Diario dal Congo (Enrico Pili)

Ancora tre ore e l'aereo decollerà, alle ventidue se Meridiana

Ancora tre ore e l'aereo decollerà, alle ventidue se Meridiana non cancellerà il volo o farà il consueto ritardo, per Karalis. E* già pensa alla domu campidanese, al suo materasso di lana, alla moglie, ai figli, a Ugone del Campidano e Deutsche del Brandeburgo, che lo accoglieranno con la solita danza festosa e riconoscente: un rito tribale dell'etnia dei boxer.

Da Sestu a Bukavu passando per Bujumbura (ma poi sarà il Rwanda) e arrivando a Butembo (ma poi sarà Beni). C'è un arcaismo vocalico che lega l'Africa alla Sardegna. Tutte quelle "u" o le sequenze monovocaliche che sarebbero piaciute a Raymond Queneau e Umberto Eco. Sono nuragiche prima che puniche. Àrzana, Talàna, Semèstene, Sèneghe, Ixili, Tzìppiri, Orgòsolo, Sòrgono, S'Untrùxu, cuddu cunnu: quest'ultima è un'imprecazione non un toponimo e deriva dal latino. Un'imprecazione, sì, ma augurale: "torna nel posto da cui sei uscito". In fin dei conti, il posto dove si stava meglio in assoluto, a nuotare nel tiepido liquido amniotico, a nutrirsi lappando un buon brodo primordiale.

Sestu, Su Masu, Bujumbura, Bukavu, Butembo, Rutshuru, Walungu, Nord Kivu, Sud Kivu, Burundi, Rwanda, Twa, Tutsi, Hutu. Sterminio. Il soliloquio di Re Leopoldo. Povero Re Leopoldo, dileggiato e offeso. Exterminate all the brutes. Sterminate quelle bestie. E Re Leopoldo e poi il Belgio in persona e poi Mobutu - Jago, Macbeth con le mani lorde del sangue di Lumumba - hanno sterminato quelle bestie. Mobutu, un Mamuthone col ghigno della lua, Lumumba mottu a cropus po su Populu congolesu. Cuddu cunnu. A Roma c'è una via intitolata al Re Leopoldo, I presume. A Roma non c'è una via che ricordi Patrice Lumumba, Je suis sur. Ite bregungia!

Dopo colazione (due succhi di frutta, due croissant, due caffè lunghi dopo quindici giorni di astinenza), fa in tempo a dare una mancia a un fisarmonicista che suona Chitarra romana. Ma si danno le mance, oppure la gente bisogna educarla, dirgli "guarda che il denaro ha un valore, è frutto di lavoro, bisogna guadagnarselo, l'ozio non viene retribuito, se vuoi mangiare devi lavorare"?. Mi raccomando, in Africa non si deve dare niente. Guai. Vi chiederanno di tutto. Ma voi non date niente. Certo, bisogna insegnar loro a usare la canna da pesca non regalargli il pesce. Taliema puzzolenti e coperti di mosche al mercato di Goma. Ma basterebbe, forse, non rubarglielo il pesce, non rubargli le barche, non rubargli i laghi. Però il fisarmonicista non ozia e si guadagna un euro (la mamma di E* si commuoveva a sentire Chitarra romana).

Non dà niente, invece, a una vecchia storpia - come si chiamavano una volta quando si era politicamente scorretti - che mendica traballante e asimmetricamente claudicante sotto il portico esterno della chiesa di Santa Maria in Trastevere. Non si capisce perché l'assistenza sociale non l'abbia in cura. Fa un certo effetto vederla, quasi di anacronismo paleosardesco. L'Ardia di Sedilo, la sfrenata corsa dei cavalli nella polvere alla cieca, per San Costantino dei Balentes, non è più la stessa senza file di storpi a elemosinare e fare voti, diceva un tale con la nostalgia dei tempi andati quando, a vederli, si commuoveva e una preghiera non gliela faceva mancare, agli storpi, come il Re Leopoldo ai suoi sudditi congolesi. Oppure un'attualità senza tempo dell'Africa, oggi: storpi a gogo. Giovani, giovanissimi. Di vecchi non se ne vedono. Brutto segno. Sono tutti morti. L'Africa è dei bambini. Sono loro che hanno le armi. Armi vere, non giocattoli. E non gliele ha portate Babbo Natale.

