La strada per Masisi e quelle intorno sono assai brutte. Un buon autista risulta essenziale e il nostro mostrerà subito d'esserlo. Ma solo più avanti ci renderemo conto che Augustin è più che un ottimo chauffeur: è un esperto dei luoghi, un abile mediatore, instancabile, saggio e sempre informato... quasi un incrocio fra Schumacher e Budda. La sua presenza è stata fondamentale in un luogo così difficile.
Altrettanto importante, è ovvio, la sistemazione in parrocchia. Qui eravamo più tranquilli che tutto avrebbe funzionato (è il famoso "effetto Lisa") ma Jacques e Jean Fidel vanno oltre ogni aspettativa. Che importa se l'acqua è fredda o il cesso improbabile, se la sera siamo al buio pesto e il caffè è una vera ciufega: i nostri due preti sono saggi e s-empatici (un misto di simpatici ed empatici), ci aiuteranno in ogni modo. Il cuoco ci "stracuocerà" spaghetti al pomodoro (ma dove li ha trovati?) e pizza (una torta con pomodoro, ma apprezziamo lo sforzo). Donata si abbuffa di bugali ya ndizi (polenta di banane) e disserta, con Daniele, di commercio equo, boicottaggi Nestlè. Daniele racconta barzellette...
Se la strada per arrivare a Masisi (siamo a 1800 metri di altezza, per chi non lo sapesse) è faticosa, tendente allo sfiancante, il paesaggio è stupendo: gli occhi godrebbero in continuazione di luoghi e persone (mediamente i/le congolesi sono piuttosto belli/e) se le devastazioni, case bruciate e uomini in armi, non ci ricordassero che qui la popolazione è stata decimata, che molti profughi ancora non si fidano a tornare. Gli uni e gli altri (come definirli? I filo rwandesi e i patrioti congolesi sembrano stereotipi) hanno commesso stragi. Riconciliarsi sembra difficile, dimenticare sarebbe ingiusto. Eppure quando la parrocchia riaprì le sue scuole ci fu chi diede per scontato che le classi sarebbero state divise "per etnie".Invece... «non se ne parla proprio» risposero i preti: «l'unica strada è convivere, pian piano il rimescolamento etnico andrà avanti. Ovviamente tutto dipende dalla pace».
Masisi non è solo bella - con un'aria vagamente svizzera per via delle mucche brunalpine e di certi chalet - ma è anche ricca: terreni rigogliosi e ben coltivati e in molti punti le case sono assai più che dignitose. «La natura è bella, gli esseri umani non sempre» commentava padre Jacques una sera. Ma anche qui la relativa ricchezza (sulla quale si è scaraventato il peso catastrofico della guerra) purtroppo appare mal distribuita. Ne sono la dimostrazione i tanti bambini con i capelli rossicci - segno della denutrizione - o le donne che possono dare ben poco latte ai neonati. Molte le persone che hanno addosso tutte le stimmate della miseria. Eppure anche fra i più poveri ci pare che tanti (non si può dire tutti) cerchino di rispettare una dignità esteriore che non sembra solo un fatto estetico (o magari "civetteria femminile") ma il simbolo di una speranza che resiste. Ma la realtà quotidiana dev'essere ben pesante. «Quando la povertà bussa, l'amore scappa dalla finestra» è la frase-disegno di uno studente appesa al muro della scuola media dove abbiamo passato la luuuuuuuuuuuuuunga notte dello spoglio.
Comunque nessuno racconti che i congolesi sono pigri: al lavoro nei campi con machete e zappetta o in movimento per strada con carichi enormi (quasi sovrumani) sulle teste o rette sulla schiena da fasce che partono dalla fronte, con il carbone stivato su scassate biciclette o su quelle specie di grossi monopattini dal manubrio "a corna". La fatica è tanta ma è innegabile che per donne e bambini non ci sia riposo mentre non pochi uomini si possono permettere di oziare. Certo è anche il frutto della "cultura" locale.
Ci presentiamo "a sorpresa" all'amministratore del territorio di Masisi. Ho imparato anni fa che "gli amici non si invitano mai, sanno di poter venire quando vogliono" e ancora che l'ospite è sacro.
