L'Organizzazione Mondiale del Commercio

L'Organizzazione Mondiale del Commercio (World Trade Organization, WTO) è certamente una delle più importanti istituzioni internazionali e si pone come organismo di "governo" del commercio mondiale.
Il WTO ha preso il posto del GATT all'inizio del 1995. La sua nascita è sancita dal "Final Act" dell'Uruguay Round firmato nell'aprile 1994 al meeting ministeriale di Marrakesh.
Il WTO si fonda su diversi accordi (agreements) negoziati e firmati dalla maggior parte delle nazioni del mondo; ha potere legislativo, esecutivo e giudiziario e i membri che non si adeguano alle regole stabilite nei vari accordi possono essere costretti a farlo dalle sanzioni commerciali stabilite da un tribunale ad hoc.
Guidata dalla logica del "mercato", la politica del WTO è stata sinora stabilita dai paesi più potenti e dalle loro influenti società transnazionali. Il risultato è che le preoccupazioni legate all'ambiente, alla cultura, ai diritti umani, alla qualità della vita sono state messe da parte mentre la globalizzazione ha proseguito la sua marcia.
Anche se ufficialmente nato il 1 gennaio 1995, le radici del WTO risalgono al 1948, all'ormai famosissimo GATT.
Riguardo a questa sigla è bene chiarire che indica due cose:

1. un accordo internazionale sulle tariffe e il commercio (General Agreement on Tariffs and Trade) e
2. una organizzazione internazionale creata successivamente per gestire e sviluppare questo accordo.

Negli anni questo accordo è cresciuto attraverso vari negoziati, indicati col termine di "round".
L'ultimo e il più importante è stato l'Uruguay Round, dal 1986 al 1994, terminato proprio con la creazione del WTO.

Sede: Ginevra
Data di nascita: 1 gennaio 1995
Creato da: Uruguay Round (1986- 94)
Membri: 149 Stati (al 11 novembre 2005)
Budget: 127 milioni di franchi svizzeri per il 2000
Personale segretariato: 500 persone
Direttore generale: Pascal Lamy (Francia)
Funzioni: - Amministrazione accordi
- forum per negoziati commerciali
- gestione delle dispute
- monitorizzazione politiche commerciali nazionali
- assistenza tecnica e formazione per i paesi in via di sviluppo.


Differenze fra GATT e WTO
Il GATT copriva il commercio dei beni, il WTO ora copre anche il settore dei servizi e delle proprietà intellettuali.
Altre differenze fra i due: il primo è stato un accordo provvisorio, mai ratificato dai parlamenti dei paesi membri, premessa per una organizzazione stabile. Il WTO è questa organizzazione stabile e i suoi accordi sono permanenti, ha basi legali perché i paesi membri hanno ratificato i suoi accordi, mentre per il GATT si parlava di contracting parties, cioè di parti contraenti. Infine Il WTO ha un sistema di arbitrariato più veloce ed automatico rispetto al vecchio sistema del GATT.
Il GATT come organizzazione è cessata, come accordo esiste ancora e si parla di "GATT 1947" quando ci si riferisce all'accordo originario e "GATT 1994" quando si parla della versione aggiornata nel 94 in contemporanea alla nascita del WTO.

Principi base

Gli accordi WTO coprono: beni, servizi e diritti di proprietà intellettuale. Ciascuno di essi include queste parti:

  • gli impegni da parte dei singoli Paesi a ridurre tariffe e barriere commerciali;
  • l'impegno ad aprire e mantenere aperti i mercati;
  • definiscono le procedure per regolare le dispute;
  • prescrivono trattamenti speciali per paesi in via di sviluppo;
  • impegnano i governi a mantenere trasparenti le rispettive politiche commerciali notificando al WTO le leggi e le misure adottate.

Schematicamente possiamo definire così iI sistema commerciale immaginato e perseguito dal WTO:

Senza discriminazioni - un paese non deve fare discriminazione fra partners commerciali, essi sono tutti egualmente garantiti dall''MFN (Most Favoured Nation), lo status di nazione più favorita.
Questo principio è così importante che è il primo articolo del GATT, il secondo del GATS e il quarto del TRIPS, sebbene in ciascun accordo sia definito in modo diverso.
Il suo nome può trarre in inganno perché fa pensare a un trattamento di favore, ma il senso è che ciascun membro tratta gli altri come se fossero il miglior partner.
Sono permesse delle eccezioni, per esempio per i paesi che fanno parte di un'area di libero scambio che generalmente hanno regole che favoriscono le nazioni all'interno dell'accordo, oppure un paese può alzare delle barriere (sanzioni) contro prodotti provenienti da specifici paesi che stanno attuando politiche commerciali discriminatorie.
Anche nei servizi ci sono delle concessioni discriminatorie ma sotto condizioni precise e ristrette.
Seconda pietra miliare del concetto di mercato libero è il cosiddetto Trattamento nazionale (National Treatment) che si traduce nel trattare prodotti stranieri e nazionali allo stesso modo. Questo ovviamente vale anche per i servizi, i marchi, copyrights e brevetti.
Questo principio è indicato nell'art. 3 del GATT, nell'art.17 del GATS e nell'articolo 3 dei TRIPS. Si applica una volta che un prodotto è entrato in un mercato, perciò tasse sull'importazione non sono considerati violazione al trattamento nazionale e rientrano nelle tariffe, al cui abbattimento ha lavorato per cinquant'anni il GATT.

Libero - con l'abbassamento delle barriere tramite i negoziati:
L'abbassamento delle barriere (tariffarie e non) è uno dei metodi per incoraggiare il commercio. Si intendono tasse doganali e misure come il divieto di importazione o quote che restringono la quantita' di prodotto importabile.

Senza imprevisti - le compagnie straniere, gli investitori e i governi devono sapere che le barriere commerciali non possono essere stabilite arbitrariamente; quando un paese firma un accordo si "lega" a una serie di impegni. Un paese può modificarli solo dopo aver negoziato le modifiche con i partners, il che può significare delle misure compensative per la perdita commerciale.

Più competitivo - scoraggiando pratiche non eque come incentivi all'esportazione e vendita di prodotti sotto costo per aumentare quote di mercato.
Il WTO si pone come obiettivo di creare un sistema di regole per una equa competizione. MFN e trattamento nazionale sono regole per questo obiettivo così come le regole anti dumping (con dumping si intende la pratica di esportare sottocosto per guadagnare quote di mercato) e contro i sussidi. Ci sono altri accordi che vanno in questa direzione, come il government procurement che estende le regole della competizione agli acquisti fatti dalle realtà governative.

Più flessibile verso i paesi in via di sviluppo - definendo tempi più lunghi ai paesi in via di sviluppo per adeguarsi ai vari accordi.

Prima del WTO

La creazione del WTO è stata la più importante riforma del commercio internazionale dopo la seconda guerra mondiale.
Dal 1948 al 1994, il GATT ha fornito le regole del commercio internazionale. L'intenzione originale era di creare una terza istituzione da affiancare a quelle di Bretton Woods, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale, che si sarebbe dovuta chiamare ITO International Trade Organization.
Ma le ambizioni erano superiori alle reali possibilità, così al termine del primo round di negoziati non nacque nessuna ITO e l'accordo raggiunto (il GATT) venne firmato solo da 23 paesi.
Eppure sino al '95 questo accordo è rimasto l'unico testo legalmente riconosciuto a cui, negli anni, si sono aggiunti accordi plurilaterali ed otto round di trattative per ridurre le tariffe.
Ecco l'elenco dei negoziati:

AnnoLuogo/NomeArgomentiPaesi partecipanti
1947GinevraTariffe23
1949AnnecyTariffe13
1951TorquayTariffe38
1956GinevraTariffe26
1960-61Ginevra (Dillon Round)Tariffe26
1964-67Ginevra (Kennedy Round)Tariffe e misure anti-dumping62
1973-79Ginevra (Tokyo Round)Tariffe102
1986-94Ginevra (Uruguay Round)Tariffe, regole, servizi, proprietà intellettuali, regolazione delle dispute, settore tessile, agricoltura, creazione WTO123

L'Uruguay Round

L'ultima maratona di trattative, l'Uruguay Round, è durata sette anni e mezzo ed ha interessato 123 paesi, coprendo praticamente tutti i settori, dagli spazzolini per lavarsi i denti alle barche, dalla medicina ai settori bancari: sicuramente il più grande negoziato della storia.
Il nome deriva dal Paese dove nel settembre 1986 presero avvio i negoziati (Punta del Este - Uruguay); l'agenda prevedeva 15 punti di non facile accordo fra i diversi paesi. Per questo le trattative si prolungarono oltre il previsto e terminarono in modo ufficiale con la firma degli accordi a Marrakesh, il 15 aprile 1994.


Gli accordi

Il Testo scaturito dall'Uruguay Round of multilateral Trade Negotiations comprende circa 60 accordi, schematicamente riportati in questo prospetto:


BeniServiziProprietà intellettualiDispute
Principi BaseGATTGATSTRIPSSistema di risoluzione dispute
Ulteriori dettagliAltri accordi sulle merci e allegatiAllegati sui servizi  
Impegni apertura mercatoElenco impegni dei PaesiElenco impegni dei Paesi (ed eccezioni al trattamento MFN)  


I tre accordi pilastro: GATT (General Trade on tariffs and Trade), GATS (General Agreement on Trade in Service) e TRIPs (Trade-Related Aspects of Intellectual Property Rights) contengono le definizioni e i principi generali, nei rispettivi settori.
Ad essi di collegano numerosi altri accordi ed allegati che si riferiscono a specifici settori; il tutto è completato da una dettagliata lista degli impegni dei singoli paesi per permettere ai prodotti stranieri di accedere ai rispettivi mercati. Per il GATT questi impegni prendono la forma di binding commitments sulle tariffe delle merci, mentre per i prodotti agricoli si parla sia di prezzi che di quote. Il GATS ha una struttura diversa e prevede per ciascun Paese una lista (detta "positiva") con l'elenco dei settori liberalizzati ed una lista di eccezioni, cioè di limitazioni al principio di non-discriminazione chiamato "most-favoured-nation" (MFN) e ad eventuali limitazioni di marcket access.

Elenco degli accordi specifici:

Per i beni (sotto il GATT)Per i servizi (sotto il GATS)
Agricoltura (AoA)Movimento di persone
Regolamenti sanitari e fitosanitari (SPS)Trasporto aereo
Tessile e abbigliamentoNavigazione
Standard dei prodotti (TBT)Telecomunicazioni
InvestimentiServizi finanziari
Anti-dumping 
Metodi di valutazione 
Ispezioni navali pre-imbarco 
Regole in materia di origine dei prodotti 
Procedure relative alle Licenze d'importazione 
Sussidi e Misure Cautelative 
Salvaguardia (misure protettive dalle importazioni in casi di emergenza) 

Agricoltura

Nel 2005 l'Organizzazione mondiale del commercio compie dieci anni di vita, e con essa, tutti gli accordi negoziati durante l'Uruguay Round (Ur).
Il compleanno coincide con uno dei momenti più delicati del negoziato in corso, il Doha Round, poiché il WTO si trova costretto ad inseguire entro la prossima conferenza ministeriale di Hong Kong (dicembre 2005), un accordo che ne permetta una positiva conclusione nel corso del 2006.
L'agricoltura è il tema centrale dei negoziati e tocca in maniera diretta la politica agricola dell'Unione Europea e quella degli Stati Uniti d'America.
Al di fuori di uno stretto giro di esperti, il tema dei sussidi risulta incomprensibile anche perché alla maggior parte della gente appare del tutto oscuro il sistema agricolo e alimentare mondiale; al massimo la richiesta di cancellazione appare come il tentativo di eliminare il sostegno ai nostri agricoltori banalizzando il problema in una contrapposizione fra il (ricco) agricoltore del Nord e il (povero) contadino del Sud.
Stereotipo che però entra in crisi di fronte alle sempre più frequenti manifestazioni dei nostri agricoltori ed allevatori che lamentano la caduta dei prezzi e la crescente concorrenza di altri paesi.
Ancora meno chiaro appare come mai l'agricoltura risulti il principale oggetto del contendere nei negoziati WTO, anche perché nel mondo occidentale appare una attività marginale, perlomeno come fonte di occupazione, rispetto all'industria e ai servizi.