Vedere e rivedere i grandi mosaici della basilica con l'organo in un sottofondo di Pachelbel, almeno sembra. La statua di sant'Antonio, quello portoghese, colma, straripante di fogliettini, gliene hanno messo in testa, nelle mani, nei piedi, dappertutto, uno dice (in inglese): "...grazie per averci salvato...". Da che? Magari dallo Tsunami. E tutti quelli che sono morti o hanno perso tutto come i pescatori della Somalia o dello Sry Lanka, forse non hanno fatto in tempo a invocare Ubik o Josyimbo, il santo senza nome, Sant'Antonio da Padova. Padova!

Beati i costruttori di pace.

Glieli ha fatti conoscere Giovanni Boccardelli, l'amico giornalista, freelance povero ma libero, che aveva aderito all'iniziativa. Una missione di pace (non la prima, i Balcani, la Palestina, il mondo). Osservare, e poi dare un giudizio al mondo, e poi dire che le elezioni in Congo sono davvero democratiche, senza imbrogli, senza garbugli, urne non armi!, la democrazia non la guerra. Intrigante. Essere pacifisti per davvero, non a parole nè con fatti tipo pugni chiusi minacciosi, comportamenti aggressivi, bruciature di bandiere, danneggiamento di beni materiali, messaggi di odio nei confronti di una parte. Si può essere pacifisti a senso unico, prendersela, per esempio, solo contro i missili israeliani e non contro quelli di Hezbollah?

Manda un curriculum, gli ha detto, mettiti a nudo, dì di essere uno di loro.

Poco il francese, meglio l'inglese, zero swahili (Mzungu, che sarà mai?). Buono l'italiano, buono il latino, ottimo il sardo. Ok, ok, tutto ciò non serve a niente. Però conosco le procedure elettorali. Sono segretario comunale (city manager, scriverà sul form compilato per passare la dogana, chef de division, gli dirà il sindaco e collega di Beni). E sono stato anche candidato sindaco, con un programma basato sulla nonviolenza, sulla sostenibilità, sull'abbattimento delle barriere (architettoniche e non). Infatti, non sono diventato sindaco. Ma spesso mi riesce di amare anche quelli che non ci riescono. E poi, ego sum congolensis. Je suis congolais. I am from Congo. Deu seu de su Congo. Io sono congolese.

"Beati i costruttori di pace", gli hanno detto Don Albino e Lisa Clark - Don Albino, chi era costui, Lisa Clark, chi era costei? Un uomo e una donna di pace! - e lui ha risposto "perché di essi è il Regno dei Cieli".

Roma - Goma. Una rima. Un gioco enigmistico. A Roma, le chiavi di San Pietro, a Goma le porte dell'inferno. Roma scintillante di luci, Goma tutta nera nell'Africa nera più nera. Roma, bambini di tutto il mondo grassi come porcelli con dieci venti chili di troppo, minimo. Goma, bambini che contendono alle cornacchie, nere come i lapilli spenti del vulcano ancora inquieto, briciole di qualcosa di commestibile nei montonargi fumanti, puzzolenti, amebici, merdonici, infetti, malarici, aiddiessici, dissenterici. Roma, lo sciopero dei tassisti in lotta per salvaguardare il loro reddito (Veltroni, fai qualcosa di sinistra, dai qualche servizio ai signori passeggeri della stazione, e se uno non ha soldi da Ciampino a Termini se la deve fare a piedi). Goma, gli uomini ricurvi, sfiniti, svergolati, a spingere la bicicletta zigzagante, traballante, svergolata sotto il peso di tre bidoni gialli, ma forse sono quattro, colmi di venti litri d'acqua ciascuno, buona per la riserva dei bianchi e dei neri ricchi. (I bianchi sono ricchi per definizione). Qualcuno c'è, di nero ricco. Quella è la plage du peuple (bambini nudi fanno il bagno nell'acqua del lago tra un'infinità di amebe che sembra di vederle) e quella, toh, è la villa di Mobutu con splendida vista sul lago, ci dice, dopo aver spiegato come viene trattata e resa potabile l'acqua comprata dai portatori d'acqua, la signora bianca dai lunghi capelli che guida sicura il fuoristrada stracarico di Beati nell'erta scoscesa verso la cima del colle. Ne aveva una in ogni città del Congo, Mobutu. Ne aveva una in ogni capitale del mondo. Era tollerato, cioè appoggiato, dagli Stati Uniti, dal Belgio, dalla Francia, dalla... Contendeva il primato di uomo più ricco del mondo a pochi. Mobutu. Mubutu Susu Suku. Col ghigno della lua. Cuddu cunnu.