Il capo è "in libertà", stravaccato sul divano di casa sua. Ci accoglie con scarso interesse, neppure si ricompone, fino alla fine, quando, dopo averci chiesto di spedirgli computer portatili e vestiti di sartoria italiana (sembra tanto apprezzata ovunque...) ci offre vino greco. Solo dopo averci incontrato, graditi ospiti (?), ad un breefing ad alto livello con la MONUC (ma questa è un'altra storia) ci farà visita in parrocchia e ci accoglierà dignitosamente nel suo ufficio, spingendosi a dirci che aveva pure ordinato regali artigianali per noi, che non riceveremo perché abbandoneremo Masisi con un giorno di anticipo.
Daniele non parla inglese (conosce poche parole in quest'idioma e "go home yankee" per fortuna non gli sembra appropriato alle circostanze), Donata lo balbetta.
La nostra relazione con la MONUC ha inizio condizionata dai racconti fortemente critici degli amici di Bukavu. A Goma l'accoglienza è formale e peraltro accurata.
Partecipiamo ad un incontro ad hoc di circa due ore, con molti interlocutori militari e civili. Rispondono chiaramente ad ogni nostra domanda, compresa l'impertinente: "ma sapete dov'è Nkunda?" La risposta sarà: "lo sappiamo".
Ligi agli ordini di Lisa ci fermiamo nel campo di Sake a segnalare la nostra presenza. In mezzo al nulla tende con giardinetto, fiori, verdura, e il primo incontro, cordiale e formale, con il the indiano.
La relazione evolve positivamente arrivati a Masisi. Il campo ha ancora aiuole fiorite e tucul sotto i quali ci troviamo, quasi ogni giorno, graditi (sembra...) ospiti a scroccare the di diverse qualità. Il campo è gestito da ufficiali indiani (4) e soldati gurka (circa 100). Pole Pole ci accorgiamo che:
Scopriamo anche (da fonte inaspettata e certa) che il "gran capo" (siamo restii ad usare terminologia militare) ha avuto in passato diversi problemi, interventista in aiuto della popolazione in caso di necessità.
Subito prima di lasciare Masisi assistiamo all'installazione di prese elettriche nel villaggio dal campo MONUC "perché la popolazione possa gestire in autonomia la ricarica dei cellulari, servizio che ci viene continuamente richiesto dal villaggio".
Siamo inseguiti dal chai: durante la lunga notte dello spoglio un'azione improvvisa dal campo, che si trova a qualche centinaio di metri di distanza; vengono ad offrirci chai caldo con latte e biscotti inglesi!!
Dopo attimi di fastidio imbarazzante scopriamo, piacevolmente stupiti, che il trattamento non è riservato ai wazungu (bianchi) ospiti (come temevamo) ma a tutto il Centro di Voto, poliziotti intirizziti dal freddo compresi. Quasi a malincuore ci tocca di modificare il nostro giudizio nei confronti almeno del campo di Masisi; le stesse impressioni positive ci vengono confermate anche dalle coppie di Rutshuru e Ndjamilima. Evidentemente nelle zone più instabili militarmente la loro presenza è effettivamente rassicurante. Ma solo i "nostri" ci hanno invitato a pranzo... e il menù indiano meriterebbe due pagine di descrizione (la sezione gossip non fa parte di questa relazione).
Di ritorno a Goma, l'incontro formale gruppo NK-MONUC è meno freddo. Il "gran capo" Fritz (si chiama davvero così) si spinge (attacco di sincerità od opportunismo?) fino a dirci che è stato piacevolmente sorpreso dall'evolversi relativamente pacifico e positivo delle elezioni. Dice che mai gli era capitato in altri paesi in situazione post-conflittuale. Ammette di aver sottovalutato l'impegno e la capacità dei congolesi. "Confessa" (ma Daniele aveva già riflettuto sul tema) che potrebbero arrestare Nkunda ma che il problema è politico, non militare, e che spetterà al nuovo governo congolese decidere il da farsi...
Ci lascia perplessi, Nkunda ha sulle spalle un mandato di arresto internazionale per crimini di guerra.