Perché dovremmo occuparci di agricoltura se agricoltori non siamo?
Perché la terra è la fonte della nostra vita e il cibo non è un prodotto qualsiasi.
Purtroppo gran parte del sistema che produce tutto quello che finisce nel nostro stomaco è ingiusto, socialmente iniquo, potenzialmente pericoloso per la nostra salute e povero di gusto. Di fronte a questa realtà talvolta la giustificazione addotta è che non si può pretendere altro se si vuole produrre a costi così bassi, ed in effetti rispetto alle generazioni precedenti spendiamo una percentuale minore del nostro reddito per alimentarci ed è sempre meno il tempo che dedichiamo alla scelta dei prodotti e alla preparazione dei pasti.
Ma se siamo ciò che mangiamo non è il caso di iniziare a preoccuparci?
Analizzando molto superficialmente il sistema agro-alimentare intuiremo che la liberalizzazione del mercato agricolo è funzionale allo sviluppo di un modello di agroalimentare che in questi dieci anni ha subito una autentica rivoluzione mondiale e che si appresta ad una ulteriore fusione ed internazionalizzazione nei settori della produzione e della vendita. Nel febbraio 2003, l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) tenne all'Aia una conferenza intitolata Changing Dimensions of the Food economy. Il professor Grievink presentò un approfondito studio pronosticando che nel prossimo futuro ci sarà un oligopolio rappresentato da 4/5 catene stile Wal-Mart (la catena statunitense più grande del mondo) e 20/25 multinazionali globali si spartiranno il mercato alimentare mondiale.
Il ministro dell'agricoltura olandese, Cees Veerman, nel presentare la conferenza parlò di una nuova economia alimentare dominata da soggetti globali sfuggenti alla giurisdizione delle autorità garanti della concorrenza. "L'equilibrio di potere all'interno del sistema è stato completamente stravolto", disse, "Sono i grandi rivenditori al dettaglio e le aziende di trasformazione alimentare a dominare il settore, non il coltivatore o l'allevatore".
Ma concentrare il potere delle scelte alimentari del pianeta in poche mani è un suicidio collettivo.
Tocca a noi consumatori agire, rendendoci consapevoli che alla fine siamo proprio noi, attraverso le nostre scelte di consumatori, a sostenere una determinata tipologia di agricoltura oppure no, e di conseguenza a condizionare il futuro della terra e dei contadini.

Questo lavoro ripercorre la storia dell'Accordo agricolo e dei suoi primi dieci anni di vita.
Analizza il negoziato in corso, sostenendo che non è di maggior accesso al mercato che gli agricoltori hanno bisogno, quanto piuttosto di regole per evitare la caduta dei prezzi e l'eccessivo potere di imprese e supermercati.
Per i paesi più poveri, servono misure per proteggere il mercato interno e per farlo crescere.
Lo slogan "più mercato = meno povertà" è avulso dalla realtà.

Approfondimenti:
Accesso al mercato? No, grazie: Bilancio di dieci anni di agricoltura e WTO (settembre 2005)
Zucchero amaro: Analisi sussidi UE allo zucchero e della relativa causa vinta da Brasile, Australia e Tailandia. (settembre 2004)
WTO e cotone: Presentazione in Power Point sul cotone e le inizative in sede WTO (4 settembre 2004)
Approfondimento sul cotone, con riferimento all'iniziativa settoriale die paesi dell'Africa Occidentale (novembre 2003)
Africa e AoA: Analisi dell'Accordo Agricolo dal punto di vista dei paesi Africani. (12 luglio 2003)
Scheda Riassuntiva sull'AoA
A come Agricoltura: Appunti sui negoziati in corso (5 novembre 2001)
I temi in discussione nei negoziati per il rinnovo di questo accordo (settembre 2001)

 

 

L'Accordo sui Tessili - ACT (Agreement on Texiles and Clothing)

Dal 1974 sino al 1995 il mercato è stato governato dall'accordo Multifibre (Multifibre Arrangement), un accordo nato per porre dei tetti alle importazioni nel settore, stabilito dai paesi occidentali per evitare la concorrenza dei paesi più poveri (alla faccia del libero mercato !). Dal '95 è gradualmente in applicazione il nuovo accordo ACT (Agreement on Texiles and Clothing) che soppianterà il multifibre entro il 2005. Entro quella data anche il settore tessile tornera' sotto le regole del GATT, eliminando il sistema delle quote.
Questo accordo era stato considerato positivamente di paesi in via di sviluppo che speravano di veder aumentare le loro esportazioni verso i paesi occidentali, ma le loro speranze si sono tramutate in delusione poiché la sua applicazione appare lenta e i suoi effetti sono spesso annullati da altre misure, ad esempio quelle anti-dumping, attuate dai paesi occidentali.
In ogni caso l'accordo prevede che la liberalizzazione avvenga gradualmente nel giro di 10 anni (curioso che gli altri accordi WTO prevedono un periodo di cinque anni per i paesi sviluppati) e in modo significativo solo nel periodo finale (2005). Inoltre i paesi con quote restrittive all'importazione (Canada, Unione Europea, Norvegia e USA) devono gradualmente aumentare tali quote sino a rimuoverle. Ma un meccanismo di Salvaguardia permette loro di attuare sistemi per evitare un aumento troppo rapido delle importazioni; l'uso di questo strumento è stato criticato pesantemente dai paesi in via di sviluppo.

Approfondimenti:
Il Mondo della Moda al termine dell'era A.C. (Avanti Cina)
Il mondo della moda nei primi mesi dell'era D.C. (Dopo Cina)

L'Accordo Generale sul commercio dei Servizi (GATS)

I Servizi sono uno dei fattori chiave nell'economia attuale.
Essi toccano quasi tutti gli aspetti della nostra vita ed influenzano pesantemente anche l'ambiente in cui viviamo.
La produzione di energia, i trasporti, l'acqua, i viaggi, il turismo, le catene alberghiere, la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti sono tutti esempi di settori che hanno un impatto forte e diretto su di noi e sono settori a cui si applicano le regole dell'accordo GATS, firmato al termine dell'Uruguay Round ed in vigore dal 1 gennaio 1995.

Oltre al testo principale esistono alcuni accordi specifici perché mentre l'idea base del commercio delle merci è che queste possano passare liberamente da un paese all'altro, per i servizi il discorso è più complicato: banche, compagnie telefoniche e sistemi di trasporto sono realtà molto diverse fra loro e perciò richiedono testi specifici. Perciò nel 1997 è stato firmato l'accordo base sulle telecomunicazioni, quello relativo al movimento di personale (per motivi connessi ai servizi) ed il 1 marzo 1999 è entrato in vigore l'accordo sui servizi finanziari.

Il GATS impegna i governi firmatari a liberalizzare progressivamente i vari settori che, secondo la classificazione del WTO, sono ben 160 e vanno dai servizi di costruzione a quelli di distribuzione, alla fornitura dell'acqua, del gas, dei servizi sanitari.

Sinteticamente, si tratta di un accordo quadro, estremamente ambizioso e piuttosto complesso, composto da 29 articoli. La prima parte del testo stabilisce subito i futuri passi per ampliarlo; la seconda contiene le regole generali da applicare a tutti i servizi, come lo status di nazione più favorita (è il secondo articolo); la terza contiene impegni precisi relativi all'acceso al mercato e la regola del cosiddetto Trattamento Nazionale (National Treatment) (art.17) che si applicano ai servizi presenti nelle liste definite dagli stati.

Ecco alcune caratteristiche significative del GATS:
  • Copre praticamente tutti i provvedimenti governativi, comprese leggi, regolamenti, linee guida, sussidi, donazioni, limitazioni d'accesso al mercato e regole locali. Cioè tutte le misure "affecting trade in services".
  • Copre tutti i tipi di servizi. Infatti le regole iniziali si applicano a tutti i servizi, anche a quelli di cui non esiste uno specifico accordo di dettaglio. È importante notare che l'accordo non interessa solo il commercio con l'estero (cross-border trade), ma ogni possibile modalità di fornitura di un servizio, compreso il commercio elettronico. Il GATS utilizza un approccio ibrido per coprire i vari settori, combinando un approccio definito come "dall'alto verso il basso" (top-down) con regole che coprono tutti i settori con uno di tipo "dal basso in alto" (bottom-up) che stabilisce regole che si applicano solo ai settori specificati nelle apposite liste allegate.
  • Interessa i settori pubblici, poichè l'eccezione per i servizi giovernativi è molto ambigua.
  • Proibisce la discriminazione vietando interventi tesi a proteggere o favorire iniziative locali.


Questo accordo, già ambizioso, doveva essere rinegoziato nell'ambito del Millennium Round da lanciare a Seattle, ma il fallimento del meeting ministeriale non ha bloccato questo progetto, poiché l'articolo XIX stabilisce che l'accordo sia rinegoziato dopo cinque anni dalla sua entrata in vigore, cioè a partire dal 2000.
Ecco perché a Ginevra sono attualmente in corso i negoziati per la sua revisione.

Approfondimenti:
Ambiguità e pericoli dell'Accordo Generale sul Commercio dei Servizi
GATS: un nuovo attacco alla democrazia!
L'Accordo sui servizi e i Paesi in via di sviluppo
Scheda Riassuntiva sul GATS
Le minacce del GATS
Aggiornamento negoziati al gennaio 2005
Analisi dispute relative all'accordo GATS
Il GATS e le Amministrazioni Locali

Il GATS e le nostre Amministrazioni locali

Cosa centrano gli enti locali con l'accordo sul commercio dei servizi?

Nonostante il fallimento della Conferenza ministeriale di Cancun, i negoziati in corso per il rinnovo dell'Accordo sui Servizi (il GATS) continuano nella consueta riservatezza del WTO.

La sovranità delle amministrazioni locali (comuni, province, regione) è particolarmente toccata da questi negoziati.

Il legame con gli enti locali è infatti molto chiaro, basta leggere il primo articolo che, al terzo punto cita:

per gli scopi del presente Accordo:
(a) col termine "misure prese dai Paesi membri" si intendono tutte le possibili misure prese da:
governi ed autorità centrali, regionali e locali e organismi non governativi nell'esercizio di poteri delegati da autorità e governi centrali, regionali e locali.

E quali possono essere queste misure?

Tutti i regolamenti riguardanti le forniture di servizi gestiti dall'Ente locale, dalle mense ai trasporti scolastici.

Proprio dai nostri paesi e dalle nostre città occorre ripartire, come ai tempi della mozione sull'Accordo Multilaterale sugli Investimenti, per dire agli artefici della globalizzazione che le loro regole sono in contrasto con le nostre scelte di vita. Ecco perché invitiamo il maggior numero possibile di comuni, province e regioni, a discutere ed approvare una mozione che inviti il nostro Governo ad avviare una vera consultazione con i cittadini, i parlamentari e i Responsabili degli enti locali prima di assumere qualsiasi decisione in merito all'accordo GATS.

Dobbiamo creare "un sistema immunitario contro l'OMC" a livello locale, rivendicando a gran voce che:

gli esseri umani e le tutele sociali NON SONO barriere commerciali!

Non è una iniziativa isolata, in Austria più di 280 amministrazioni locali, compresa la capitale Vienna, hanno approvato una mozione che chiede una moratoria dei negoziati in corso. Info: www.stoppgats.at

In Francia 220 fra città, comuni, dipartimenti e regioni si sono dichiarate "zone non soggette al GATS", fra di esse: Paris, Montpellier, Grenoble, Auxerre, Aix en Provence, Le Creusot.

Info: www.france.attac.org

Anche in Gran Bretagna 26 enti locali hanno approvato mozioni anti GATS.

Info: www.wdm.uk.org

Sino ad ora in Italia hanno approvato una mozione:

le Province di: Genova, Ferrara, Torino, Bolzano

i comuni di: Torino, Giaveno (TO), Rivalta/TO, Levanto (SP), Villacidro (CA), Rogeno (LC) e molti altri.

Qui trovate un documento esplicativo sulle relazioni fra GATS e gli enti locali e la bozza della mozione.

Potete trovare informazioni su altri paesi europei a questo indirizzo: www.gatswatch.org

Proprietà Intellettuali - TRIPS

È il secondo importante risultato dell'Uruguay Round. Copre il vasto settore dei diritti d'autore.

La prima parte definisce, come nel GATS, i principi di non-discriminazione già noti: trattamento nazionale e trattamento di nazione più favorita. La seconda parte analizza i vari tipi di diritti di proprietà intellettuale e come proteggerli. Il TRIPS si rifà agli standard internazionali esistenti definiti da WIPO (World Intellectual Property Organisation) aggiungendone dei nuovi.

L'accordo copre: copyright, marchi registrati, indicazioni geografiche (prodotti che hanno per nome una località che ne individua le caratteristiche), disegni industriali, brevetti, circuiti integrati e disegni topografici, notizie riservate. Ogni Paese firmatario si è impegnato a creare una legislazione che copra quanto sopra citato secondo le regole stabilite dai paesi occidentali.
Questo accordo è molto pericoloso e su di esso si sono puntate molte critiche di ONG e di Paesi poveri. Tramite di esso il WTO si è attribuito il ruolo di regolatore mondiale dei sistemi di protezione della proprietà intellettuale.
Al momento della firma, infatti, la maggior parte dei paesi del mondo era priva di una legislazione al riguardo. I principali beneficiari dell'implementazione del TRIPS sono i centri di ricerca dei paesi industrializzati che vedono garantirsi in ogni parte del mondo i guadagni degli investimenti effettuati, violando la Convenzione sulla Biodiversità che stabilisce il principio della sovranità degli Stati (e dei relativi popoli) sulle risorse.

Attualmente questo contestato accordo dovrebbe essere in fase di revisione, è importante usare il condizionale, poiché mentre i pvs premono per una sua modifica sostanziale, i paesi industrializzati puntano al massimo ad una concessione di tempo per il recepimento da parte dei vari stati.

