La situazione dell'Agenda di Doha a due mesi dall'inizio dell'incontro ministeriale

C'è una sola cosa su cui tutti sono concordi, relativamente al prossimo incontro ministeriale di Doha: che non ci saranno problemi di ordine pubblico! Questa è infatti l'unica certezza rispetto all'incontro che dal 9 al 13 novembre, prossimi, si terrà in Qatar, due anni dopo Seattle.

Questa certezza si basa sul fatto che in questo paese non sono permesse manifestazioni pubbliche e che i visti d'ingresso concessi ai membri di ONG sono stati già definiti in numero molto contenuto.

Su tutto il resto, su cosa si discuterà, se sarà lanciato un nuovo round di negoziati e su quali temi, rimane invece una completa incertezza a meno di due mesi dall'inizio del vertice.

L'eredità di Seattle

La WTO si presenterà ai suoi massimi livelli dopo due anni di diffcile e lenta "digestione" del fallimento di Seattle e l'agenda di Doha parte proprio da tutti i temi "inevasi" due anni orsono.

Innanzitutto agricoltura e commercio dei servizi, i cui negoziati per la revisione dei relativi accordi sono già in corso da quasi due anni. L'agricoltura è un tema da sempre controverso, tant'è che l'accordo esistente è piuttosto blando rispetto ad altri e vede una forte sollecitazione verso una maggior liberalizzazione da parte del Cairns Group, il gruppo che raccoglie i paesi maggior produttori agricoli. Il tema è molto delicato per i paesi in via di sviluppo poiché l'agricoltura in questi paesi è l'attività più praticata e difendere le produzioni nazionali diventa un fattore essenziale per sostenere le loro economie e garantire cibo per tutti. Ma altrettanto delicato è per l'Unione Europea che per sostenere il settore impegna ingenti cifre, questo giustifica il fatto che l,'UE spinga vigorosamente per un nuovo round con un'agenda molto ampia di temi, in modo da poter meglio difendere la usa posizione protezionista nel gioco incrociato delle trattative. Gli Usa, dal canto loro, anche se a parole hanno spesso tenuto una posizione simile a quella del Cairns Group, hanno anch'essi una politica agricola di ingenti sussidi da difendere.

Riguardo ai servizi, la partita non è da meno, poiché per questo settore le valutazioni parlano di un fatturato annuale (mondiale) di 2,2 mila miliardi di dollari e d il loro ruolo è essenziale nel creare investimenti nelle infrastrutture che servono all'intera economia di un paese.

Quanto sia appetibile la torta (e a chi), lo testimoniano l'impegno dei tre gruppi di pressione, americano, europeo e giapponese, che da tempo si stanno dando da fare per sostenere i negoziati per la nuova versione del GATS. Ma l'argomento è delicato perché coinvolge un settore molto ampio di attività economiche (sono servizi la manutenzione delle strade, le banche, le agenzie di viaggi, la raccolta dei rifiuti, le scuole, la sanità, la trasmissione della corrente elettrica, gli acuqdotti, le telecomunicazioni, il turismo, ecc...) e perché alcuni servizi sono direttamente connessi con i diritti di base che ogni essere umano dovrebbe vedersi garantiti.

Qualcuno potrebbe obiettare che questi due temi vedono già il cartello "lavori in corso", ma l'inserimento nell'agenda del "development round" (questa la nuova definizione di quello che due anni orsono era il millennium round), renderebbe molto più spedita la loro strada. A loro si aggiungono i cosiddetti "Singapore Issues": investimenti, trasparenza, appalti governativi e facilitazione al commercio, così chiamati perché già se ne era parlato al primo meeting ministeriale, tenutosi a fine '96 a Singapore.

A parte gli investimenti, sul cui significato ci sono pochi dubbi visto il testo in discussione all'OCSE fino a tre anni fa, sugli altri temi non c'è molta chiarezza sulla loro consistenza e rilevanza, nè sulle loro implicazioni, come hanno scritto i 49 paesi meno sviluppati (LCD) in una loro recente dichiarazione.