 

Roma, hotel Planet, due miserabili stelle e ben settanta euro, però c'è tutto anche l'aria condizionata e la doccia calda e il portiere di notte. E* arriva dopo mezzanotte perché lo splendido airbus del Ministero degli Esteri (finalmente una cosa di sinistra, Monsieur D'Alema, fa' che non sia l'ultima e dì a Monsieur Veltroni come si fa) è partito da Kigali alle sedici e puntualissimo è arrivato a Ciampino alle ventitre -, il portiere di notte è un bianco dai lineamenti di un nero, come di quelli visti sul battello che da Bukavu li fa scivolare sino a Goma, che quando sente che sono appena tornati dal Kivu dopo aver volontariamente e gratuitamente osservato la procedura elettorale democratica si illumina di un immenso sorriso e gli dice: «Non si preoccupi, monsieur, le darò la camera migliore, fresca, col telefono, il televisore, il frigo bar e sul lato dove non sentirà passare una macchina. Monsieur, voi avete fatto del bene». Quasi si commuove, E*, come a Beni, dove i fratelli di colore hanno fatto a gara per farlo star bene. Mzungu. Mzungu. Noirè!

Goma, Grand Hotel dei Pallottini. Cinque stelle per ritiri spirituali a cinque stelle e le stelle dell'equatore a illuminare il lago. Stelle fisse e tremolanti, stelle cadenti, stelle australi, costellazioni misteriose, la Croce del Sud da una parte, la stella polare dall'altra. Non è tutta nera Goma, dunque. Nera è la notte come la lava del vulcano Nyragongo che ha sepolto metà della cattedrale e metà della città, ma le stelle sono gli occhi di Dio. Io sono la via, la verità, la luce. Eli, Eli, lama sabactani, dicono le voci che salgono dal girone dei dannati di Goma (i gomorriti) sin lassù, sulla cima della collina del Grand Hotel dei Pallottini illuminato dalla stella cometa..

Hanno attraversato quasi tutto il Rwanda scendendo dalle mille colline a duemila metri, rosse di terra antica e di sangue non ancora rappreso e verdi di tè e bananeti, e la foresta tropicale dei gorilla e di Diane Fossey uccisa dai poachers (spesso, ai lati della strada asfaltata, le scimmie dal bianco collare grufolano come i cinghiali sardeschi). A destra la source du Nil, a sinistra the river Congo (è scritto proprio river, ora in Rwanda si parla obbligatoriamente inglese, il Presidente è amico del collega degli Stati Uniti, ha studiato in America, a fare la guerra). Hanno attraversato il cuore della tenebra. Da Kisangani si è spostato a Butare, dove gli accademici dell'Hutupower hanno elaborato la grammatica del genocidio e insegnato la pratica della macellazione. Al solito, vale più la pratica della grammatica, e Mitterrand, la sfinge, ha dato il suo contributo all'una e all'altra. Per questo sarà ricordato in eterno, che, in fondo, era proprio quello che voleva.

Kisangani!, urla quasi di dolore frère Antoine, uno dei tre seminaristi alloggiati insieme con loro - E* e il Mangiatore di polenta, NK22 - dalle Soeurs Orantes de l'Assomption a Beni. Kisangani! È appena venuto da Stanleyville frère Antoine, insieme a frère Guy Bertrand e frère Olivier, dove quaranticinque gradi Celsius afflosciano la cera delle steariche e gli fanno venire un tale mal à la tête che sta soffrendo molto e si vede. Voulez vous de l'aspirine? Gli chiede E*, forte di una scorta che all'ospedale di Beni si sognano, e lui fa oui oui avec la tête che gli scoppia, con una faccia di una riconoscenza metafisica. Effettivamente ringrazia di tutto cuore. Sapete come si dice in latino quella faccia? Chiede ai tre seminaristi. Non lo sanno. Ecco perché Monsignor Lefèbvre voleva fare uno scisma. Chi era Monsignor Lefèbvre? Non lo sanno. Meglio così, in fin dei conti. Sanno, però, chi è Monsignor Monswengo contrario alle elezioni perché "il popolo congolese non è pronto", o perché è filorwandese? Però domani io vi saluterò così: «Laudetur Jesus Cristus». E voi mi risponderete così: «Semper laudetur». Sono contenti di avere imparato le prime parole latine. Verba pacis.