La brevettabilità delle forme viventi
Gran parte dell'attenzione si concentra sull'articolo 27.3(b).
L'articolo 27 definisce ciò che è soggetto a protezione e le possibile eccezioni. Nella sua parte (b) definisce una deroga per piante ed animali al sistema brevettuale.
La postilla prevede che ogni paese possa stabilire un sistema "sui generis" alternativo a un sistema brevettuale classico. Cosa vuol dire sui generis? Non è una domanda banale perche' non c'è una risposta univoca a questa domanda e se da un lato potrebbe essere una specie di finestra per difendere la biodiversità, dall'altro i paesi occidentali premono perche' come sistema "sui generis" sia considerato un sistema usuale di protezione dei brevetti.

Inoltre ci sono molti problemi sollevati dall'accordo:
  • il suo ruolo nello stimolo all'appropriazione indebita delle conoscenze tradizionali e/o indigene
  • la possibile estensione del campo di tutela brevettuale alle risorse genetiche e biologiche, con i possibili effetti nel campo della sicurezza alimentare e dei medicinali.
  • il conflitto con la Convenzione sulla Biodiversità che stabilisce il principio di sovranità nazionale sulle risorse genetiche ed il principio della condivisione dei benefici che derivano dalla utilizzazione di tali risorse genetiche (articolo 8(j) Convention on Biological Diversity).


Un altro aspetto controverso è quello delle indicazioni geografiche, cioè di quei nomi di città, paesi o regioni che identificano un prodotto (esempio classico quello dello Champagne). L'accordo ha sottolineato il problema soprattutto per i vini ed ha indicato la possibilità di una specie di database mondiale di notificazione delle indicazioni geografiche. Ma ancora non è stato trovato un accordo all'interno del Comitato TRIPS.

Inoltre implementare questo accordo significa non solo creare una nuova legge, ma una struttura di registrazione dei brevetti che in termini di persone da formare e attrezzature richiede un investimento di denaro che i paesi meno sviluppati ( i paesi con economie in transizione sono 109 al WTO) non hanno e, se hanno, certamente avrebbero mille altri modi più utili per utilizzarli. E per tornare al "sui generis" sopraindicato, se si intende la possibilità di sviluppare un metodo diverso da quanto fatto dai paesi occidentali, si finisce con l'avere oltre al costo d'implementazione, anche il costo necessario a sviluppare un sistema alternativo di brevettabilità.

Infine, l'accordo TRIPS (articolo 64.2) prevede una moratoria che impedisce dal 1995 al 1999 di accusare un paese per violazione di questo accordo. Molti paesi chiedono che questa moratoria continui.

Approfondimenti:


Una nota di Martin Khor e Cecilia Oh, (Third World Network - Malesia) sulla revisione del TRIPs ...
scheda Riassuntiva sul TRIPs
Il TRIPS prima e dopo Doha (situazione negoziati al 1 settembre 2002)

Accordi minori

SPS Misure Sanitarie e Fitosanitarie

Entro l'88 doveva essere completata la revisione della situazione di applicazione di questo accordo. Nel marzo del 1999 è stato approvato un rapporto che dichiara "non esaustiva" la revisione effettuata e che sottolinea che i paesi membri possono in ogni momento inviare le loro considerazioni al Comitato.
Questo accordo prende in esame le misure connesse alla sicurezza sanitaria di animali e piante. L'accordo non stabilisce nuovi standard ma tenta di "armonizzare" gli standard nazionali. Gli standard internazionali considerati sono quelli stabiliti da:

  1. Codex Alimentarius Commission (sicurezza alimentare)
  2. L'International Office for Epizootics (salute animale)
  3. Il Segretariato FAO per la Convenzione Internazionale per la protezione delle piante (salute delle piante)

Le maggiori discussioni relative a questo accordo vertono intorno all'articolo 5, paragrafo 7:

"Nei casi in cui non ci sia sufficiente rilevanza scientifica, un membro può in via preventiva adottare misure sanitarie e fitosanitarie in base alle informazioni disponibili, incluse quelle indicate da organizzazioni internazionali o applicate da altri paesi membri. In queste circostanze, i Paesi membri devono cercare di ottenere informazioni supplementari per un giudizio obiettivo dei rischi e rivedere le misure sanitarie o fitosanitarie in un periodo ragionevole di tempo".

Apparentemente il testo sembra tenere in considerazione il cosiddetto principio precauzionale che prevede che anche senza una conferma scientifica della dannosità di un prodotto, sia possibile bloccarne l'importazione. Ma la sentenza relativa alla carne trattata con ormoni ha affermato la necessità di una evidenza scientifica. Inoltre l'indicazione generica di un "periodo ragionevole di tempo" lascia spazio a molte interpretazioni.

Questo accordo potrebbe essere interessato dalla discussione relativa agli organismi geneticamente modificati, che impatterebbe anche quello sull'agricoltura, sulle barriere al commercio (TBT) e sulle proprietà Intellettuali (TRIPS).

TRIMs - Misure d'investimento attinenti al commercio

L'accordo, come ben definito nell'articolo 1, si applica alle misure d'investimento connesse al commercio dei prodotti. Non è perciò connesso alla regolazione degli Investimenti Diretti esteri e non copre il settore dei Servizi. Da queste premesse ben si comprende che l'accordo è un embrione per possibili ampliamenti o la premessa di un nuovo accordo che regoli il settore degli investimenti in modo completo. Richiesta sostenuta da anni da tutte le lobby industriali, quali ICC, UNICE ed ERT.

Appalti governativi

Durante il 1999 l'opera di revisione di questo accordo che interessa gli acquisti e appalti delle realtà governative, ha indicato possibili estensioni sia nel contenuto del testo sia nel numero di paesi sottoscrittori.
Il meeting ministeriale di Seattle era, secondo alcuni, l'occasione per trasformare in multilaterale questo accordo plurilaterale (firmato da un numero limitato di Paesi) o di ottenere un nuovo accordo che magari inizialmente applicasse solo aspetti procedurali di trasparenza per poi prevedere, in una successiva revisione, l'introduzione delle regole di trattamento nazionale e di nazione più favorita.

Gli Accordi WTO e gli interessi dei paesi del Sud del mondo

I vari accordi OMC presentano tutti uno squilibrio fra diritti e doveri verso i paesi in via di sviluppo. E a ben pensarci, anche solo il fatto che siano stati pensati e scritti dai paesi ricchi, fa intuire questa realtà.

Quando i paesi in via di sviluppo firmarono gli accordi scaturiti dall'Uruguay Round, a Marrakesh, in Marocco, con molta probabilità non avevano ben chiare le implicazioni di quella firma. Gli accordi che si impegnavano ad applicare erano il frutto di sette anni di negoziati a cui molti di essi non avevano neppure partecipato ed altri solo in maniera marginale.

Del resto in sede WTO si è sempre parlato di rule takers e di rule makers, cioè di paesi che le regole le accettano e di altri che le fanno.

Prendiamo ad esempio l'accordo sul commercio dei servizi, il GATS.

Trattandosi di un accordo per la liberalizzazione delle forniture di servizi, i benefici diretti sono rivolti ai paesi che sono in grado di vendere i livelli di servizio migliori. Certo, l'indotto del settore dei servizi ha effetti positivi anche su altre attività economiche anche nei paesi importatori (del servizio), ma i maggiori guadagni finiscono nel paese che li fornisce. E in questo settore, sono i paesi sviluppati ad essere i maggiori esportatori.

Ecco perché in termini di divisione dei benefici diretti fra paesi sviluppati e non, la liberalizzazione dei servizi è decisamente a favore dei primi.

Inoltre la modalità di fornitura che prevede il movimento di persone fisiche (al fine di poter esercitare la fornitura del servizio) è quella che prevede più limitazioni, cosicché mentre i capitali hanno diritto di muoversi liberamente e senza restrizioni, le persone no e teniamo presente che le rimesse dei lavoratori all'estero sono oggi uno dei maggiori introiti per molti paesi poveri.

Un altro accordo particolarmente contestato dal Sud del mondo è quello relativo ai prodotti tessili. Si tratta questo di un settore in cui i pvs hanno notevoli potenzialità e capacità produttive, mentre i paesi occidentali hanno misure di protezione molto alte delle loro produzioni. Ebbene, questo accordo è fra i meno spinti verso la liberalizzazione, prevede una completa applicazione in un lungo periodo (dieci anni rispetto ai cinque normalmente previsti dagli altri accordi WTO) e l'abbattimento delle barriere tariffarie è concentrato negli ultimi anni.

Ma l'accordo forse più più sintomatico degli interessi delle multinazionali rispetto ai bisogni della gente è il TRIPs, l'accordo relativo alle proprietà intellettuali.

Gli Stati Uniti inserirono i diritti di proprietà intellettuale nell'agenda delle trattative dell'ultimo round del GATT perché la mancanza di una legislazione specifica in molti paesi del mondo si traduceva in un elevato numero di royalties (diritti), non pagate alle sue società.

Le società americane sostenevano che il resto del mondo aveva un debito con loro di 24 miliardi di dollari annui in diritti non pagati.

Ma se i paesi occidentali pagassero per aver accesso a quella biodiversità di cui i paesi poveri sono i maggiori possessori, la situazione sarebbe capovolta, infatti la maggior parte delle risorse di quella ricchezza che è la biodiversità sono ospitate nei paesi poveri mentre quelli ricchi possiedono le tecnologie necessarie per sviluppare nuovi prodotti da queste risorse.

Accade così che una multinazionale come la Cargill o la Monsanto o la DuPont può prendere dei geni da una foresta in un paese come le Filippine, manipolarli nei propri laboratori e "registrare" quanto ottenuto.

Le Filippine dovranno poi pagare a queste società i diritti per utilizzare quanto prodotto con le proprie risorse genetiche !

La protezione dei diritti di proprietà intellettuale diviene perciò una forma di protezione degli investimenti e di garanzia dei profitti per le imprese, a danno dei paesi e dei popoli che si vedono rapinati di risorse naturali su cui è legittimo chiedersi se sia giusto che qualcuno possa metterci mano per poi averne l'esclusiva.

Ma senza andare a questi estremi anche accordi che rivestono settori normali come l'Agricoltura hanno pesanti risvolti sui pvs. Costringendo questi paesi a liberalizzare le importazioni di prodotti agricoli, l'Accordo agricolo ha causato la miseria di molti contadini poiché il loro mercato interno è stato invaso da prodotti venduti con prezzi più bassi, prodotti europei e americani che invece sostengono le loro agricolture con ingenti sovvenzioni sia alla produzione che all'esportazione.

La beffa della liberalizzazione sostenuta a gran voce da tutti i paesi occidentali è infatti questa: le barriere da eliminare sono sempre quelle altrui!

Roberto Meregalli

Il sistema di risoluzione delle dispute

Secondo Renato Ruggiero, Direttore Generale sino all'aprile 1999, è il maggior contributo del WTO alla stabilità dell'economia mondiale. Senza di esso, infatti, le regole rimarrebbero inapplicate. Tutto ha origine dal Dispute Settlement Body, entità che ha il compito di creare, di volta in volta, la giuria (panel) di esperti per la valutazione delle cause.
Generalmente il panel è composto da tre persone, possibilmente scelte con il consenso delle due parti, in ogni caso direttamente nominati dal Direttore Generale che ha perciò mano libera in questo.
Il verdetto della giuria viene alla fine presentato al Dispute Settlement Body che può accettarlo o no.

Durata di una richiesta di giudizio

60 giorni per consultazioni e mediazioni
45 giorni per stabilire la giuria
6 mesi perche' la giuria emetta il verdetto
3 settimane rapporto finale della giuria al Dispute Settlement Body
60 giorni per il Dispute Settlement Body di accettare il verdetto
In totale 1 anno (In caso di appello la durata del processo si allunga di tre mesi)


Il testo legale che stabilisce le regole e le procedure per la gestione delle dispute è composto da 27 articoli.
Sino al 18 ottobre 1999 sono state 183 le dispute trattate, di queste:

  • 26 hanno riguardato gli accordi SPS/TBT
  • 25 quello sull'Agricoltura
  • 11 Il Tessile
  • 15 il TRIMS
  • 20 il TRIPS
  • 9 il GATS

Dal gennaio 1995 al luglio del '99, un comitato preposto a questo scopo ha prodotto un testo di revisione su cui non è stata ancora presa alcuna decisione nonostante il mandato di revisione sia scaduto il 31 luglio 1999.