Alla voce "New issues", si trovano invece regole di concorrenza, commercio/ambiente e commercio e condizioni di lavoro.

Disaccordo totale

Qual'è il grado di consenso su tutto questo? Quasi nessuno.

Le posizioni dei 142 paesi membri della WTO sono molto lontane. Solo la posizione americana (dopo Goteborg) si è avvicinata a quella europea. I pvs rimangono invece molto freddi, anzi, diciamo pure contrari a tutto questo.

Del resto, da tempo stanno chiedendo che prima di affrontare nuovi temi si discuta degli accordi già firmati su cui sono molti i dubbi e le difficoltà applicative (TRIPs, TRIMs, sussidi agricoli, prodotti tessili).

Questo tema, definito come «implementation» nei documenti WTO, non ha raccolto alcuna comprensione da parte del Quad (UE, USA, Canada e Giappone) e, come ha confessato l'ambasciatore malese, «la situazione è scoraggiante, sconfortante, demoralizzante e deprimente».

Sulla stessa lunghezza d'onda sono le prese di posizione degli altri rappresentanti di paesi asiatici ed africani.

L'ambasciatore Pakistano, ha dichiarato che «ci sono cinquanta proposte urgenti relative al tema delle implementazioni, attualmente sembra possibile ci sia una decisione solo su tre di queste. Questo giustifica la valutazione che non ci sono passi avanti e sviluppi positivi "Finché non ci saranno risultati tangibili, è difficile per noi considerare proposte di allargare l'agenda dei negoziati prima di Doha o a Doha». L'ambasciatore Indiano ha riaffermato il rifiuto del suo Paese a discutere di investimenti, appalti governativi, concorrenza e trasparenza.

L'Ambasciatore indonesiano Halida, è stato lapidario: «L'Indonesia è profondamente preoccupata per l'iniziativa di alcuni membri di lanciare un ampio round che includa molti punti. L'Indonesia ha ben imparato la lezione dall'esperienza passata: una proposta che sembra a prima vista equa può avere conseguenze ben diverse e gravi».

I paesi meno sviluppati (49 Paesi di cui 40 membri della WTO) hanno invece concluso il loro incontro a Zanzibar (24/25 luglio 2001), e l'ambasciatore della Tanzania ha dichiarato che «attualmente, per i paesi LCD sono prematuri negoziati multilaterali relativi ad investimenti, politiche di concorrenza, ambiente, trasparenza negli appalti governativi e facilitazioni al commercio», aggiungendo che molti paesi «non sono pronti nè psicologicamente, nè materialmente, nè tecnicamente ad un nuovo round».

Infine, anche il Gruppo dei paesi africani, rappresentato dallo Zimbawe ha indicato la riluttanza a nuovi argomenti di trattativa a Doha.

Rush finale

Viste queste premesse, quali sono le possibilità di riuscita del vertice di Doha?

Anche se appaiono scarse non sono escluse sorprese finali.

Intensissima è l'attività in corso per un compromesso che allontani il rischio di una nuova Seattle, eventualità che sarebbe un colpo molto duro per la credibilità futura della WTO.

Sarebbe sufficiente che i paesi occidentali, UE ed USA in testa, accettassero di prendere in considerazione le richieste dei pvs in materia di "implementation" per superare il loro blocco.

Altrimenti, prima di Doha, le cose potrebbero cambiare grazie alle pressioni che i paesi forti possono permettersi per ammorbidire le posizioni dei pvs, paesi molto vulnerabili e dipendenti dai prestiti e dalle condizioni del Fondo Monetario Internazionale.

A Seattle, la vera novità fu costituita dal fatto che il Sud rifiutò di mettere la propria firma alle scelte del Nord, chiedendo che la pratica del consenso, tanto sbandierata dalla WTO, fosse realmente praticata.

Due anni dopo la situazione è la stessa, vedremo quale metodi useranno i "poteri forti" dell'economia mondiale per andare oltre.