative.

A Gerusalemme la situazione era abbastanza tranquilla. La città brulicava di migliaia di pellegrini venuti per la festa della Pasqua. Il sommo sacerdote Caifa e l’aristocrazia sacerdotale del tempio di Gerusalemme da un po’ di tempo erano infastidite da un certo Gesù di Nazaret e dal seguito delle folle che lui suscitava; il fastidio era condiviso dai maestri della legge e dai gruppi dei farisei. Ne avevano già parlato con Pilato, il procuratore di Roma, la potenza occupante.

E’ davvero sempre inquietante questo intreccio e supporto reciproco fra potere religioso e potere politico, anche se il potere politico è quello dell’impero di occupazione. Come avviene oggi nelle alleanze del potere religioso e politico, anche se questo impoverisce, opprime, uccide.

Meglio eliminarlo, uccidere Gesù di Nazaret. La motivazione è prevalentemente religiosa, ma di fatto è subito anche politica. Ma perché questo Gesù di Nazaret è avvertito come un fastidio e come un pericolo?

Perché rivela un Dio diverso, non quello del tempio, della legge, quello che decide le separazioni e le discriminazioni; le malattie e i castighi. E’ il Dio dei poveri, degli oppressi, dei bambini, delle donne, degli ammalati nel corpo e nella psiche; il Dio dell’amore incondizionato; che insegna a perdonare; che distribuisce il pane e insegna a condividerlo fra noi. Il Dio che in Gesù esprime continuamente compassione e anche sdegno e ancora tenerezza. Un Dio che con le parole e i gesti di Gesù provoca continuamente al cambiamento interiore, del cuore e della coscienza e insieme al cambiamento delle strutture, delle istituzioni, della politica, delle leggi perché siano sempre a servizio delle persone nelle loro concrete situazioni e storie.

E’ da eliminare dunque questo Gesù di Nazaret perché il suo messaggio non si diffonda, perché il suo seguito non cresca, perché non si metta in discussione l’assetto del potere intrecciato: religioso, politico, legati anche o soprattutto dall’interesse economico e il potere militare che difende e garantisce entrambi nella loro alleanza, quando serve nella loro logica spietata di eliminazione e uccisione: “meglio che muoia uno purché tutto resti com’è”, afferma il sommo sacerdote Caifa.

Anche oggi in tante, troppe parti del mondo avviene lo stesso; l’istituzione religiosa tace e anche collabora. Anche rispetto a questa base militare, si può dire. Potere economico e politico collaborano e si sostengono; il potere religioso, anche solo con il silenzio avvalla. Lo abbiamo constatato in questi anni. Eppure il concilio Vaticano II aveva affermato che le armi atomiche, che è costretta a custodire questa porzione di Madre Terra di Aviano “sono un delitto contro Dio e contro l’umanità”.

E Gesù di Nazaret?

E’ cosciente di andare incontro alla morte violenta. Quando la situazione precipita vive il dibattito interiore, l’agonia nel Getsemani; la profonda solitudine e il senso del fallimento: è forse stato tutto inutile? E ora i poveri, gli scartati, gli afflitti, i malati a chi si rivolgeranno, chi li difenderà? E poi la paura della violenza incombente, della tortura, della uccisione. Chiede al Padre se è possibile un’altra strada e poi nell’affidamento a Lui si inoltra in questo cammino oscuro e doloroso.

Viene crocifisso appena fuori dalla città, insieme ad altri due, perché esecuzione diventi un monito per tutti.

Lo storico Giuseppe Flavio, afferma che “la croce è la morte più miserabile di tutte” e Cicerone che “è il supplizio più crudele e terribile”. Gesù muore nella solitudine totale. Dio non risponde. Il grido angosciato di dove sia, del perché di quell’abbandono non è attenuato dalle sue espressioni riportate dal Vangelo di Luca: “Nelle tue mani affido il mio spirito” e dal Vangelo di Giovanni: “Tutto è compiuto”. Gesù si abbandona in Dio in modo drammatico.

Dov’è Dio? E’ in Gesù di Nazaret; è il Dio crocifisso che muore sulla croce, vittima fra le vittime, profeta e martire seguito da donne, uomini, comunità, profeti nella storia. E l’onnipotenza di Dio? E’ proprio il suo amore e la sua incarnazione definitiva nella storia, il Dio definitivamente con noi, a condividere fino in fondo il dolore dell’umanità; impotente nel mondo rivela la forza straordinaria del suo amore, che lo fa vivere oltre la morte, compagno di viaggio di tutte le persone e le comunità che si impegnano per la giustizia e la pace. Qui con noi è presente il Gesù Crocifisso, il Gesù Vivente oltre la morte a comunicarci questa straordinaria forza  dell’amore che cambia noi stessi e ci coinvolge nella storia per cambiarla: per modificare l’ingiustizia in equità, giustizia, uguaglianza, diritti umani per tutti; per convertire la violenza in non violenza attiva; le armi in progetti di vita; le guerre in progetti di cooperazione e di pace; la xenofobia e il razzismo in accoglienza, conoscenza; reciprocità e convivenza reciproca; l’usurpazione dell’ambiente vitale in custodia e cura; la superficialità, il materialismo e il consumismo in spiritualità, interiorità, profondità dell’anima.