Il caso delle banane: una disputa esemplare
L'Unione Europea aveva un regime privilegiato con le ex colonie di Africa, Caraibi e Pacifico.
Questo trattamento era considerato un importante contributo economico alla stabilità politica di questi paesi, brevemente definiti come paesi ACP.
Gli USA, l'11 aprile 1996, per conto della Chiquita Brands International, si appellarono al WTO perche' una apposita giuria si esprimesse sulla legalità di questo regime commerciale perché, tanto per capirci, si fa commercio, non aiuto (trade, not aid); questa richiesta di giudizio si tradusse in una sentenza che invitava l'UE a smantellare il regime di importazione delle banane da questi paesi.
Nel gennaio 1998 la Commissione di Bruxelles presentò una proposta di modifica per adeguarsi alla sentenza; proponendo una disciplina speciale per l'assistenza ai fornitori ACP tradizionali di banane per un periodo non superiore ai 10 anni, scopo di questa assistenza finanziaria e tecnica sarebbe stato quello di facilitare l'esecuzione di programmi destinati a promuovere la competitività nel settore della banana, in particolare mediante l'aumento della produttività nel rispetto dell'ambiente, il miglioramento della qualità, l'adattamento dei metodi di produzione, di distribuzione e di commercializzazione alle norme qualitative stabilite dall'articolo 2 del regolamento (CEE) n.404/93.
La controproposta europea in pratica sosteneva che i paesi ACP non operano in condizioni di equa competizione perchè la loro produzione è il frutto di piccole piantagioni rispetto ai latifondi latinoamericani controllati o direttamente posseduti dalle grosse società come Chiquita, Dole e Del Monte.
La soluzione europea non è stata ritenuta soddisfacente e la giuria del WTO e' stata nuovamente chiamata a redimere la questione.
La sua sentenza del 9 aprile 1999 ha dato ragione alla tesi americana, stabilendo in 191 milioni di dollari il risarcimento danni reclamabile dagli Stati Uniti.
L'Unione Europea sta trattando le modifiche per ottemperare al pronunciamento di Ginevra.

Le Conferenze Ministeriali

La storia del WTO è scandita dagli Conferenze Ministeriali, che si susseguono a cadenza biennale:

A questo elenco, va aggiunto anche il Vertice tenutosi a Ginevra tra il 26 ed il 31 luglio 2004, anche se ufficialmente classificato come un semplice Consiglio Generale.

 

 

Hong Kong: è andata male

È andata male.

C'è poco altro da aggiungere, scorrendo la dichiarazione ministeriale che chiude quesa sesta conferenza ministeriale del WTO.
È stata una ministeriale in cui si è negoziato molto, in cui per la prima volta i paesi in via di sviluppo erano parsi uniti in uno storico G110 che avrebbe potuto far saltare il banco.
Ma "business is business", e quando gli esportatori premono e i poltici chiudono le orecchie per non senitre la voce dei contadini che chiedono regole per poter vivere, l'orizzonte si chiude.
Perché è andata male?
Perché in agricoltura l'unica cosa diciamo positiva negoziata è la fissazione della fatidica data per la cencellazione dei sussidi all'esportazione: il 2013, tre anni di più di quanto si prevedeva.
Da domani tutti i giornali segnaleranno soprattutto questa notizia come la grande vittoria del sud del mondo ad Hong Kong, ma si tratta di un falso scoop perché i paesi occidentali ad Hong Kong sono riusciti a guadagnare altri tre anni di tempo e perché nel frattempo i sussidi che creano dumping appartengono alla categoria dei sussidi domestici.
Per il resto niente.
Nel negoziato sui prodotti industriali si va avanti per la strada occidentale: formula svizzera, quella che taglia in maniera più sostanziale, così da favorire chi già è forte e sa esportare, senza considerare in alcun modo diritti per i lavoratori e per l'ambiente.
I servizi, entrati nella ministeriale con il relativo allegato messo fra parentesi quadre per indicare che la maggioranza dei paesi non ne condivideva il contenuto, ne esce senza e con l'anno nuovo avremo negoziati plurilaterali ad aggiungersi a quelli bilaterali.
Sul tema aiuti, ovviamente grandi parole ma neppure la decisione che tutti si attendevano, quella di offrire libero accesso alle esportazioni dei paesi meno sviluppati è uscita vincente. Certo i giornali scriveranno di sì ma a leggere il testo, l'impegno non è imperativo e i paesi potranno esentare i prodotti per loro più sensibili (il 3% delle linee tariffarie).
Sul cotone compare un impegno a cancellare i sussidi all'esportazione entro il prossimo anno, ma per i sussidi domestici, quelli americani che sono la causa reale del dumping, nulla di stabilito. Il ridicolo si tocca con la decisione di dare accesso duty free al cotone africano, ma guarda caso in America non ne viene esportato.
Alla fine insomma Rob Portman, caponegoziatoore USA, esce a testa alta da questo vertice, così come il nostro Mandelson, che certamente temeva in un fallimento che sarebbe pesato solo sulle sue spalle.
Delude il G20, dopo la dichiarazione congiunta con tutti gli altri paesi in via di sviluppo, ci si attendeva certamente un finale diverso.
Ora appuntamento a marzo per un Consiglio generale in versione speciale perché il tempo stringe ed entro fine 2006 il Doha round deve chiudere in bellezza.
Ma non è detta l'ultima parola, anche se per ora Pascal Lamy può sorridere ed alzare i pugni in segno di soddisfazione, in effetti è riuscito a centrare il suo primo difficile obiettivo come direttore generale: fare di Hong Kong un successo e dare nuovo impulso al Doha Round.

Breve analisi dell'accordo finale

Schede tematiche informative:
Si tratta di documenti in formato PDF di idmensione pari a 230K, si consiglia di scaricarli cliccando col tasto destro sui link e scegliendo la voce "salva oggetto con nome".

Commercio prodotti Agricoli (AoA)
Commercio prodotti industriali (NAMA)
Commercio Servizi (GATS)
Commercio Cotone
Alimentazione e salute (TRIPS)

Link ai notiziari relativi alla preparazione della Conferenza

Documenti ufficiali:
Bozza Dichiarazione Ministeriale diffusa il 25 novembre
Seconda Bozza Dichiarazione Ministeriale diffusa il 1 dicembre
Terza Bozza Dichiarazione Ministeriale diffusa il 6 dicembre
Dichiarazione finale diffusa il 18 dicembre

Stop the EU Corporate Trade Agenda

www.tradewatch.it

Ginevra: il WTO risorge dalle ceneri di Cancun

Commento sull'Accordo quadro del 31 luglio 2004

L'aggettivo più utilizzato dalle agenzie di stampa nel dare la notizia dell'accordo siglato il 31 luglio a Ginevra è quello di "storico", il Sole24Ore ha parlato di "notte del disgelo" per descrivere l'ultima decisiva notte di negoziati che ha spianato la strada all'accordo finale. Ma cosa è successo a Ginevra? Cosa si è svolto? Quale storico accordo è stato firmato?

Quello che si è svolto è un incontro ministeriale sotto le mentite spoglie di un Consiglio generale. Senza l'attenzione dei mass media che caratterizza gli eventi come Cancun e senza la presenza di organizzazioni governative, nella riservatezza garantita dalla sede ginevrina, il WTO ha tenuto quello che potremmo definire il suo sesto incontro ministeriale. Vi hanno infatti partecipato più di una trentina di ministri, quelli più importanti, e l'obiettivo dell'incontro era ciò che era sfuggito un anno fa in Messico: approvare un testo per rilanciare l'Agenda di Doha e dare nuovo impulso al processo di liberalizzazione del mercato dei prodotti industriali e dei servizi, difendendo il più possibile, da parte paesi OCSE, il settore agricolo. L'accordo siglato è certamente importante perché cancella il fallimento di Cancun, congeda il Doha round dal reparto di rianimazione in cui è stato mantenuto per un intero anno e ridà una spolverata al sistema di regolazione del commercio internazionale gestito dall'Organizzazione Mondiale del Commercio. Supachai Panitchpakdi ha dei buoni motivi per esprimere grande soddisfazione dopo aver viaggiato per un anno da una capitale all'altra nel tentativo di ricucire lo strappo del settembre scorso.

Questa anomala ministeriale si è svolta secondo i vecchi canoni tanto cari al WTO. I negoziati si sono protratti per tutta la settimana in maniera informale fra 5 attori principali: USA, UE, India, Brasile ed Australia. Solo il venerdì mattina tutte le delegazioni hanno ricevuto il frutto del lavoro di questo gruppo virtuale, definito fantasiosamente come "non gruppo dei cinque". Esattamente quello che i paesi in via di sviluppo avevano chiesto alla riunione dei capi delegazione il 23 luglio di evitare: ottenere solo all'ultimo momento il testo da discutere. Visto che lo stile dell'incontro era quello di Doha e non quello di Cancun, il negoziato è proseguito ad oltranza, perché la parola d'ordine era quella di giungere ad un accordo. Così una giornata e una nottata di trattative serrate ha condotto sabato mattina alla bozza finale della parte agricola, dopodiché non ci sono state altre difficoltà per chiude la partita e mandare tutti in ferie per la consueta pausa di agosto.

Approfondimento dell'Accordo (formato PDF 56K)

Approfondimento dell'Accordo con integrazione esplicativa della parte agricola (Versione con foto, formato PDF 415Kb)

Cosa contiene il testo approvato?

Contiene un aggiornamento del "piano di lavoro" definito a Doha nel 2001, fornendo le linee guida e gli obiettivi che i negoziatori dovranno seguire da qui al dicembre 2005, data ufficialmente stabilita per la prossima conferenza ministeriale di Hong Kong. Ecco i principali punti contenuti:

Agricoltura

Si tratta del punto più contestato, quello che realmente fece fallire il vertice di Cancun. Il testo è suddiviso secondo i tre pilastri che reggono l'impianto dell'attuale accordo agricolo (AoA).

Sostegni all'esportazione (Export competition)

La Dichiarazione ministeriale di Doha chiedeva una 'reduction of, with a view to phasing out, all forms of export subsidies' e su questo punto l'Unione europea si era sempre difesa strenuamente. Per la prima volta, nero su bianco, è stabilito che i sussidi all'esportazione "saranno eliminati entro la fine di una data da concordare": si tratta della grande concessione UE: dal 1 settembre si negozierà data finale e piano graduale di dismissione dei sussidi all'esportazione europei. In cambio di questa concessione l'UE chiedeva un impegno analogo per i crediti all'esportazione americani ed ha ottenuto l'impegno a rivedere "termini e condizioni relative a crediti alle esportazioni, relative garanzie o programmi di assicurazione". Rispetto alla bozza del 30 luglio, il testo finale appare più circostanziato (si nota anche la mano del G20) e oltre alla durata del periodo di rimborso, si citano i tassi di interessi, le date di pagamento e tutti gli altri elementi che costituiscono questa forma di sostegno all'export. Il secondo punto che l'UE chiedeva come compensazione era la fine delle State Trade Enterprises (STE), imprese statali che in alcuni paesi regolano import/export di derrate alimentari. A parere dell'UE queste imprese agiscono in maniera tale da distorcere il mercato. Anche questo punto è stato affrontato anche se il testo non sottolinea niente di più che la necessità di negoziare in futuro il tema di questi monopoli. Analoga promessa è indicata per gli aiuti alimentari che gli USA utilizzano per disfarsi delle eccedenze alimentari ed esportare OGM. Il testo, rispetto alla prima versione, recepisce alcune lievi modifiche presentate dalla Mongolia, dall'Honduras, dalla repubblica Dominicana e altri PVS in un fax a Tim Groser (presidente comitato sull'agricoltura) il 27 luglio.

Sostegno interno (Domestic support)

Leggendo questa parte rimane la sensazione di un esercizio acrobatico per cambiare un po tutto mantenendo i sussidi esistenti, una specie di gioco delle tre carte per trasferire i sussidi da una scatola all'altra senza cambiare nulla nella sostanza. Se l'obiettivo è di ridurre in maniera sostanziale i sussidi distorsivi andavano analizzati quelli che fanno parte della Green box (cioè i sussidi ammessi perché considerati non distorsivi), visto che negli ultimi anni l'esperienza ha mostrato che anche i pagamenti disaccoppiati hanno effetti distorsivi. Per avere un'idea della situazione, con la CAP del luglio scorso l'UE sposterà circa il 70/75% dei suoi sussidi diretti dalla Blue box alla Green box attraverso il (parziale) disaccoppiamento. Molta attenzione è dedicata alla blue box (in cui l'UE spende 29,4 miliardi di euro), di cui si sottolinea l'importanza al fine di riformare il commercio agricolo. In realtà è stata approvata una sua estensione includendo i pagamenti non basati sui livelli di produzione facendo un enorme favore agli USA che potranno così sistemare una fetta di sussidi elargiti con la Farm Bill del 2002. Molta battaglia c'è stata sui "de minimis", un fetta di sostegni interni ammessa per ogni prodotto pari a una percentuale del valore di produzione (5% per i paesi occidentali, 10% per i PVS). Fino al 30 luglio il testo prevedeva un taglio indistinto, sulla bozza approvata vi è l'eccezione dalla riduzione per quei paesi in via di sviluppo che utilizzano la maggior parte di tali fondi per programmi di aiuto agli agricoltori in difficoltà. (si badi bene però che non è specificata alcuna percentuale di riduzione né alcuna data)

Accesso al mercato (Market access)

Così come la bozza precedente, il testo licenziato riconosce che paesi sviluppati e in via di sviluppo affrontavano in modo differente il discorso dei prodotti "sensibili". Il negoziato finale ha eliminato la parte che differenziava fra prodotti di interesse dell'una o dell'altra categoria, rimandando a un negoziato successivo la loro determinazione. Il tutto è stato diluito in modo che ciascuna parte possa dire di aver ottenuto la possibilità di difendere i propri prodotti di primaria importanza. Si tratta di quelli per cui sono in vigore sistemi di quote tariffarie che limitano l'importazione, l'EU ne ha ben 87, 54 per gli USA. Il termine "prodotti sensibili" cancella però il lavoro dei PVS sugli special products (SP). Sono sette anni che i PVS chiedono un trattamento speciale per alcuni prodotti di loro interesse; la discussione è partita dal concetto di "development box" per passare a quello di prodotti strategici prima di approdare al concetto di SP. La nuova bozza cancella anche questo.

