Preludio di un innamoramento: a quel punto - è bastato un istante - avevo già deciso.
Il giorno dopo ho inviato una mail all'associazione promotrice e, un passo alla volta, vincendo prima le ritrosie e i dubbi personali, poi i limiti e le paure che l'avvicinamento e il confronto con "l'altro" opponevano alla resa, mi sono lasciata coinvolgere in una storia che sempre più sentivo appartenermi.
Non scherzava il direttore della Caritas di Bukavu, nel Sud Kivu, quando, ringraziandoci per il nostro servizio, con tono divertito ha affermato: «Ho sempre pensato che gli italiani fossero congolesi e ora ne ho avuto la prova». È difficile non affezionarsi alla spontaneità e alla mansuetudine di quel popolo, non provare un timoroso e onorato sentimento di rispetto di fronte alla loro speranza.
Ammetto che in almeno un paio di occasioni ho dubitato di me prima della partenza: quando ho firmato la mia assunzione di consapevolezza in caso di rapimenti, ferimenti o morte (rigorosamente taciuta ai famigliari); e quando l'ufficio crisi della Farnesina ha voluto conoscere il gruppo sanguigno di tutti i volontari. Eravamo a pochi giorni dall'andare e si parlava di probabili scontri armati, squadroni militari, disordini e tensioni. Ma la bilancia delle motivazioni pendeva inesorabile verso il Congo; così, dopo aver salutato anche gli amici più lontani («ché non si sa mai»), con profondissimo senso di gratitudine abbiamo tutti riconosciuto che le vite dei congolesi hanno lo stesso inestimabile valore delle nostre e che dovevamo farlo loro presente. Essenzialmente esserci, in un momento fondamentale del loro futuro e per il loro paese.
Allora via i piercing, nascosti i tatuaggi e tagliati i capelli rasta (neanche la morosa aveva mai ottenuto tanto...) i più giovani, recuperato un cellulare e imparato a inviare sms i più cresciuti; per rispetto tenuti spalle e piedi coperti le donne, giacca e cravatta da indossare gli uomini; studiare a memoria il codice di condotta e la legge elettorale, spolverare quel poco di francese e... lasciarsi prendere da un sentire comune, dal gusto inconfondibile di fratellanza universale.
Bukavu ci ha accolti con la pioggia. Il tempo sta cambiando anche in Africa e, mentre a Padova si soffocava per un'afa a cinque stelle, nel cuore dell'Africa un venticello fresco, proveniente dal lago su cui la città si affaccia con cinque lingue di terra (una mano aperta con le dita ad accarezzare il bene-acqua), ricordava il clima dei nostri monti.
Un paradiso. Che il panorama fosse la terra rossa con le strade sterrate e le buche (e il fango per la pioggia) e il caos del capoluogo Bukavu, o quella nera lavica che ha ricoperto (e distrutto) metà della città di Goma in una recente eruzione del vulcano, o le campagne e le foreste verdissime - con tanto di mucche al pascolo a fare molto Svizzera - di Masisi, Matanda o Shabunda, zone più interne in cui erano dislocati a coppie i nostri osservatori, l'unica definizione ricorrente era questa: paradiso.
Eravamo in 64, 36 uomini e 28 donne, rappresentanti della società civile italiana nella sua attuale complessa varietà, comprendente dunque anche persone di nazionalità diversa: un senegalese, una mozambicana, una statunitense e una bulgara. Partiti da tutta Italia come osservatori elettorali volontari per le prime libere elezioni presidenziali e legislative della repubblica democratica del Congo dopo trent'anni di guerra, dieci di transizione che ha di fatto bloccato la crescita del paese, e più di quattro milioni di morti, siamo stati inviati nelle due province del Nord e Sud Kivu per volere della popolazione locale, che conosce Beati i costruttori di pace dai tempi del conflitto per iniziative di riconciliazione.
Le ultime guerre sono sempre iniziate da questa parte del paese ed è sembrato importante essere testimoni del processo di pace che stava per nascere proprio in questa zona. «Avete portato la pioggia e la pioggia è una benedizione - è stato detto al nostro arrivo - Una benedizione per il voto: che dia pace».
A Bukavu in quei giorni non si parlava d'altro, in un clima di caotica festa. Alle sei di mattina, con l'arrivo della luce del giorno, la musica degli altoparlanti delle macchine inneggianti ai diversi candidati invadeva ogni angolo. Al mercato come per strada la folla, numerosissima in tutte le ore (la gente mangia una sola volta, la sera), indossava cappellini, magliette, foulard e pagne con slogan di sostegno o con stampato il volto dell'auspicato presidente. Cartelloni di propaganda di tutte le dimensioni campeggiavano in ogni possibile spazio libero. Più di qualcuno fermava appositamente il muzungu (l'uomo bianco) per spiegare che avrebbe votato tale persona: che in queste regioni aveva un nome solo, Joseph Kabila, il presidente uscente. Altrove Kabila non è amato: ma qui, dove si sono conosciute le atrocità più crude della guerra, questi ultimi anni di fuoco cessato - pur se non ovunque - si attribuiscono anche al suo governo.