L'evento richiede un paragrafo a parte. Ci apprestiamo a raggiungere a piedi un Centro di Voto, a metà strada c'è un campo di calcio dove abitualmente i ragazzi giocano a pallone. E' sabato mattina, grande silenzio rispettato, e vigilia del voto.
Incontriamo una pattuglia MONUC spiegata a fucile spianato intorno al campo di calcio. Il "gran capo" indiano ci viene incontro e ci invita/obbliga, con il suo welcome sorridente, a presenziare ad una scena da film (ci ricorda Mash), un incontro al vertice che si rivelerà interessante per il nostro lavoro di osservatori.
Immaginate un pianoro, campo di calcio, a metà di un dolce declivio, circondato da gurka in assetto di guerra e immancabile casco blu. Sugli "spalti", il declivio, praticamente tutto il villaggio, in un angolo tavolino con vassoi e gurka indaffarati, in quello adiacente sedie in circolo. Ci spiegano che aspettano il "gran gran capo" che arriva da Goma in elicottero. Eccolo. Rimpiangiamo di non aver la macchina fotografica (la Doni si darà della tonta centinaia di volte in quei giorni...). Dopo le formali e gentili presentazioni tra i presenti, mentre si discute di problemi nella distribuzione dei kit, mancanza di mezzi di comunicazione, ingerenze delle diverse milizie sul territorio, i "camerieri gurka" ci portano deliziosi pasticcini, caffè meno delizioso, Fanta, l'immancabile chai. Un misto tra Mash e La mia Africa. Alla fine, dopo la partenza del "gran gran capo", i bimbi circondano i gurka alla ricerca di improbabili avanzi.
Che poi c'era ma la parabolica in parrocchia è rotta, come i pannelli solari per l'acqua calda. Comunque anche l'elettricità c'è solo per due ore.
I rumori sono i pettegolezzi, ma prima di esplicitarli necessita una legenda (secondo ciò che abbiam letto e compreso):
I rumori sono tanti, alcuni accreditati da fonti autorevoli, altri misteriosi:
Ci raccontano in diversi che Nkunda ha intenzione di attaccare Sake il venerdì prima delle elezioni. Isolerebbe il Masisi da Goma. Non succederà nulla.
Ci avvertono di spostamenti do truppe di Nkunda sulle montagne intorno a noi. Comunque non succederà nulla.
Qualcuno ode spari in lontananza la notte del sabato. Notizia non verificata.
Sembra sia stato ammazzato un commerciante hutu nel villaggio di Luke, e che gli interamwe si siano vendicati. Notizia non confermata.
Rumori forti e chiari (confermati ufficialmente da MONUC/CEI/entrambi):
negli stadi delle città dell'Est del Paese, durante i comizi di Bemba, la gente lo interrompe gridando "man-gia-ci"! Bemba lascia le città scornato.
Nel villaggio di Katai ci sono 4 Centri di Voto ma lo Chef de Collectivitè, che ha conservato finora i kit di ogni bureau, non permette che i 2 kit per i centri più lontani raggiungano la loro destinazione. Sembra voglia bloccare il voto in quei Centri. Problema militare e politico riportato anche a MONUC. Non ne conosciamo l'esito.
A Kinjiana il sabato mattina i kit non sono ancora arrivati. La CEI chiede aiuto a MONUC, la risposta è che il mandato è di portare il materiale fino al Bureau di Relais, la distribuzione successiva essendo a carico di CEI.
Sempre a Kenjiana (nel distretto di Niabiondo, 20 km da Masisi) la società civile denuncia che alcuni gruppi di poliziotti obbediscono alle milizie ribelli e rallentano la distribuzione dei kit. Il "gran gran capo" MONUC richiama tutti all'importanza delle elezioni rispetto alle beghe locali.
Ultimi 2 problemi: la polizia ha solo 8 radio ricetrasmittenti ed i Centri di Voto son più di 50; mancano anche alcuni satellitari previsti per i Chef di Centro di Voto più lontani, il che rallenterà la trasmissione dei risultati elettorali. Alcuni Centri di Voto distano ore a piedi dalla strada carrozzabile più vicina.