Cotone

Grande amarezza per questo punto. I Paesi Africani non sono riusciti ad ottenere neppure a Ginevra quello che avevano chiesto a Cancun. Nonostante molte agenzie stampa abbiano parlato dei colloqui fra questo gruppo e il capo negoziatore statunitense Robert Zoellick, l'accordo finale conferma che "gli aspetti commerciali di questo argomento saranno trattati nell'ambito dei negoziati agricoli". Unico "contentino" la creazione di una nuova sottocommissione ad hoc. Rispetto al testo originale è stato addirittura aggiunto un paragrafo che riprende il punto 27 della dichiarazione Derbez del 13 settembre 2003, modificandolo lievemente. Questo paragrafo da mandato al Direttore generale di consultare le altre istituzioni di Bretton Woods (BM e FMI), la FAO e International Trade Center (una creazione UNCTAD - WTO) per ricavare piani e risorse a favore dello sviluppo dei paesi interessati dal problema del cotone. I negoziatori hanno però avuto l'accortezza di sostituire il termine "diversificazione delle economie" con "sviluppo economico" rammentando che la proposta di cambiare tipo di coltivazione aveva mandato su tutte le furie i paesi africani.

Servizi

L'ESF (European Services Forum), nota lobby imprenditoriale del settore dei servizi, si era lamentata con la Commissione europea perché questo tema non compariva fra i punti principali della prima bozza di accordo. La sua richiesta è stata soddisfatta cosicché il tema dei servizi conquista un suo punto specifico ed incassa parecchio rispetto alle previsioni della vigilia confermandosi come merce di scambio a fronte delle concessioni agricole dei paesi occidentali. Il relativo allegato chiede a tutti i paesi che non abbiano ancora presentato le loro "offerte iniziali" di farlo il più presto possibile e richiama l'impegno a raggiungere in maniera progressiva maggiori livelli di liberalizzazione in ogni settore e in ogni modalità di servizio senza alcuna esclusione a priori. Stabilisce che entro maggio 2005 si svolga un secondo round per lo scambio di una seconda versione (rivista e ampliata) delle offerte. Si chiede inoltre l'intensificazione degli sforzi per la parte di negoziato GATS che riguarda:? i regolamenti interni (parte nota come necessity test) e che impone la definizione di norme finalizzate a garantire che i regolamenti sui servizi "siano basati su criteri oggettivi e trasparenti" e "non siano più onerosi di quanto necessario per garantire la qualità del servizio".? Il sistema di salvaguardia? La definizione di regole relative agli appalti pubblici di servizi. Infatti l'art. XIII del GATS stabilisce che "A norma del presente Accordo si terranno negoziati multilaterali sugli appalti pubblici di servizi entro due anni dalla data di entrata in vigore dell'Accordo OMC". Questa parte di testo non è mai stata applicata ma costituisce una efficace possibilità per negoziare gli appalti pubblici nei servizi, alternativa alla (fallita) proposta di negoziare un accordo generale sulla trasparenza negli appalti pubblici.

Accesso al mercato per i prodotti industriali (NAMA)

Niente di nuovo. L'accordo recepisce il testo Derbez, rifiutato a Cancun.

E' stato aggiunto solo un punto iniziale che stabilisce la necessità di ulteriori negoziati per concordare specifici elementi. Ricordiamo che i ministri dei paesi ACP avevano formalmente chiesto una modifica sostanziale considerandolo una minaccia di de-industrializzazione per i loro paesi. Il Gruppo dei paesi africani aveva chiesto che non fosse inserito alcun "cappello" di accompagnamento ma che fosse cambiato il contenuto. Da sempre paventano che una ulteriore riduzione delle tariffe sui prodotti industriali significhi una ulteriore riduzione di una forma si reddito per sostenere la già limitata spesa pubblica e la fine delle loro industrie, incapaci di reggere alla concorrenza delle imprese multinazionali, aumentando così la disoccupazione e la povertà.

Purtroppo queste preoccupazioni espresse dal G90 non sono state recepite.

Regole di facilitazione al commercio (Trade facilitation)

Si tratta dell'unico "tema di Singapore" che ha ottenuto il via per la negoziazione di un nuovo accordo multilaterale. Sempre il G90 aveva delle perplessità al riguardo temendo che la semplificazione e la riforma delle procedure doganali potesse costituire un onere finanziario eccessivo per molti paesi poveri.

Altri temi di Singapore (Singapore Issues)

Niente da fare per investimenti, regole di concorrenza e trasparenza negli appalti governativi.

Non c'è neppure stata discussione su questi tre punti. Lamy aveva ben compreso che non era ancora giunto il momento per riproporli. La cancellazione di questi tre temi costituisce la novità più radicale rispetto al testo Derbez di Cancun.

Sviluppo (Development)

Il tema dello sviluppo è stato ristrutturato in quattro sottosezioni: principi, assistenza tecnica, implementation e altri temi relativi allo sviluppo ma è rimasto immutato nella sostanza. Si tratta di generiche dichiarazioni di attenzione verso le esigenze dei paesi in via di sviluppo. Nell'ultima versione è comparsa la data del luglio 2005 come impegno del Consiglio generale per "rivedere i progressi e prendere qualsiasi azione appropriata" rispetto al tema implementation (problemi affrontati dai PVS nell'applicazione degli attuali accordi); ma su questo punto si è promesso così tanto in passato e tante sono le scadenze non rispettate da risultare molto difficile credere a questa nuova dichiarazione. Fa sorridere che l'unico punto specifico citato riguardi le indicazioni geografiche dei prodotti agricoli, evidentemente l'UE ha premuto per far figurare nella parte relativa allo sviluppo un cavallo di battaglia tanto caro ai nostri ministri.

Cosa non c'è

In agricoltura siamo ancora lontani da un approccio teso a realizzare gli obiettivi stessi scritti nel preambolo dell'AoA: "instaurare un sistema di scambi agricoli equo e orientato verso il mercato". Tantomeno il testo è strutturato per garantire lo sviluppo dell'agricoltura in modo da sfamare tutti gli abitanti del pianeta.

Il mercato agricolo è radicalmente differente da quello industriale, è caratterizzato da un elevato numero di produttori e da un numero esiguo di traders e di industrie di processo. Questi ultimi vogliono ottenere materie prime per le proprie industrie di trasformazione a costi al ribasso. Vogliono uniformare i gusti alimentari e non riconoscono che il cibo non è una merce per la sua natura, la sua origine, i suoi modi e mezzi di produzione. E' a loro che fanno comodo i sussidi. L'AoA direziona l'agricoltura dentro questo sistema spingendo verso le esportazioni quando il 90% della produzione agricola rimane all'interno di mercati locali o regionali. Lo stesso concetto anima la CAP e la Farm Bill e anche le politiche di India e Brasile tendono a favorire i grossi esportatori piuttosto che un'agricoltura di aziende di piccole dimensioni. I sussidi disaccoppiati UE che finiscono nella categoria di quelli consentiti dal WTO continuano a premiare i grossi proprietari terrieri e non servono allo sviluppo rurale, a difendere le produzioni tipiche e a favorire una agricoltura che fornisca cibo salutare. Il breve passaggio sulla Green Box non affronta il problema di questi sussidi che sono disegnati per sostenere una agricoltura di tipo industriale.

L'accordo si sofferma sulle STE ma il discorso semplice e vero è che i governi devono prevenire il fatto che imprese privati o statali che siano, vendano commodities al di sotto del costo di produzione e smettano di finanziarle attraverso i sussidi. Quando nel paragrafo 18 si accenna al tema della riduzione del potere dei monopoli ci si limita alle State Trading Enterprises (STEs) ma il potere di queste imprese statali, anche di quelle principali come la canadese Canadian Wheat Board è molto inferiore a quello di imprese come la Cargill.

L'altro tema dimenticato è quello della stabilizzazione dei prezzi delle materie prime agricole. Il problema del continuo abbassamento dei prezzi colpisce da anni i paesi poveri e recentemente il problema è stato sollevato anche attraverso documenti ufficiali presentati in seno al WTO. Ad esempio la proposta di Kenya, Uganda e Tanzania (WT/COMTD/W/130) è stata completamente ignorata. Al recente (maggio 2004) vertice UNCTAD (UN Conference on Trade and Development di San Paolo i governi si sono impegnati per creare una International Task Force on Commodities ma in questo testo non c'è alcun riferimento.

L'Africa

Se in questa ministeriale il G20 ha confermato il suo ruolo di primo piano, il gruppo dei G90 non è riuscito a far valere le proprie ragioni. Come si era intuito a Cancun, la gestione bipolare (USA-UE) del WTO è terminata, ma la nuova stagione multipolare appena avviata esclude ancora le istanze dei paesi più poveri del pianeta. L'Africa, in particolare, è stata ancora una volta marginalizzata ed ignorata. I coltivatori del Benin del Mali, del Burkina Faso e del Ciad ingoiano da Ginevra un nuovo boccone di vuote promesse.

La prima bozza di dichiarazione finale del Vertice del 16 luglio 2004

La seconda bozza di dichiarazione finale del Vertice del 30 luglio 2004

La dichiarazione finale del Vertice del 31 luglio 2004

 

Cancun: Vertice fallito!

Come ormai ben saprete la quinta conferenza ministeriale di Cancun ha bissato il risultato di quella di Seattle, nel 1999.

Ma c'è una differenza tutt'altro che secondaria fra i due vertici: mentre a Seattle furono le profonde divergenza fra Unione Europea e Stati Uniti a decretarne il fallimento, qui a Cancun, i due colossi del commercio mondiale sono stati messi nell'angolo del ring WTO, schiacciati dall'iniziativa dei paesi in via di sviluppo (PVS) capitanati da Brasile, Cina ed India.
Il 10 settembre, commentando l'apertura del vertice, il New York Times aveva scritto che USA ed UE non potevano continuare a stabilire le regole del commercio da sole ("No longer can the two richest trading powers set the world's trading rules on their own."); Lamy e Zoellick, non hanno voluto comprendere questa realtà: il mondo è cambiato, la globalizzazione ha lasciato 4 miliardi di persone dipendenti ancora dalla terra e anche se contadini, pescatori e tessitori sono categorie lontane dalla nostra realtà, la realtà è questa e siamo noi ad esserne lontani.
A Cancun è la realtà del mondo ad essere riemersa, sepolta da anni di green room e di ricatti.

Commentando il vertice di due anni orsono a Doha, scrivemmo che il WTO non aveva alcuna necessità di un nuovo round ma di una riforma radicale che affrontasse e risolvesse i problemi che Seattle aveva evidenziato. "Senza mettere mano in queste pieghe" il nuovo round sarà solo la foglia di fico per nascondere un peccato originale", i due anni seguenti ci hanno dato ragione.
Ora, quello che ci preme è che si apra un nuovo orizzonte nelle trattative multilaterali.
Miliardi di persone hanno urgente bisogno di regole che non stringano come un cappio al collo le loro vite, ma che diano loro la possibilità di vivere dignitosamente.
La soddisfazione del fallimento di Cancun non ci fa dimenticare queta realtà.

La prima bozza di dichiarazione finale del Vertice del 18 luglio 2003

La seconda bozza di dichiarazione finale del Vertice del 24 agosto 2003

La dichiarazione finale del Vertice del 14 settembre 2003

L'accordo sull'accesso ai farmaci del 30 agosto
Commento a questo accordo

Nostri commenti sulla Conferenza:

9 settembre
11 settembre
12 settembre
26 settembre
Capire Cancun

Link esterni:
Sezione web WTO su Cancun
Sito Ufficiale del Vertice
Copertura speciale dell'ICTSD
Sezione della Commissione Europea

 

Doha

Se l'economia va bene, ci dicono "abbiamo bisogno di un nuovo round per evitare di ricadere nel protezionismo"; quando le cose non vanno bene, ci dicono "abbiamo bisogno di un nuovo round per evitare il protezionismo e superare il brutto momento della global economy".
La domanda è: quando esattamente non avremo bisogno di un nuovo round?

Ambasciatore Ransford Smith, Jamaica

Qatar 2001: 4° Meeting Ministeriale

Con un giorno in più rispetto al programma previsto, è terminata a Doha, in Qatar, la Quarta Conferenza Ministeriale.