In altre postazioni di osservazione si è respirata tensione, soprattutto nel Nord Kivu dove c'era più paura di attacchi da parte delle milizie armate che si nascondono nella foresta e talora fanno incursioni nei villaggi; ma fortunatamente non è successo nulla di ciò che si temeva.
Il giorno precedente il voto l'atmosfera era del tutto diversa, rarefatta: è stato completamente osservato il silenzio pre-elettorale. Nessun comizio, rumori attutiti, tutti tornati agli abiti consueti, i manifesti strappati alla mezzanotte del giorno prima: hanno dimostrato una straordinaria coscienza civica i Congolesi.
Domenica 30 luglio le ordinate file di persone in attesa davanti alle sezioni elettorali hanno cominciato a formarsi alle quattro di mattina, incuranti del buio e del freddo. Alle sei, orario di apertura, il personale dei seggi ha firmato il giuramento scritto di lealtà e correttezza e il presidente ha riassunto la procedura del voto. Le due schede, una per l'elezione del presidente dello stato e la seconda per i candidati al parlamento, avevano dimensioni mai viste: solo la prima conteneva logo, nome e fotografia (indispensabile per gli analfabeti) dei 33 candidati, oltre allo spazio per apporre il voto o l'impronta digitale per chi non sa usare la penna. La seconda scheda era ancora più grande, rendendo così la piegatura la fase più complicata.
Alle 17 quasi ovunque, come da programma, le operazioni di voto erano già concluse. «Avevamo mille dubbi su come sarebbe stato possibile in sole undici ore far votare un gran numero di persone con regole così complicate, ma i Congolesi ci hanno stupito. E' stata la manifestazione della dignità di un popolo, commovente e straordinaria - commenta Lisa Clark, dei Beati i costruttori di pace - Lo sforzo della società civile è stato notevole in questi mesi nel lavoro di educazione civica, ed è stato sorprendente vedere come tutti sapevano già come votare nei seggi». Un voto che ha manifestato la stanchezza delle persone nei confronti della guerra e delle tensioni, la sua voglia di democrazia e il suo desiderio di impegnarsi per ottenerla, e che ha portato Ross Mountain, vice rappresentante speciale dell'Onu, a definire la giornata "un piccolo miracolo".
Nelle nostre zone, le più a rischio del paese, non sono avvenuti incidenti, ma siamo stati testimoni di storie che difficilmente dimenticheremo: mamme che, con il loro bambino sulle spalle, hanno camminato due giorni a piedi per raggiungere il seggio; donne già mature che sulle spalle portavano il padre incapace di reggersi in piedi ma desideroso, per la prima volta, di scegliere il proprio futuro. Le sofferenze hanno accelerato nel popolo il processo di maturazione democratica.
«Il senso di soddisfazione e di unicità dell'evento, che si è espresso come una festa in queste due province del Nord e Sud Kivu, probabilmente è stato maggiore che altrove perché qui maggiore è stata la sofferenza e il travaglio a causa della guerra. Le testimonianze ricevute da osservatori con molte esperienze in altri paesi raccontano di non aver mai sperimentato nella loro vita qualcosa di simile, di così corretto e riuscito». Con queste parole abbiamo concluso la relazione finale della nostra missione, sintomatiche dello stato d'animo di tutti. Perché - è capitato di sentirci chiedere - una cosa tanto lontana dovrebbe toccarci?
Non ho risposte se non di natura personale: credo che la nostra sia stata un'esperienza di cittadinanza attiva, in cui ci siamo sentiti partecipi di un momento storico con un ruolo politico; non abbiamo solo "guardato" o visitato il paese ma, cittadini del mondo chiamati da altri cittadini del mondo, abbiamo condiviso una tappa della storia, partecipato a un processo di democratizzazione che interessa l'intero pianeta.
Se davvero desideriamo l'estensione dei diritti, dobbiamo essere convinti che le cose ci riguardano. Appuntamento allora al 29 ottobre quando Joseph Kabila, che ha raggiunto il 44,81% delle preferenze con più di sette milioni e mezzo di voti, e Jean Pierre Bemba, ex vicepresidente e leader del Movimento di Liberazione Congolese, che con tre milioni di voti ha ottenuto il 20,03% dei voti, andranno al ballottaggio.
Cinzia Agostini