C'è grande attesa, anche a Masisi, per il 30 luglio. Nelle nostre ricognizioni è palpabile che la voglia di votare coinvolga tante e tanti. Ci capiterà di vedere, nei luoghi più improbabili, le baracchine elettorali con relativi stendardi. Certo, con un po' di malizia, qualcuno potrebbe obiettare che persino qui (come a Bukavu, a Goma o come nell'Europa lontana anni-luce) la propaganda più ossessiva non riguarda la politica ma lo scontro fra i gestori telefonici. Ma in Congo i cellulari sono una necessità - è ovvio, per chi se li può permettere - non un mania/patologia come nell'Occidente dove si parla tanto e si comunica quasi nulla.
Durante il nostro giro di perlustrazione abbiamo previsto una tappa all'ospedale e pure qui ci assale il desiderio dei congolesi di non mancare l'appuntamento storico: dai guardiani al cancello (senza divisa né paga, siamo nel regno dell'economia informale) sino al direttore amministrativo, tutti ci chiedono di far qualcosa perché i malati abbiano la possibilità di votare. Con la nostra tipica neutralità - che fatica alle volte - rispondiamo che possiamo solo riferire alla CEI locale. Lo faremo e il presidente ci risponderà che lo sapevano già e stanno cercando una soluzione. Che però non troveranno, mancato per un soffio l'ulteriore "miracolino" del seggio volante dentro al "miracolone" di una storica domenica. Storica per Masisi, per il Congo, per l'Africa, per il mondo. Checché ne dicano i superficiali, distratti, disinformati - al solito - giornalisti europei.
Tutti uniti per il voto e per la pace? A rompere questo quadro un po' troppo idilliaco il presidente della CEI locale. Ci mostra la lettera che ha inviato a Kinshasa raccontando delle ripetute minacce di morte e chiedendo di essere rimpiazzato o spostato. La sostituzione gli viene accordata in teoria ma in pratica non si farà. Con un certo humor (o è fatalismo?) il presidente si consola osservando che le pallottole lo hanno già mancato più volte e questo gli garantisce una certa aura di invulnerabilità stregonesca che potrebbe scoraggiare ulteriori attentati.
Nella parrocchia che ci ospita assistiamo ad una Messa mattutina e l'occhio cade su una grande scritta: «wote wa we moja» che in swahili significa «che tutti siano uno». E' una frase del Vangelo (ci dicono in Giovanni,17) ma sembrerebbe anche la soluzione politica. Superare la logica delle etnie significa togliere benzina alla guerra, eliminare il pretesto con cui sanguinosamente hanno giocato i signori locali della guerra e i loro burattinai che, è ben noto (almeno Daniele e Donata lo sperano), non abitano in Africa.
I Centri di Voto che visitiamo sono ospitati in edifici scolastici dignitosi. Svolgiamo un primo giro di ricognizione, giovedì, e ci presentiamo ad ogni Chef di Centro di Voto che incontriamo (non riusciremo a trovare lo chef del Liceo Kilimani, nonostante tre tentativi in diversi giorni). Sono tutti sorridenti e gentili. Ci presentiamo ai membri dei Bureau di Voto, tutti presenti per le ultime simulazioni del lavoro che svolgeranno. Tutti a scuola di educazione civica, anche noi, che riflettiamo sul senso profondo delle elezioni e riscopriamo la solennità del momento del voto (stendendo un lenzuolo pietoso sull'Italia, anche quando ci esortano a raccontare delle elezioni da noi)
Abbiamo ispezionato i luoghi, preparato con cura l'itinerario e dunque «pole pole» (tipica frase swahili: piano piano) ci avviamo al gran giorno.
«Volete vedere la prigione e il centro di rieducazione dei bambini-soldato?» ci chiede sabato Padre Jacques. «Certo» rispondiamo. Si va a piedi - «mbio mbio» ovvero «di fretta» - e sarà uno strano salto nell'universo alieno della porta accanto.
Incontriamo una donna che porta con sé il bimbo avvolto in un pesante fagotto. Strano, infatti l'esperienza di Padre Jacques lo induce a chiedere cos'abbia il bambino. «Malaria» spiega la madre che domanda «potete aiutarmi?». Daniele e Donata si guardano affranti. «Purtroppo no» è la sconsolata risposta. Se invece avessimo portato con noi un po' di clorochina quel bimbo si sarebbe probabilmente salvato.