Come fortemente voluto dai paesi Occidentali, è stato stabilito l'avvio di un nuovo ciclo di negoziati che occupera i 144 paesi membri almeno per i prossimi tre anni.

La dichiarazione finale del Vertice

La dichiarazione sul TRIPS e l'accesso ai medicinali

Documento completo di Analisi

Analisi della Dichiarazione punto per punto


Le notizie pervenute durante la Conferenza di Doha:

La dichiarazione del Ministro Marzano a Doha
(10 novembre 2001 - nostra traduzione da originale WTO in inglese)

Notizie Precedenti il Vertice:

Alcuni links:
su Doha
Sito Ufficiale di Doha
Copertura speciale dell'ICTSD
Sezione della Commissione Europea
Ambasciata Italiana in Qatar
Ambasciata Americana in Qatar

Analisi dei risultati di Doha: Premessa

Dal 9 al 14 novembre, occupando un giorno in più dei cinque previsti, la WTO (l'Organizzazione Mondiale del Commercio) ha tenuto a Doha, in Qatar, la sua quarta Conferenza Ministeriale. La precedente Conferenza si era svolta negli Stati Uniti, a Seattle, e si era rivelata un autentico fallimento non riuscendo a trovare un accordo conclusivo per il lancio di un nuovo ampio ciclo di negoziati, denominato, Millennium Round.

Nei due anni successivi l'organizzazione guidata da Mike Moore, ha tentato pazientemente di riannodare i fili lacerati, tentando di creare il consenso necessario per avviare un ciclo di negoziati sostanzialmente identico a quello abortito due anni prima. Il pressing è stato rivolto verso i paesi in via di sviluppo, recalcitranti a nuovi accordi a causa delle difficoltà incontrate nell'applicazione di quelli firmati nel 1994 a Marrakesh, quando venne creata la WTO.

Secondo le promesse post-Seattle, i due ultimi anni avrebbero dovuto servire proprio a risolvere questi problemi.

Nella realtà questo non è accaduto e tutte le richieste dei PVS sono confluite (irrisolte) nella bozza del documento da approvare a Doha. In questo testo sono state inserite anche le richieste di avvio di negoziati nei settori degli investimenti, delle regole di concorrenza, della spesa pubblica e della facilitazione al mercato, che costituivano i punti fortemente sostenuti dall'Unione Europea.

All'apertura di Doha ci si è perciò ritrovati praticamente nelle stesse condizioni di Seattle: identiche le richieste dei Paesi ricchi, identiche le lamentele del resto del mondo, ulteriormente deluso per gli ulteriori due anni di mancate promesse. Profondamente cambiato invece lo scenario della Conferenza.

Seattle fu teatro delle più note manifestazioni di piazza del movimento etichettato dai mass-media come no-global. Ampia fu la partecipazione da parte della stampa ( 2.700 giornalisti accreditati ) e ben 650 le ONG presenti con circa 1300 rappresentanti.

A Doha sono giunte circa 3.800 persone, con delegazioni meno folte (di soli 51 elementi quella americana, di 508 di quella dell'Unione Europea), 808 giornalisti e circa 380 rappresentanti di ONG.

Ma soprattutto Doha si è svolta dopo due mesi dagli attentati di New York e Washington, anzi è stato l'unico Vertice di alto livello non cancellato (si pensi a quello della FAO) e rilanciato, nel clima di guerra, come risposta all'attacco terroristico.

Analisi dei risultati di Doha: Prima della Conferenza

Riassumiamo gli ultimi quattro mesi, quelli in cui l'attività diplomatica è stata particolarmente intensa.

4 luglio. Conferenza dei Ministri appartenenti ai Paesi Meno Sviluppati (Less Developed Countries LCD), a Zanzibar; essi dichiarano di non essere pronti a negoziati su nuovi temi (investimenti, concorrenza ecc...).

29 luglio. Incontro a porte chiuse a Talloires, in Francia, convocato da Unione Europea e Stati Uniti d'America. Vi partecipano il segretariato WTO, USA, UE, Canada, Korea, Messico, Singapore, Svizzera, Tailandia, Australia, Brasile, Sud Africa, Cile, Nuova Zelanda, Marocco ed Uruguay, con l'intento di trovare una convergenza su investimenti, ambiente, regole di concorrenza, spesa pubblica, diritti di proprietà intellettuale.

30/31 luglio. "Reality Check", test sull'avanzamento verso Doha fra i Paesi Membri a Ginevra. Mike Moore dichiara che il nuovo round è nell'interesse di tutti i membri, l'UE afferma che c'è convergenza sui temi, mentre Pakistan, India, Malesia, Indonesia, Giamaica, il gruppo dei paesi meno sviluppati (30 Paesi membri) e quello dei paesi africani (41 Paesi) indicano divergenza su di essi. La dichiarazione di chiusura riconosce che rimane un'ampia differenza fra alcune delegazioni e le altre che non desiderano un allargamento dell'agenda dei negoziati o vogliono un ampliamento molto limitato.

Agosto. Mentre la sede di Ginevra è chiusa per ferie, il direttore generale e il segretariato effettuano alcuni viaggi di promozione in America Latina. Incontrano leaders e imprenditori in Messico, Guatemala, Honduras, El Salvador, Nicaragua, Panama, Rep. Dominicana e Costa Rica.

31 Agosto - 1 settembre. Mini Incontro Ministeriale in Messico. Diciassette Paesi si incontrano (col segretariato WTO) per procedere verso un'agenda condivisa per Doha. Segue la polemica fra alcuni dei Paesi non invitati, il segretariato WTO ed il Messico che si palleggiano la responsabilità degli inviti. Qualcuno l'ha definita una sorta di green room viaggiante.

19 - 23 settembre. Comunità Economica Africana: Conferenza dei ministri del Commercio in Nigeria. Nella Dichiarazione finale viene ribadita la contrarietà a nuovi temi da negoziare e si raccomanda di approfondire l'analisi degli effetti passati e futuri della liberalizzazione.

26 settembre. Viene diffusa la prima bozza della Dichiarazione di Doha

1 ottobre General Council informale sul tema dell'applicazione degli accordi (implementation). Dichiarazioni di disappunto su questo tema nella bozza del 26 settembre, da parte di Egitto, Indonesia, Malesia, Cuba, Honduras, Pakistan, Giamaica, Kenia, India e Paesi meno sviluppati.

2 ottobre. Dichiarazioni critiche sulla bozza da parte di 30 Paesi Meno Sviluppati, India, Indonesia, Giamaica, Malesia e Pakistan

13-14 ottobre. Secondo Mini Ministeriale a Singapore a cui partecipano 21 Paesi. Le dichiarazioni finali sono quasi tutte ottimistiche.

22 ottobre. Dichiarazione Congiunta del gruppo G77 e della Cina. Si esprime disappunto per il tema dell'applicazione degli accordi attuali (implementation), si chiede l'applicazione del Trattamento Speciale e Differenziato per i PVS.

26 ottobre. Bozza della dichiarazione sul TRIPS contenente una formulazione alternativa: la prima a favore delle richieste dei PVS, la seconda sostenuta dall'Occidente (USA e Svizzera in testa).

27 ottobre. Seconda versione della bozza di Dichiarazione Ministeriale.

31 ottobre. General Council. Mike Moore annuncia che non ci sarà un'altra bozza e che quello del 27 ottobre sarà il testo consegnato ai ministri che arriveranno a Doha

Analisi dei risultati di Doha: A Doha come sulla luna

"Nel mio ufficio di Bruxelles ho una vignetta con due negoziatori del commercio internazionale che sono atterrati sulla luna. Uno dice all'altro: "Grazie al cielo i nostri negoziati saranno finalmente al sicuro da minacce alla democrazia". "Quando sono arrivata a Doha mi sono convinta che il segretariato WTO avesse in mente quella vignetta quando decise questa sede". Caroline Lucas, Parlamentare Europa dei Verdi, membro della Delegazione a Doha.

I circa 3.800 invitati alla Conferenza hanno effettivamente trovato una situazione lunare in Qatar, alle già rilevanti misure di sicurezza previste da tempo, si sono aggiunte quelle stabilite dopo l'11 settembre. Durante i sei giorni dell'incontro, ha funzionato un Comitato Unico che ha vegliato sui 6 gruppi creati allo scopo di facilitare il raggiungimento di un accordo:

Agricoltura (facilitatore: George Yeo, Ministro Commercio e Industria, Singapore)

Implementation (facilitatore: Pascal Couchepin, Ministro dell'Economia, Svizzera)

Ambiente (facilitatore: Heraldo Munoz Valenzuela, Sottosegretario Affari Esteri, Cile)

Regole (facilitatore: Alec Erwin, Ministro Commercio e Industria, Sud Africa )

Nuovi Temi (facilitatore: Pierre Pettigrew, Ministro Commercio Internazionale, Canada)

TRIPs (facilitatore: Luis Ernesto Derbez Bautista, Segretario alle Finanze, Messico )

Il lavoro svolto in questi gruppi di lavoro non è sempre stato trasparente e lineare poiché il calendario dei loro incontri non è sempre stato comunicato a tutte le delegazioni. Inoltre gran parte del lavoro non si è svolto al loro interno ma nei numerosi incontri bilaterali fra le varie delegazioni.

UE ed USA hanno fatto uso di promesse di aiuto e di facilitazioni commerciali per convincere i PVS, proseguendo una linea intrapresa prima di Doha. Gli USA ad esempio avevano fatto pressione per convincere della necessità di negoziare l'accordo relativo alla spesa pubblica (appalti governativi) minacciando la revoca dello stato preferenziale in alcuni accordi a paesi come l'Honduras e la Rep. Dominicana. L'UE da tempo premeva sui Paesi ACP (78 di cui 56 membri WTO) promettendo, in cambio del sostegno al nuovo round, l'accettazione da parte del WTO del recente accordo di Cotonou (successore di quello di Lomè).

In agricoltura l'UE ha assunto una posizione inflessibile (contrariamente ad alcune dichiarazioni fatte alla vigilia) e la richiesta dei PVS di istituire una "development box", che contenesse misure a difesa del diritto al cibo e al sostentamento dei piccoli agricoltori, dopo un iniziale interesse ha perso sostegno, anche perché la dichiarazione contenuta nella bozza era un capolavoro di equilibrismo: un castello di carte che sarebbe crollato spostando, togliendo o aggiungendo una carta.

Anche il tema "implementation", nonostante i PVS insistessero nell'affermare che il tema non fosse da legare all'avvio di un nuovo round, veniva subito legato al procedere dei negoziati negli altri gruppi tematici.

Sul TRIPS si discuteva su quale delle due opzioni alternative dovesse essere scelta; Oxfam (celebre ONG inglese) riportava che Inghilterra, Irlanda, Danimarca e anche la nostra Italia si schieravano a sostegno della prima opzione (quella pro-PVS); Nuova Zelanda, UE, Nigeria, USA, Zimbawe, India, Brasile e Kenia venivano incaricate dal facilitatore Messicano a scrivere la pozza da proporre a tutta l'assemblea; bozza che veniva presentata nella sua forma definitiva il 13 novembre.

Nel frattempo nasceva un nuovo gruppo di lavoro dedicato a Industria, Natura e Turismo col compito di occuparsi di biodiversità, standard di lavoro e riforma del sistema di risoluzione delle dispute.

Cresceva la discussione sul tema ambiente, o meglio crescevano le pressioni dell'Unione Europea, insieme alla convinzione, da parte degli altri delegati, che l'UE avrebbe in seguito rinunciato a tali proposte in cambio di qualcos'altro su altri tavoli. Sui "Singapore Issues" si andava verso la definizione di un ulteriore mandato biennale di studi e del successivo lancio di negoziati dopo la quinta Conferenza Ministeriale, ma alcuni Paesi continuavano ad opporsi all'automatismo dell'avvio di negoziati.

Sui tessili USA, Canada ed UE (a sinistra l'immagine del negoziatore Europer Pascal Lamy), con l'Italia attivamente impegnata, si dichiaravano assolutamente impossibilitati ad anticipare le tappe della liberalizzazione dei loro mercati. Buone notizie arrivavano invece dal gruppo sulle Regole, dove veniva meno la resistenza degli USA alla revisione dell'accordo Anti-dumping.

Il ritmo si faceva quindi sempre più frenetico e confuso, ma nella nottata fra il 13 e il 14 non si riusciva a trovare un accordo. L'India, mantenendo le promesse della vigilia, si mostrava irriducibile sui "Singapore Issues", in particolare sugli investimenti.

Il negoziato continuava ad oltranza e veniva risolto anche grazie all'intervento del padrone di casa (il Ministro del Commercio del Qatar) che chiariva che la specificazione inserita nel testo stabiliva che la decisione sui nuovi negoziati veniva rimandata alla Quinta Conferenza Ministeriale.

Quando ormai tutti i rappresentanti delle ONG e molte delegazioni erano tornate in patria, nella sera del 14, il ministro Youssef Hussain Kamal poteva finalmente presentarsi di fronte ai delegati superstiti e chiedere l'adesione al testo della Dichiarazione finale, pronunciando la fatidica frase:

"May I take it that this is agreeable to members?" (posso considerare che tutti i Paesi membri sono d'accordo [sulla dichiarazione finale]?)