Finalmente Bukavu, città di frontiera. Un ponticello traballante, la frontiera, sul fiume che unisce il lago Kivu al lago Tanganyka, dove la soldataglia si è mangiata tutti gli ippopotami e tutti i coccodrilli, ci sono rimasti corvi e avvoltoi che un pasto fresco lo trovano ogni giorno. Un giorno il lago Kivu era pieno di cadaveri, portati a spalla dalla corrente, di Tutsi e Hutu e Twa e loro, gli avvoltoi e i corvi, si sono rimpinzati che quasi non riuscivano più a volare. (Così li prendevano gli archimandriti barbaricini, li infarcivano di carogne di pecora vicino a uno stagno, li lasciavano bere sino a riempire tutto su scraxiu e tanto da non potersi alzare in volo, e poi li massacravano a bastonate: grifoni estinti sulle porte del vento, agnelli finalmente al sicuro). Passano la frontiera a Lyangugu senza intoppi burocratici (al ritorno, però, quasi due ore). A Bukavu, la città delle vacche, vacche non se ne vedono. Né grasse né magre. Dovrebbero essere magre ma forse sono grasse: i Tutsi, letteralmente, le adorano. I Tutsi ci sono anche in Congo, specialmente nel Kivu, dove si chiamano Banyamulenge, meticci con l'antica fierezza aristocratica.

A Bukavu sono sempre state magre, però, le vacche.

Si vede gente che va su e giù, probabilmente non va da nessuna parte, va su e giù sullo stradone semisterrato, di goudronné non c'è quasi nulla, dove a metà via si trova la missione dei buoni padri saveriani che li ospiterà per un paio di giorni prima del trasferimento verso altri villaggi o città dei Kivu, del Sud e del Nord, la zona delle operazioni. In tutti i sensi. Lì la guerra ha toccato duro e ancora si temono recrudescenze, ribellioni, pogrom. Le loro, però, sono operazioni di pace. Garantire, anche solo osservando, con la presenza, la trasparenza delle elezioni democratiche che ha indetto il presidente provvisorio, figlio ed erede di papa Kabila, come chiamano ancora, lì, l'ex amico di Che Guevara. Ex perché il Che è morto da tempo (sempre generoso, un po' di anni li ha voluti regalare a Fidel, magari meno generosità sarebbe stata più opportuna, e poi nei suoi diari mica ne parla bene di papa Kabila) ma anche perché l'ex cambia programma e alleanze. I Rwandesi e altri gli fanno la guerra e i mobutisti, per vendicarsi, gli fanno la festa. Ma non riescono a eliminare il figlio che ora, su consiglio non disinteressato degli statunitensi che non vedono l'ora di esportare la democrazia anche in Congo, ha convinto - li avrà convinti davvero, lui sarà convinto davvero? - i signori della guerra a usare le urne invece dei mitra e dei machete. Urne non armi! Per questo, è presidente della transizione, affiancato da warlords infidi, e si presenta come "il pacificatore", "l'artigiano della pace". Come convincere Bemba, filonazista, o Ruberwa, macellaio, ad esempio, a non usare le armi o Pay Pay, il cleptocrate numero due ai tempi del cleptocrate numero uno, Mobutu, a non peculare, come convincerli nessuno lo sa e pochi ci credono. Ci sono candidati anche un Lumumba e una Kasa Vubu, i figli dei primi presidenti del Congo indipendente. Prenderanno pochissimi voti.