Con pensieri tristi ad accompagnarci, si riprende il cammino. E poco dopo un altro incontro imprevisto con due uomini, visibilmente ebbri, che raccontano a Padre Jacques di avere appena compiuto un'opera buona. Nella foresta hanno incontrato una rwandese, in fuga da tutti e tutto, l'hanno accompagnata alla MONUC che la rimpatrierà ed ha premiato i due uomini con una bella mancia. Come l'abbiano spesa è evidente dal loro barcollare: se fossimo telepatici forse nella testa di Padre Jacques leggeremmo che davvero le vie del Signore sono infinite e non sempre analcoliche.
Eccoci alla prigione. Come tutte le galere (e i cessi) del mondo anche quelle congolesi sono istoriate di graffiti. In francese, in swahili e (sorpresa-sorpresissima) in latino. Anche se un paio di lettere sono scolorite si legge bene «Cogito ergo sum» e accanto un meno chiaro «Festina lenta» che più tardi Eugenio ci ricorderà significare «affrettarsi ma lentamente» («insomma pole-mbio» ove dovessimo tradurlo in swahili). Dentro il carcere qualcosa di ancor più sorprendente. C'è un solo detenuto che - fuori dalla cella e senza ceppi - sta pranzando con l'unico secondino e con un poliziotto di passaggio. E' proprio la guardia ad aver chiesto alla moglie (che è lì, in un angolo) di preparare il cibo anche per il recluso: qui davvero si divide tutto, per poco che sia. Padiri (cioè Padre in swahili) Jacques chiede al detenuto perché sia lì. Siamo in una prigione "leggera" - cioè per piccoli reati- e lui è l'unico a non aver avuto il permesso di uscire per il voto. Ci mostra due dita del piede bruciate e racconta una lunga storia. Accusato di aver rubato un maiale ai vicini ma poi assolto in tribunale, l'uomo litiga di nuovo con loro. Così i vicini cercano di incastrarlo come responsabile di un incendio costruito ad arte. «Sono stato picchiato con tutta la mi famiglia e mi hanno bruciacchiato qua e là per farmi apparire colpevole». Confida che il tribunale lo assolverà di nuovo.
Riprendiamo a camminare e dopo un po' eccoci alla fattoria che ospita bambini ex soldati in rieducazione; ve ne sono 11con tre educatori e una psicologa. E' un progetto della Caritas locale (co-finanziato da quella tedesca) che ne ha già "recuperato" centinaia: vengono assistiti psicologicamente, imparano un lavoro e tra qualche mese torneranno alle loro famiglie (se le hanno e se li "accetteranno") o saranno inseriti in qualche comunità.
Prima di star qui, fra campi, conigli, maiali e scuola, i ragazzi erano stati "arruolati" in milizie più o meno irregolari. Alcuni hanno disertato, altri sono stati cercati da ragazzi e formatori, altri ancora erano in arresto e hanno accettato di venire in questo progetto.
Raccontano. Soldati da quando avevano 10-11 anni, ma anche 5 o 6, con un'unica differenza: chi non aveva la forza per imbracciare l'arma finiva nei servizi ausiliari, gli altri hanno sparato, ucciso. Due ragazzi dicono di avere rubato, assassinato, violentato donne e un altro: «Anche se ero stato drogato ho commesso tali crimini che forse neppure Dio potrà perdonarmi».
Ascoltarli è doloroso, di certo per loro parlarne lo è di più. Ci pare che almeno due degli 11 siano poco "presenti" con la testa ma restano le impressioni superficiali di una mezz'ora... Né avrebbe gran senso costringere ognuno a raccontare.
E' quasi buio e dobbiamo andar via. Ci mancano le parole giuste ma Donata conosce una coinvolgente canzoncina in swahili e li salutiamo così.