L'applauso liberatorio dell'assemblea poneva La parola fine sul vertice di Doha, legando il nome della capitale Araba al nono ciclo di negoziati GATT/WTO.

Analisi dei risultati di Doha: La dichiarazione sul TRIPS e la salute pubblica

L'Accordo sugli aspetti dei diritti di proprietà intellettuale relativi al commercio è certamente stato uno dei più difficili da far digerire alla maggioranza dei paesi del Sud membri della WTO, al termine dell'Uruguay Round. L'unico interesse che potevano avere era legato alla possibilità che l'accordo favorisse, non si sa come, un trasferimento di tecnologie e conoscenze ai loro Paesi. La realtà ha evidenziato che conoscenze e risorse naturali hanno fatto il percorso inverso.

Anche l'ONU aveva dedicato la propria attenzione a questo accordo.

Dal punto di vista dei medicinali, il bubbone era scoppiato col processo di Pretoria, quando un cartello di multinazionali si era esposto in prima persona contro il governo Sud Africano.

La mossa era stata però eccessivamente avventata, un po come era accaduto col MAI, la golosità era stata troppa.

La reazione dell'opinione pubblica consigliò ai consigli di amministrazione di retrocedere per evitare danni superiori all'eventuale vittoria legale.

La dichiarazione approvata a Doha nasce anche da lì, perché di fronte all'opinione pubblica occidentale e alle richieste dei Paesi in via di sviluppo, non era possibile che l'argomento non venisse trattato e, se si voleva avere qualche speranza di risolvere il vertice positivamente, una risposta decente andava fatta.

La bozza preparata prima di Doha prevedeva una formulazione alternativa.

La prima formulazione era nella direzione indicata dai PVS, la seconda era di diverso tono: "Affermiamo la possibilità dei Paesi membri di utilizzare, in modo completo, le regole del TRIPS che forniscono la flessibilità necessaria a risolvere i problemi di salute pubblica come l'HIV/AIDS e altre epidemie... concordiamo che questa dichiarazione nulla aggiunge e nulla toglie ai diritti e ai doveri imposti ai Paesi membri dall'Accordo TRIPS" ed era sostenuta soprattutto dalla Svizzera e dagli Stati Uniti.

La versione approvata va nella direzione indicata dalla prima opzione della bozza, anche se in quella formulazione il tono era diverso poiché stabiliva che "Nulla nell'accordo TRIPS deve impedire ai Paesi membri di prendere misure per proteggere la salute pubblica". La versione concordata (tradotta in modo letterale per evidenziare i verbi utilizzati) recita così:

"Concordiamo che l'Accordo TRIPS non e non dovrebbe impedire ai Paesi Membri di prendere misure per proteggere la salute pubblica. In conformità con ciò, mentre riaffermiamo il nostro impegno rispetto al TRIPS, affermiamo che questo Accordo può e dovrebbe essere interpretato ed applicato in maniera da sostenere il diritto dei Paesi membri a proteggere la salute pubblica e, in particolare, a promuovere l'accesso ai medicinali per tutti."

Inoltre, nella bozza pre-Doha, il paragrafo terminava con queste parole "to ensure access to medicines for all" (per assicurare l'accesso ai medicinali a tutti). La versione approvata a Doha diciamo che è meno ambiziosa perché il paragrafo termina così: "to promote access to medicines for all", cioè per promuovere l'accesso ai medicinali per tutti.

La dichiarazione prosegue specificando in cosa consiste la flessibilità di cui si parla ed è una cosa importante perché in effetti il TRIPS prevede al suo interno una certa flessibilità, il problema era che anche cifre così tragiche come quelle diffuse dalla Banca Mondiale sull'epidemia da AIDS in Africa non erano giudicate sufficienti dalle società farmaceutiche per parlare di crisi. La dichiarazione stabilisce che a decidere cosa sia una crisi sarà il Paese membro e che in tali situazioni si possono fabbricare medicine (brevettate) a basso costo utilizzando la cosiddetta licenza obbligatoria (compulsory license ).

Si tratta di quello che attualmente fanno Paesi come l'India che ha una industria farmaceutica in grado di produrre farmaci a costi molto minori rispetto agli originali perché le leggi indiane riconoscono i brevetti sul metodo di produzione ma non sul prodotto finale, il che significa che studiando la composizione di esso riescono a produrlo. Rispetto a questa situazione la dichiarazione potrebbe permettere di continuare con questo sistema anche dopo il 2005, data entro la quale L'India deve adeguarsi al TRIPS.

Il Paragrafo 6 riguarda le cattive novità della dichiarazione, ovvero il limite che rimane rispetto alle importazioni parallele, limite che colpisce i Paesi che non hanno capacità produttive in campo farmaceutico. Per risolvere questo problema viene dato mandato al Comitato che sovraintende al TRIPS di trovare una soluzione entro la fine del prossimo anno.

L'ultimo paragrafo della dichiarazione chiede ai Paesi Sviluppati di stabilire incentivi alle loro società commerciali e alle loro istituzioni perché promuovano il trasferimento di tecnologie ai Paesi meno Sviluppati. Concorda che questi Paesi fino al 2016 saranno esentati dal dover adeguarsi al TRIPS per quanto riguarda i prodotti farmaceutici (per la precisione alle regole su brevetti e layout di circuiti integrati).

Analisi dei risultati di Doha: I risultati della Conferenza

Nel suo messaggio, Kofi Annan, per bocca di Rubens Ricupero, Segretario Generale dell'UNCTAD, aveva chiesto ai delegati che il nuovo ciclo di negoziati fosse un ciclo per lo sviluppo non solo nel nome ma nella sostanza.

Il nome development round è stato infatti molto utilizzato prima di Doha e anche in alcuni commenti successivi.

Possiamo dire che il ciclo di negoziati stabilito è a favore dello sviluppo?

Cosa sarebbe a loro favore?

1. La dichiarazione su TRIPS e salute pubblica (di cui parliamo in un box a parte);

2. L'apertura di trattative su Antidumping e Sussidi e Misure cautelative, poiché il primo è stato ampiamente utilizzato dai Paesi ricchi per "stoppare" le esportazioni dei PVS in settori sensibili.

3. I due nuovi gruppi di studio su Debito e Finanza e sul trasferimento di tecnologie, voluti dai PVS ma che non credo daranno risultati tangibili, perlomeno nell'immediato.

4. Il blocco per altri due anni dei negoziati sui quattro nuovi temi di cui si era iniziato a Parlare a Singapore (investimenti eccetera).

5. Infine, va considerata positivamente anche la promessa di considerare nei vari negoziati i punti di competenza relativi all'implementation.

Ma si tratta, è facile notarlo, di vittorie difensive, i PVS non hanno fatto alcun goal alla squadra avversaria, hanno evitato di prenderne alcuni. Non è poco considerando il fatto che il campionato WTO non è diviso per categorie ed ammette squadre estremamente forti come USA ed UE e squadre che potremo definire di livello dilettantesco, a loro confronto.

Vi sono due ulteriori note da fare: la prima è che tutti i documenti scritti dai PVS negli ultimi anni contenevano due punti fondamentali per i quali erano richiesti degli interventi: agricolura e tessili; da Doha, i PVS sono tornati con la borsa della spesa vuota.

Secondariamente dal prossimo mese partiranno i negoziati oltre che le discussioni in almeno 9 gruppi di studio o Comitati. Questi paesi hanno rappresentanze molto limitate a Ginevra, mediamente staff di tre persone contro le otto dei paesi industrializzati, e non si occupano solo di WTO ma di tutte le altre istituzioni internazionali con sede o uffici a Ginevra. Avevano già ora grossi problemi nel reperire personale per seguire simultaneamente tutti i comitati e i gruppi, da gennaio ne avranno ancora di più.

Perciò parlare di ciclo di negoziati a favore dello sviluppo appare fuori luogo.

Secondo alcuni commentatori appare fuori luogo anche parlare di nuovo round, sarebbe più opportuno parlare di mini-round poiché il numero di temi in agenda è piuttosto limitato; rispetto a quelli già previsti c'è la sola aggiunta delle tariffe industriali e dell'Accordo Antidumping, il resto era già nell'agenda implicita della WTO. Sia l'USTR (il Dipartimento per il Commercio USA), che la UE parlano di agenda "ambiziosa" per i prossimi tre anni, forse perché considerano anche i "Singapore Issues" nel paniere, dando per scontato che fra due anni saranno anche loro nella partita. Ci sembra però che, nuovi o vecchi che siano, i temi in agenda non siano pochi.

E per le persone "normali" che vivono nel Nord del mondo, che non trovano particolari emozioni nelle molteplici suonerie dei cellulari e sono ancorate a vecchi desideri come un cibo sano e genuino, un lavoro che non occupi l'intera giornata, un ritmo di vita che non sia una corsa e che quando vedono un paesaggio o un altro essere umano non pensano subito a delle "risorse", cosa porta di nuovo Doha?

Riguardo alla salute dei cibi, l'UE aveva fra i suoi punti salienti il principio precauzionale, di cui ampiamente si era parlato riguardo alla causa sulla carne agli ormoni, ma nel testo finale non c'è alcun riferimento ad esso; riguardo allo sviluppo sostenibile non ci sono grandi notizie. I nuovi negoziati sull'ambiente sono un antipasto e non è neppure molto chiaro quale sarà il risultato a cui porteranno.

Se l'UE avesse voluto avere una posizione autenticamente ambientalista, più che proporre nuovi negoziati, avrebbe cercato di far si che sui tavoli di quelli agricoli e dei servizi si negoziassero regole favorevoli alla protezione e non allo sfruttamento delle risorse naturali. Infine, riguardo ai servizi, non c'è stata alcuna discussione sulla necessità di preservare quei servizi di base che rendono davvero umana la vita.

Acqua, sanità e cibo rimangono bisogni a cui il mercato darà risposta.

Ma il giudizio finale dei risultati di questa Conferenza ha importanza relativa. Saranno i prossimi tre anni a dare risultati tangibili, a trasformare le promesse in regole, a far comprendere il significato di certi termini espressi al condizionale.

Riconosciamo con soddisfazione il peso crescente che i PVS stanno guadagnandosi e speriamo che nelle trattative questo si consolidi. Ma è stato profondamente sbagliato pensare al lancio di un nuovo ciclo di negoziati come panacea degli attuali problemi del sistema multilaterale impersonificato dalla WTO.

Quello che la WTO doveva assolutamente decidere a Doha, non era un "development round", ma una riforma che la mettesse in grado di affrontare i problemi emersi a Seattle e lasciati nel limbo in questi due anni.

Senza mettere la mano in queste piaghe, senza riconoscere che nel '95 venne creata una istituzione straordinariamente potente ma "leggera" nella struttura e nella definizione degli obiettivi e dei limiti, senza porre mano alla definizione di questi limiti e di nuove modalità operative, il nuovo round sarà solo una foglia di fico per nascondere un peccato originale.

Analisi dei risultati di Doha: L'Agenda

A gennaio saranno avviati i negoziati su questi argomenti:
  • Agricoltura
  • Anti-Dumping
  • Commercio ed Ambiente
  • Implementation (trasversale in tutti i settori)
  • Relazione fra Accordi Regionali e WTO
  • Servizi
  • Sistema di gestione delle dispute
  • Sussidi e Misure Cautelative (in particolare sussidi alla pesca)
  • Tariffe industriali
  • TRIPS

È stato dato mandato di studio su particolari argomenti a questi gruppi:

  • gruppo di lavoro sulla relazione fra commercio ed investimenti
  • gruppo di lavoro sulla relazione fra commercio e regole di concorrenza
  • gruppo di lavoro sulla Trasparenza negli appalti governativi
  • Comitato per il Commercio delle merci (facilitazione al commercio)
  • gruppo di lavoro sul commercio elettronico
  • Comitato Generale (per le piccole economie)
  • gruppo di lavoro su commercio, debito e finanza (nuovo organismo da creare)
  • gruppo di lavoro su commercio e trasferimento di tecnologie (nuovo organismo da creare)
  • Comitato su Commercio e Sviluppo (revisione del Trattamento Speciale e Differenziato)

Il Doha (Development) Round

Alla Conferenza Ministeriale di Doha, in Qatar, è stato concordato l'avvio di un nuovo ciclo di negoziati, il nono nella storia GATT/WTO.
Inizialmente la sua conclusione era prevista per la fine del 2004 ma, come ampiamente previsto, il negoziato ha incontrato notevoli ostacoli ed è tuttora in corso. E' possibile ripercorrere tutte le fasi delle trattative attraverso le pagine riservate agli incontri ministeriali e al consiglio generale di Ginevra del 2004 e consultando i notiziari raccolti nella apposita sezione.