Bukavu è una città bellissima situata sui cinque diti del lago Kivu brulicante di canoe preistoriche magari pagaiate a mano e di splendide isole, una delle quali si chiama "L'urlo" perché abitata (una volta?) dalle donne che avevano trasgredito o non erano gradite agli uomini, abbandonate là senza nulla se non il loro pianto e i loro attitidus - Anninnia anninnia anninnora cucumeu -, nenie funebri delle prèfiche sardesche, Janas vestite di nero. Bukavu è costellata di manifesti, anch'essi preistorici, con le immagini non molto rassicuranti dei candidati, incollate a mano, a volte a sputo, su superfici scabre e sporche, dove capita. Paleontologia elettorale. Il manifesto del presidente provvisorio inneggia al pacificatore, almeno lì a Bukavu. A Beni, per esempio, lo slogan è perlopiù un altro, molte T-shirt e cappellini gialli, invece, con la scritta l'artisan de paix anche a Beni.

Hereux les artisans de paix, Beati i costruttori di pace, in francese, c'è scritto sulla pettorina bianca con la scritta blu (una ventina le ha cucite la suocera ottantatreenne di E*, molto felice di dare un contributo alla causa), c'e scritto sulla visiera del cappellino giallo, sfizioso e friendly, sugli adesivi colorati coi colori della bandiera della pace (Victor, pacifista militante, precisa - ma forse è una leggenda - che inizialmente quelli erano i colori dei Gay), sulla cartolina di accreditamento firmata da Don Albino, uomo di buona volontà. E* la conserverà per sempre. Un dono prezioso.

Ma non sono pochi a far rilevare che hereux les artisans de paix fa il paio con l'artisan de paix del manifesto del presidente. Che, in questo caso, più che da Bush, deve essersi fatto consigliare da Berlusconi in persona: non c'è dubbio, in fatto di propaganda è un mago. Grande comunicatore. Grandu fillebagassa! I Beati nel Kivu sono molto popolari e molto amati. E se uno più uno fa due...

La riunione nel salone della missione dei buoni padri Saveriani è per certi versi drammatica seppure la discussione è pacata e serena negli interventi di tutti. La sera, alla luce delle candele perché la corrente elettrica dura solo poche ore nel Kivu, molti dicono preoccupati che la scritta "hereux..." equivale alla maglietta azzurra con la scritta "Forza Italia" di un ipotetico temoin berlusconiano, altri sono solo perplessi e incerti sul da farsi, pochi dicono - come dicono i congolesi alla richiesta di essere fotografati - pas de problèmes. Don Albino al solito fa valere la sua leadership e l'autorevolezza di chi non decide per definizione da solo ma dopo una confronto ampio e coinvolgente e, alla fine, col consenso di tutti o quantomeno della maggioranza. Sono pochissimi, comunque, a cedere alla lusinga dell'identità. Quella dei "beati", quella dei "buoni". Nessuno, tanto meno Don Albino, vuole tapparsi le orecchie e dare l'impressione di essere schierato o, peggio, strumentalizzato. Centre de vote per centre de vote, bureau de vote per bureau de vote, città per città, si deciderà caso per caso. Le coppie di osservatori osserveranno, valuteranno e decideranno se occultare la scritta hereux les artisans de paix oppure no. Wote Wa We Moja, recita una scritta in swahili di un poster che incita la gente ad andare a votare. Ut unum sint. Giovanni, 17.

Anche una storia di colonizzazione accomuna il Congo alla Sardegna da cui è uscita solo con l'avvento della democrazia e lo sradicamento della malaria. I sardi saranno sempre grati agli States e alla fondazione Rockefeller che col DDT hanno fatto tabula rasa delle zanzare. In cambio gli hanno concesso le servitù militari: la Sardegna, portaerei del Mediterraneo. Ma in Africa è impensabile usare il DDT. Ha pure questa sfiga l'Africa, non si può usare il DDT. E di concedere servitù militari non c'è bisogno. L'Africa è tutta un campo di battaglia.