Si vota. Sveglia alle 5, alle 5,30 già siamo al primo Bureau, quello in cui osserveremo l'apertura del seggio. Al buio (la luce spunterà alle 6...) il personale del seggio firma il giuramento scritto di lealtà e correttezza. Fervono i preparativi, fuori la folla comincia a prender ordine in file regolari. Il presidente (a causa della nostra presenza? ma parla swahili, ovviamente) esce e riassume alla gente la procedura del voto. Si comincia. Votano prima i membri del Bureau. Poi la gente, ordinata.
Abbiamo deciso di spingerci fino a 20 km da Masisi, nella zona di Niabiondo, teatro in passato di stragi, invisibilmente circondata (rumori...) da milizie hutu e di Nkunda. Qui ci seguirà, presenza discreta a distanza, una patrulla (pattuglia) della MONUC. Ogni volta la stessa scena, gente assiepata che attende paziente, tutti che ci fissano mentre ci facciamo strada e raggiungiamo la porta del bureau, molti sorridono, la police fuori da ogni seggio ci saluta calorosa, grandi sorrisi nei seggi, saluti a tutti, i temoin (sempre presenti) che vogliono sapere di noi (e noi di loro).
Sempre, all'uscita, la difficoltà nel compilare la fiche dell'osservazione, circondati da grandi e piccini, appoggiati sul cofano della macchina o barricati all'interno (ma certo con l'auto ferma, non riusciremmo a scrivere tra una buca e l'altra a mezzo in movimento). La privacy, questa sconosciuta...
In alcuni bureau notiamo cose interessanti.
A Kinanga (come si scrive?) ad attendere in fila un gruppo (distinto dagli altri) di pigmei bambuti. Lo chef del Centro di voto ci spiega che li sta aiutando a trovare per ciascuno la fila giusta per accedere al seggio a cui sono assegnati, ognuno di loro mostra con fierezza il certificato elettorale ma non sanno leggere.... Un senso di incredulità e gioia per la presenza di questi solitamente discriminati dalla gente...
Sorvoliamo sulla graziosa fanciulla con le trecce e il cappellino di paglia di Firenze a Mbizi per segnalare che in questo bureau assistiamo all'unica scorrettezza che ci potrebbe sembrare "frode": un temoin accompagna in mezz'ora almeno tre persone anziane a votare, sempre lui. Non ci piace il suo atteggiamento e ne prendiamo nota.
In almeno un paio di bureau la correttezza regna sovrana su tutti gli aspetti, in altri rileviamo piccole scorrettezze che vanno contestualizzate e che non ci sembrano frodi ma scarsa conoscenza delle procedure di voto da parte degli elettori (più raramente da parte del personale del seggio), che non invalidano segretezza e libertà di voto. Quasi tutti i presidenti lamentano le difficoltà per gli analfabeti, che a volte escono dalla cabina elettorale di cartone con la scheda votata ben aperta oppure piegata con il voto ben evidente all'esterno. Alcuni rischiano di deporre la scheda presidenziale nell'urna legislativa o viceversa ma qualcuno li ferma sempre tempestivamente. Vecchiette tremanti sono accompagnate da ragazzi (i nipotini che sanno leggere e scrivere?). A Lushebere un giovane aiuta a votare un intero gruppo di persone e poi parte con esse (la famiglia si fa aiutare dal figlio studente?). In un paio di posti il segretario o il presidente sembrano consigliare la gente su cosa votare, ma non possiamo denunciare mala fede e comunque non ci sono estremi per dichiarare intimidazioni o obblighi di voto. In diversi bureau i temoin aiutano a dirigere il traffico dei votanti da una cabina ad un'urna e viceversa, ma con attenzione e correttezza, per snellire le operazioni di voto, senza entrare con loro in cabina.
In un solo caso osserviamo un uomo che vuole votare anche con il certificato della moglie, e che è respinto dagli assessori, che l'accompagnano con fermezza alla porta. Alcune coppie invece votano insieme nella stessa cabina.
Molte cabine sono vicino alle finestre aperte, ma per facilitare la lettura con la luce, nessuno spia dalle finestre.