Qui con noi ci sono i profeti e i martiri dell’umanità: ricordiamo in particolare, per ricordarli tutti, il vescovo Romero ucciso a san Salvador il 24 marzo del 1980, trent’anni fa mentre celebrava l’Eucarestia. Aveva appena detto queste parole: “Che questo corpo immolato e questo sangue sacrificato per gli uomini ci alimenti perché noi ugualmente doniamo il nostro corpo e il nostro sangue alle sofferenze e al dolore, come Cristo; e questo per comunicare convinzioni di giustizia e di pace al nostro popolo. Uniamoci dunque intimamente con fede e speranza in questo momento di preghiera per doña Sarito e per noi stessi”. [in questo momento gli spararono].

E perché? Per la sua fede vissuta pienamente nella storia; per la sua fede nel Dio dei poveri, delle vittime, degli esclusi; per la sua fede in Gesù immerso nella storia. Diceva: “C’è un criterio per sapere la nostra vicinanza o lontananza da Dio: è la nostra vicinanza o lontananza da chi è affamato, assetato, nudo, ammalato, carcerato, straniero”.

Una vita di uomo e di vescovo donata completamente, piena di coraggio, di denuncia, di amore, di tenerezza.

Anche lui ucciso dai poteri intrecciati. “Mi uccideranno, ma risusciterò nel mio popolo”.

Romero vivo e presente in Salvador, in America Latine, nel mondo, qui fra di noi; la vita donata genera vita, speranza, disponibilità a donarsi.

Insieme a lui un altro nome, comunicatomi proprio ieri dall’amico p. Andres Tamayo espulso dall’Honduras, abbandonato dalla Chiesa, più volte bersaglio di chi voleva la sua morte.

Hanno ucciso in questi giorni uno degli uomini migliori della resistenza nonviolenta in Honduras, Francisco Castillo, che aveva ospitato p. Andrés a casa sua poco tempo fa. Il potere politico ed economico e le armi. E la Chiesa del potere tace. Certo non quella della profezia e della testimonianza. E qui con noi ci sono le vittime delle mafie ieri ricordati a Milano ieri da Libera guidata da don Luigi Ciotti.

E da ultima come luce per tutti ricordiamo, proprio riguardo all’equilibrio di tutti gli esseri viventi, con attenzione particolare all’acqua, una donna, suor Dorothy Stang, di origine statunitense, uccisa nell’Amazzonia brasiliana il 12 febbraio 2005:donna martire, luce per una nuova umanità. Questa suora dalla voce dolce, dal sorriso radioso e dalla ferma determinazione, aveva 73 anni. I sicari ingaggiati per ucciderla la incontrarono quella mattina mentre camminava tutta sola in un sentiero in mezzo alla foresta amazzonica, portando con sé un Nuovo testamento e alcuni fogli con quel progetto di sviluppo dell’armonia che lei, insieme alle consorelle e ad alcuni attivi del popolo, con tanta passione portava avanti in piena foresta.

Andava a incontrare alcune famiglie inserite in quel progetto. Aveva già ricevuto minacce di morte. Cercò di parlare con i suoi assassini, anche a leggere loro alcuni versetti del Vangelo dicendo loro che la sua arma era quel libro. Li aveva quasi dissuasi ma poi è prevalsa la logica di un po’ di denaro: per 18 euro. Subito dopo si scatenò una forte pioggia tropicale e il suo sangue bagnò quel terreno che essa aveva tanto amato e difeso. Rimase lì fino a sera stesa sulla terra in attesa dei tutori della legge e attorno a lei piangeva e pregava mano nella mano il popolo della zona, insieme alle consorelle.

Felicio Pontes junior, giovane procuratore della repubblica e compagno di suor Dorothy nelle lotte per i popoli della foresta, disse che quel giorno l’Amazzonia perdette una lottatrice e acquistò un angelo. Durante l’Eucarestia di saluto una delle sue consorelle disse di fronte al Ministro dell’Ambiente brasiliano, ai vescovi, al popolo che amava quella piccola e coraggiosa suora: “Noi non seppelliamo, ma piantiamo suor Dorothy”. I semi di queste donne, di questi uomini, di queste comunità che hanno dato la vita per la giustizia, la pace, la salvaguardia dell’ambiente possano far rinascere, sviluppare, alimentare in noi sensibilità, disponibilità, impegno, coerenza, fedeltà e perseveranza. Il nostro cammino continua.

Ultimo aggiornamento Giovedì 05 Agosto 2010 23:54
 

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