Ecco gli argomenti oggetto di negoziato:
  • Agricoltura
  • Anti-Dumping
  • Commercio ed Ambiente
  • Implementation (trasversale in tutti i settori)
  • Relazione fra Accordi Regionali e WTO
  • Servizi
  • Sistema di gestione delle controversie
  • Sussidi e Misure Cautelative (in particolare sussidi alla pesca)
  • Tariffe industriali
  • TRIPS (documento "il TRIPS prima e dopo Doha" in formato PDF)

Il WTO negotiating show, come gioiosamente chiamato da Pascal Lamy al termine della maratona di Doha, è ufficialmente partito venerdì 1 febbraio 2002, data di chiusura del General Council che ha varato il nuovo Trade Negotiation Committee (TNC), il Comitato che, secondo il testo faticosamente definito all'ultima Conferenza ministeriale, dovrà supervisionare i negoziati del nuovo round. Per mantenere fede alle promesse di assistenza ai Paesi con grandi difficoltà a seguire i nuovi negoziati, Mike Moore ha lavorato sodo per reperire nuovi fondi e l'11 marzo 2002 ha annunciato la creazione del Doha Development Trust Fund, dotato di un budget di 18 milioni di dollari (il contributo italiano è pari ad un milione di euro). I PVS rimangono silenziosi di fronte a questo lavoro, come un funzionario brasiliano ha commentato, avrebbero preferito che i Paesi sviluppati si fossero impegnati in qualche apertura dei loro mercati, anche perche', come ha ricordato qualcun altro, "il problema non e' solo finanziario", ai PVS non servono solo seminari e corsi d'istruzione, ma analisi e studi sull'effetto dei sussidi e della riduzione delle tariffe sulle loro economie in modo da capire le scelte migliori da prendere ai tavoli delle trattative. Nei primi incontri del nuovo round si stanno valutando alcune questioni preliminari, ma in alcuni gruppi il calendario ha gia' posto all'ordine del giorno alcuni temi spinosi. Fra questi quello dei brevetti su cui occorre trovare una soluzione al problema lasciato inevaso dalla dichiarazione di Doha relativa a TRIPS e accesso ai medicinali; quello dei Paesi senza industrie farmaceutiche in grado di produrre farmaci sfruttando la cosiddetta licenza obbligatoria per far fronte a situazioni di emergenza sanitaria.

L'UE ha proposto due possibili soluzioni: modificare l'articolo 31(f) o interpretare l'articolo 30 (eccezioni alla patentabilita'), prevedendo in entrambi i casi delle misure di salvaguardia che garantiscano che i prodotti importati siano utilizzati nel Paese importatore e non ci siano triangolazioni con altri Paesi. Gli USA sinora si oppongono vigorosamente ad ogni emendamento del TRIPS sostenendo piuttosto una moratoria nelle cause verso Membri che esportano medicinali verso Paesi poveri mancanti di capacita' produttiva.
Rilevante l'attività nel settore dei Servizi, dove le imprese del settore sono impegnate da un paio d'anni a far avanzare i negoziati. L'Unione Europea, sulla scia delle pressioni di Vivendi e Suez Lyonnaises des Eaux, sta lavorando perché il maggior numero possibile di Paesi si impegni ad aprire il mercato della fornitura di acqua potabile.
Gli USA invece premono per una revisione della classificazione dei servizi energetici (un residuo delle pressioni Enron ?) e paiono interessati ai servizi sanitari, in linea con la situazione sanitaria nel loro Paese.
La prima fase dei negoziati, prevedeva la consegna entro il 30 marzo 2002 delle richieste di apertura dei settori di loro interesse da parte di ogni Paese agli altri membri WTO. Un mese priam della scadenza, una ONG olandese (http://www.gatswatch.org) riuscì a rendere pubblici sul proprio sito internet 29 di questi documenti inviati dalla Commissione al Comitato 133 (il comitato che occupa dei negoziati commerciali), con la raccomandazione di non rendere pubblico tale materiale. Vivaci le reazioni seguenti la pubblicazione dei documenti.
Council of the Canadians (ONG Canadese), ha messo in evidenza la richiesta di liberalizzazione della fornitura di acqua potabile e la richiesta di eliminare tutte le eccezioni che "difendono" la distribuzione di musica, libri, cd audio e video, giornali. Scott Sinclair, ricercatore del Centro Canadese per le Politche Alternative, ha dichiarato che "L'UE sta cercando di eliminare molte delle eccezioni canadesi inserite nel GATS: dal controllo su proprieta' straniere di terreni, agli accordi sui benefici locali dei progetti energetici, al limite del 10% nella proprieta' di banche Canadesi. E' importante capire che se accettate, queste richieste non solo eliminano politiche esistenti, ma evitano che qualsiasi entita' governativa (federale, provinciale o locale) possa adottare simili opzioni in futuro." Il giorno dopo la pubblicazione, The Guardian, settimanale inglese, annunciava che: l'Unione Europea stava chiedendo una "full-scale privatisation" dei monopoli pubblici in tutto il mondo come prezzo per smantellare la sua politica agricola comune (PAC) nel nuovo round di negoziati". L'Washington Post del 26 aprile, titolava un suo articolo con: "l'Unione Europea chiede di avere in appalto per le Poste Statunitensi", aggiungendo che l'Europa vuole avere accesso al mercato americano dei servizi municipali di acqua potabile e di gestione dei rifiuti.

Si sta discutendo molto anche di movimento di persone, e c'e' una maggior apertura anche da parte del Quad su una "GATS visa", una specie di permesso di soggiorno legata alla presenza commerciale all'estero garantita dal GATS. La differenza sostanziale fra PVS e paesi sviluppati e' che questi ultimi parlano solo di personale ad alta qualificazione mentre i primi vogliono una apertura alle categorie meno "skillate".

Nonostante le costanti smentite si sta lavorando molto sul settore sanitario e su quello dell'educazione. Basterebbe vedere il crescente numero di studi e di analisi reperibili in internet per comprendere che si tratta di settori con mercati appetibili; per non parlare dei meeting, come il Forum on Trade in Educational Services, organizzato a Washington il 23-24 maggio 2002, dall'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) per discutere la crescente importanza del mercato dell'istruzione. La stessa Organizzazione Mondiale della sanità rileva che il commercio nel settore sanitario è piuttosto limitato ma calcolando che le spese sanitarie mondiali sono stimati in 3 trilioni l'anno, anche solo l'1% significherebbe la bella cifra di 30 milioni di dollari all'anno.

EPAs: Accordi di Partenariato Economico UE - ACP

EPAs è l'acronimo inglese di Economic Partnership Agreements, ovvero, Accordi di Partnership Economica che dal 27 settembre 2002 l'UE sta negoziando con 77 paesi dell'Africa, dei Caraibi e del Pacifico. L'obiettivo è quello creare un'area di libero scambio a partire dal 1 gennaio 2008.

Il 27 settembre 2002 sono state ufficialmente avviati i negoziati fra 77 paesi dell'Africa, dei Caraibi e del Pacifico e gli allora 15 paesi membri dell'Unione Europea per creare i nuovi accordi regionali di libero scambio che dal 1 gennaio 2008 manderanno definitivamente in soffitta l'esperienza degli accordi di Lomè.

Qualcuno ha giustamente fatto notare che in quella data a Bruxelles non ci sono state manifestazioni di protesta, come quelle che si svolgono in occasione delle conferenze ministeriali del WTO o a Davos in occasione degli incontri annuali del WEF, eppure gli EPA non sono differenti nella sostanza, dagli accordi WTO, anzi sono peggiori visto che l'UE vi ha inserito temi che i PVS hanno con fatica fatto uscire dall'agenda di Doha.

Ufficialmente il nuovo "partenariato si propone come fine principale la riduzione e infine l'eliminazione della povertà, in linea con gli obiettivi di uno sviluppo durevole e della progressiva integrazione dei paesi ACP nell'economia mondiale".

In realtà il modello di liberalizzazione proposto dall'Europa rientra nella strategia di creare maggiori opportunità di esportazione per le proprie imprese.

Per i paesi ACP i benefici rimangono incerti mentre sono certi gli effetti negativi.

L'UE difende la scelta degli EPA sostenendo che dal 2008 il WTO non farà altri sconti e che pertanto l'architettura di Lomè non era riproponibile.

Ma l'UE non è uno degli attori più potenti in seno all'Organizzazione Mondiale del Commercio? Non potrebbe far valere il suo peso, unito a quello dei paesi ACP (insieme hanno i numeri per essere maggioranza nel WTO), per difendere i diritti dei paesi meno sviluppati?

Invece no, tutti ripetono come un "mantra" che servono nuovi accordi compatibili con le regole del WTO per lottare contro la povertà, favorire la democrazia, il rispetto dei diritti umani e (l'immancabile) sviluppo sostenibile, dimenticando che il problema è che sinora gli accordi stile WTO si sono rivelati incompatibili con questi obiettivi.

I Paesi ACP che aderiranno agli EPA dovranno aprire i loro mercati domestici a quasi tutti i prodotti europei nel giro di un periodo che andrà dal 2008 al 2020. Oltre a questo, il processo prevede la liberalizzazione del settore dei servizi, la protezione dei diritti di proprietà intellettuale, la standardizzazione delle certificazioni e delle misure sanitarie e fitosanitarie, la definizione di regole di concorrenza e di promozione e difesa degli investimenti delle imprese estere.

Per la precisione, prima dovranno creare dei mercati regionali, sei per l'esattezza, in cui valgano le regole di non discriminazione WTO, in cui i mercati dei sevizi siano aperti, i monopoli pubblici siano cancellati, in cui il movimento dei capitali sia libero, i diritti degli investitori esteri protetti, gli appalti governativi non siano più vincolati a scelte di politica economica nazionale e i diritti di proprietà intellettuale siano adeguatamente difesi. Dopodiché l'Unione Europea scenderà in campo "collegandosi" come la periferica di un computer per avere accesso all'intero sistema.

Insomma un formidabile plug & play.

Peccato che questo processo di apertura di economie fra le più povere del pianeta rischia di cancellare entrate fiscali fondamentali per loro bilanci statali; rischia di mettere in ginocchio le loro industrie; riduce gli spazi di politica economica che i paesi occidentali hanno utilizzato per decenni per sostenere la crescita delle loro imprese.

I paesi ACP non hanno nulla da guadagnare neppure da un inasprimento degli impegni sui diritti di proprietà intellettuale (DPI), anzi i loro contadini perderanno il diritto si conservare e scambiare le loro sementi, i loro malati avranno maggiori difficoltà a curarsi mentre ad essere favorite saranno le imprese farmaceutiche in grado di sfruttare le nuove regole per garantirsi i diritti di proprietà derivanti dallo sfruttamento delle risorse biologiche di questi paesi.

I DPI interessano infatti la sicurezza alimentare, l'accesso ai medicinali, il trasferimento e la diffusione della conoscenza, le biotecnologie e la biodiversità.

Insomma l'Unione Europea, dopo aver sfruttato le sue colonie, aver sottratto all'Africa materie prime e esseri umani attraverso l'abominevole tratta degli schiavi, continua la via dello sfruttamento, promuovendo una partnership basata sulle proprie regole e sui propri interessi, proponendosi ipocritamente come sensibile e attenta ai loro interessi.

Esistono delle alternative?

Sì, le alternative ci sono sempre.

La prima via di uscita è fornita dallo stesso Accordo di Cotonou che candidamente prescrive di esaminare:

"tutte le alternative possibili intese ad offrire a tali paesi un nuovo quadro commerciale equivalente alle condizioni esistenti e conforme alle norme dell'OMC.(Art. 37.6)

Possibili alternative sarebbero quelle di limitare l'ampiezza degli EPA, rispettando le posizioni dei paesi ACP in sede WTO, ovvero niente accordo sugli investimenti, spesa pubblica e regole di concorrenza; niente TRIPS-plus e niente reciprocità nelle misure di apertura dei mercati.

Un'altra sarebbe quella di limitarsi ad estendere il trattamento "Everything But Arma", integrato da una riforma delle regole di origine, a tutti i paesi ACP.

L'UE potrebbe utilizzare la propria influenza in sede WTO per modificare le regole della "Enabling Clause" e si potrebbero superare i problemi di compatibilità.

Meglio ancora se l'UE facesse quello che avrebbe dovuto fare dopo il fallimento del vertice ministeriale di Cancun: riformulare la propria politica commerciale, che è parte della politica estera, alla luce dei cambiamenti planetari e dei problemi che viviamo.

I paesi dell'Africa e le piccole isole dei Caraibi e del Pacifico non hanno bisogno di libero commercio ma di un commercio più equo. Hanno bisogno di poter governare senza i limiti imposti dalle istituzioni internazionali governate dai paesi occidentali. Ne hanno bisogno soprattutto i paesi più deboli che non possono permettersi le libertà di una Cina.

Può l'UE cedere sul dogma del libero commercio? Può concedere in economia quella flessibilità che i suoi governi impongono ai propri lavoratori?

Può almeno risparmiare in ipocrisia?

Sì, se crede nei valori della pace, della giustizia, della libertà e dei diritti umani.

Approfondimenti:

parte prima (formato PDF 1,15Mb)
parte seconda (formato PDF 431K)
parte terza (formato PDF 796K)
Allegati (formato PDF 171K)
Scheda EPA (due facciate) (formato PDF 100K)