La police non entra nel bureau. Sappiamo che i militari hanno avuto l'ordine di rimanere confinati nelle caserme (non hanno diritto di voto), ma incontriamo alcuni non brassè in giro per il paese, ovviamente superarmati come sempre. Non sembrano infastidire nessuno. L'affluenza alle urne è altissima, oltre l'80%. In ogni seggio temono di non riuscire a far votare tutti e così alle 16.30 molti seggi potrebbero chiudere, non c'è più gente in fila ed ha votato la quasi totalità degli aventi diritto.
Alle 17.10 si chiude il Bureau che abbiamo scelto per seguire le operazioni di spoglio, scuola Imara, in centro al villaggio. Una donna-mamma di un bimbo piccolo e bello, è presidente. Cominciano i preparativi per lo spoglio. Si procede celermente (c'è ancora luce fino alle 18,15) e si contano schede e votanti registrati. Quasi incredibilmente tutto coincide. L'assessore "spoglia" le schede presidenziali con una meticolosità e ripetitività corretta di movimento quasi parossistica, per 495 volte!!! Anche questa volta i conti tornano, ma intanto le tenebre invadono l'aula e si accende la luce data in dotazione con il kit elettorale. Donata presterà anche la nostra torcia, per permettere e snellire le operazioni di verbalizzazione su un banco, intanto che si continua con lo spoglio delle schede legislative. Il clima è solenne e disteso, qualcuno comincia a cedere al sonno, il solito assessore procede con il solito movimento parossistico, intervallato da consultazioni con gli altri quando non si trova traccia di un voto oppure ci sono più tracce. Assistiamo stupiti (sappiamo bene che in Italia sarebbe scandalo, ma qui ci sembra volontà di rispetto della libertà ed intenzione del voto di tutti) a scambi di opinioni sui segni, quando l'impronta lasciata sulla scheda, subito ripiegata, si riproduce su altre zone della scheda stessa. Le schede non vengono annullate, ci si accorda sulla prevalenza, all'unanimità con tutti i presenti, compresi i temoin dei partiti non votati o votati per sbaglio!!!! Si accetta anche una scheda votata con una firma, tra le risate di tutti. Donata si abbiocca e poi si riprende. Questa volta i conti non tornano al primo colpo, si riprendono i controlli, la MONUC provvidenziale ci costringe ad una pausa-the, prima del controllo con accordo finale, con l'ausilio di alcuni temoin (per par condicio con la fanciulla con le treccine e il cappellino, sorvoliamo sul più affascinante temoin mai visto) più precisi del segretario del seggio. Siamo rimasti solo noi, i due wazungu che tutti pensano un poco matti, rimasti fino alle 2,30, ed i membri del Centro di Voto. Si crea un clima di grande collaborazione anche tra i bureau, Donata e Daniele escono nelle tenebre, a turno, a fumare (Daniele) e tessere relazioni (chi se non Donata?) con gli agenti di polizia gelati dal freddo e con gli altri membri dei bureau che escono a risvegliarsi dal torpore.
Finito lo spoglio la presidente dichiara la propria stanchezza e, d'accordo con gli altri, chiude il seggio. Sono le 2,30, si riprende con la verbalizzazione alle 6 del mattino.
Il temoin affascinante abita vicino, va a casa e porta materassi e coperte per i membri del bureau, che decidono di dormire in aula.
Abbiamo trascorso 21 ore ininterrotte di emozione.
Al mattino alle 6 siamo sul posto, si riprendono con meticolosità le attività...
Molleremo tutto alle 12,15, ancora lontani dall'aver preparato il plico. Scopriamo che il "nostro" Centro di Voto è anche il Bureau de relais, ma ancora non arrivano plichi da nessuno.....
Salutiamo tutti, non senza commozione, e torniamo verso Goma.
Sulla via del ritorno mille chiacchiere con il magico Augustin, che passa senza fermarsi posti di blocco dei militari di Nkunda.... E ricordi. Uno tra tutti, un personaggio della CEI che ci è stato assai utile per lo studio della piantina dei BV da visitare e che ci dice "perché vi presentate come membri di una piccola associazione? Anche se siete in pochi non siete piccoli, l'associazione non è piccola... andate a due a due come gli apostoli, per portare parole e testimonianze di pace, per costruire la pace, che è un grande lavoro... Per favore, presentatevi come una grande associazione che lavora per la pace".
Mamma mia.