La nostra missione sta per concludersi. Prima di partire volevamo porgere un ultimo saluto tutti insieme e anche dire un po' di quanto in questi giorni abbiamo vissuto.
Prima di tutto vogliamo ringraziare tutte le persone, e sono tante, che ci hanno accolto e accompagnato con tanta disponibilità e amabilità, perché la missione potesse riuscire nel migliore dei modi. È impossibile per noi fare l'elenco, ma vorremo esprimere la nostra riconoscenza a ciascuna perché veramente abbiamo potuto godere di una calda ospitalità ovunque. Ogni équipe ha una storia molto bella da raccontare. Salutiamo e ringraziamo le autorità e tutti coloro che anche oggi hanno voluto onorarci con la loro presenza. Vogliamo soprattutto esprimere la nostra gioia per aver potuto essere partecipi e testimoni con tutto il popolo congolese di un grande avvenimento, che rimarrà indelebile nella memoria di chi l'ha vissuto e che costituirà anche il "dies natalis" di una storia nuova per la Repubblica Democratica del Congo e per tutta l'Africa. Così noi l'abbiamo presentato nel nostro primo rapporto alle istituzioni nazionali e internazionali. "Tutti gli osservatori della nostra missione sono rimasti impressionati e ammirati dalla quantità e dalla qualità della partecipazione. Gli elettori avevano chiara coscienza di compiere un gesto importante e l'hanno fatto con grande dignità, pazienza e compostezza che hanno permesso di procedere nelle operazioni di voto con una velocità maggiore di quella prevista."
Più che a un impegno civile a molti di noi è sembrata la celebrazione di una festa con la solennità del rito dove tutti avevano il loro compito ed erano coscienti dell'importanza di quello che facevano per tutta la comunità. Nel comportamento silenzioso e rispettoso delle persone, che aspettavano in lunghe file il loro turno, c'era un che di religioso. Uno di voi, a ragione ha detto che sembrava che le persone andavano a votare come si va a prendere la comunione.
Tutti i nostri osservatori hanno i loro "fioretti" da raccontare. Permettete che vi racconti il mio.
Ci trovavamo a Chimpunda a guardare e filmare le lunghe file. Vediamo una signora che portava sulle spalle un ragazzo un po' più grande dei bimbi piccoli che si vedono abitualmente. Ci viene vicino; era un vecchietto, probabilmente suo padre, ormai tutto pelle e ossa, portato come un bimbo dentro la "pagne" di sua figlia. In coda come e con tutti gli altri.
Tutte le persone anziane con cui abbiamo parlato dopo il voto avevano gli occhi che brillavano dalla gioia e dalla fierezza di poter presentare al mondo la testimonianza di un evento bello e riuscito. A tutti noi ha fatto tenerezza la partecipazione delle donne con i loro bambini, ma soprattutto quella degli anziani. Più di tutti essi portavano la speranza della grande attesa, perché più di tutti portavano le ferite e la sofferenza della guerra e della mancanza di democrazia. A molti dei nostri osservatori, guardando alla presenza massiccia e alla compostezza di comportamento ovunque, anche nei villaggi sperduti della savana, come sulle colline è sembrato che il segno apposto nelle schede elettorali fosse come se ogni congolese, anche se analfabeta, volesse porre la propria firma sul Trattato di Pace davanti agli ambasciatori del popolo.
Quel segno per la popolazione delle due province del Kivu a noi sembra abbia voluto significare soprattutto questo: chiudere definitivamente con la guerra e i suoi orrori e aprire il tempo della pace nella democrazia. Riteniamo sia questa la motivazione e il segreto che spiegano la maturità politica della gente, la riuscita e la grande trasparenza del voto di domenica scorso.
Sarà difficile per noi, in Italia, come in Europa, convincere le persone che il risultato di queste prime elezione nel RDC esprimano veramente la scelta libera e cosciente della popolazione, ma faremo tutto quanto ci sarà possibile. Ci impegneremo a promuovere una informazione più rispettosa della realtà congolese e soprattutto perché i governanti e i responsabili politici sociali affianco ai progetti di cooperazione economica finanziaria riconoscano eguale dignità politica agli stati africani intrattenendo in maniera stabile rapporti paritetici a livello di politica estera. Una cosa non riusciremo a trasmettere nei nostri paesi, dove c'è l'abitudine e a volte la noia del voto: noi siamo non solo gli osservatori ma anche i testimoni che nelle due province del Kivu domenica è stata espressa la felicità del voto. E ora permettete che come uno dei responsabili del coordinamento di tutta la missione esprima un ultimo pensiero sul lavoro svolto da questi 60 volontari della società civile italiana.
Prima ho menzionato gli ambasciatori del popolo: sono tutte quelle migliaia e migliaia di persone che hanno lavorato per la formazione civica, per coscientizzare, organizzare e poi far funzionare tutto l'apparato elettorale. Hanno svolto un lavoro enorme, a volte fino al limite della resistenza fisica, ne siamo tutti ammirati.
Non per esaltarci, ma per spiegarvi il senso profondo della nostra gioia, pur essendo stranieri, in quello che abbiamo fatto, anche noi ci sentiamo un po' ambasciatori del popolo congolese. Non solo perché eravamo dentro ai seggi elettorali, ma perché anche noi abbiamo dovuto prepararci con una lunga serie di incontri di formazione, scoprire da soli tutta la rete di rapporti per operare correttamente nelle varie sedi e organizzare tutto il viaggio dall'Italia e i trasporti nel Nord e Sud Kivu e infine svolgere una funzione specifica come osservatori, piccola ma importante e bene accolta da tutti.
Anche noi con la costruzione del SIPA (Simposio Internazionale per la Pace in Africa), celebrato a Butembo nel 2001, ma preparato a Bukavu, ci sentiamo partecipi dell'inizio del dialogo intercongolese, che ha camminato fino alle elezioni del 30 luglio.
Vi sembra una pretesa se diciamo che siamo contenti perché anche noi ci sentiamo in qualche modo cittadini congolesi?
Per finire. I nostri osservatori non avevano mezzi propri per operare; in molti luoghi hanno svolto il loro compito passando da un seggio all'altro a piedi. Una persona di qui autorevole, mi ha sconsigliato di dirlo perché non sarei creduto, io invece di fronte a tutti voglio dirlo, perchè spiega il segreto della nostra motivazione profonda. Tutto quello che queste 60 persone hanno fatto in questi giorni è stato fatto solo per amore del popolo congolese. Nessuno riceverà alcun compenso di qualsiasi genere per i giorni impiegati in tutta l'operazione, anzi ognuno secondo le proprie disponibilità ha dovuto concorrere di tasca propria per la realizzazione del progetto. Qui sta per noi la sorgente della nostra totale trasparenza e per la neutralità, imparzialità richiesta per il nostro compito, e anche il motivo di un po' di fierezza per sentirci ancor più dentro alla festa di tutto il popolo congolese.
Vi ringrazio.
Albino Bizzotto
Bukavu, 3 luglio 2006