Sardegna come un'infanzia, un ottimo libro di Elio Vittorini. Africa come un'infanzia. Un'infanzia abbandonata, affamata, seviziata, torturata, resa feroce e equipaggiata di armi che gli europei forniscono in abbondanza in cambio del pesce persico che ha, pure lui, all'inizio del secolo scorso, e sia pure costretto dai belgi, colonizzato i Grandi Laghi. I diamanti, l'oro, il petrolio, il coltan, invece, se lo prendono per pochi dollari anche perché il costo della manodopera dei minatori delle miniere a cielo aperto - perlopiù bambini - è molto vicino allo zero. Basta, E* non mangerà più pesce persico (dieci euro al chilo nelle pescherie di Sestu), come non mangiano più i saraghi e i paraghi gli abitanti di Lampedusa da quando hanno scoperto che i pesci del loro mare si nutrono di Africani che non riescono a toccare terra. Morire di fame nelle savane o annegati e mangiati dai pesci nelle carrette affondate è una scelta difficile. Su quisitu est de cumbincher tantu appetitu, recita un verso del poeta Peppinu Mereu. Già, la fame, come combattere la fame, tantu appetitu? Con le brioches, avrebbe detto Maria Anonietta (le è costata la ghigliottina, però, la freddura). Pesce persico in cambio di brioches. Pesce persico e brioches. Et voila, niente più fame, niente più guerre.

Arrivati a Goma con le bateau Miss Rafiki - i bianchi e i neri ricchi sul ponte superiore, i paria sul ponte inferiore stipati come sardine in scatola - subito alla MONUC (Mission ONU pour le Congo) per un briefing che dura due ore. (Tra briefing e de-briefing, a volte un po' stressanti, l'ONU ha dato un quadro della situazione aggiornato e obiettivo rassicurando tutte le volte che la situazione è seria ma sotto controllo). Alla gente del Kivu non è molto simpatica, la MONUC, perché non fa quello per il quale è pagata: non spara a quelli che sparano e usano il machete. Forse non spara perché i contingenti di stanza lì sono indiani, i discendenti di Gandhi. Vim vi repellere licet, respingere la violenza con la violenza è lecito, legittima difesa, ma gli Indiani - the brave of the bravest - non conoscono il latino. Forse pensano di essere una potenza perché hanno la bomba atomica, come il Pakistan. E, quindi, o hanno rinunciato all'eredità di Gandhi o l'hanno accettata col beneficio d'inventario. Però, lì, nel Kivu, senza sparare intermèdiano, fanno da cuscinetto, da deterrente. Per questo di giorno sono molto indaffarati, secondo il loro motto: sun down sleeves down. Di giorno a lavorare, con le maniche rimboccate, di notte, a pregare, a dormire, a sognare di tornare a casa con uno stipendio niente male.

Il Governatore del Sud Kivu ha - come quello sardesco - un nome latino. Si chiama Deogratias. Potrebbe essere nato a Napoli. E, come ai napoletani, non gli manca l'eloquio generoso. Fa un bel discorso alla prima conferenza stampa dei Beati, a Bukavu, nella bella salle Concordia dell'Archévéché (Karibuni, c'è scritto su uno striscione, forse "benvenuti" in Swahili), bianca di un bianco coloniale. In un perfetto francese il Governatore dice che è una vergogna - ite bregungia! - che il Congo sia uno dei paesi più ricchi di materie prime del mondo e il popolo congolese quello col reddito pro capite più basso del mondo. Per questo è necessario proseguire nel processo di pacificazione avviato dal presidente provvisorio, per questo è necessario che le elezioni democratiche siano regolari e trasparenti. Per questo il grazie ai circa sessanta coraggiosi volontari - non professionisti come invece quelli della Fondazione Carter o dell'Unione Europea o del Sudafrica - della società civile italiana è sentito, doveroso e sincero. Hereux les artisans de paix, Deo gratias!

È un bell'uomo, Buhamba Hamba Deogratias, elegantissimo, completo di raso marron chiaro, camicia chiara e cravatta gialla che spicca, scintillante, sulla pelle scurissima e lucida come le scarpe dopo una passata energica di Marga. Gli fanno eco gli altri: l'abbè Justin Nkunzy - anche più lucido del governatore e con una bella voce di basso che potrebbe essere Sparafucile nel Rigoletto oppure Falstaff, potrebbe essere naturalmente Otello se Otello non fosse un tenore -, il vice capo togolese della Monuc, l'arcivescovo, altre autorità, la presse locale. Al rinfresco nel cortile adiacente, dove al centro si fa sempre più largo "l'ulivo della pace" piantato là da Don Albino mentre ancora si spara (il precedente arcivescovo è stato massacrato da poco), i Beati si confondono con gli ospiti. Il vescovo, si chiama biblicamente Melchisedec (uno che il sacerdozio ce l'aveva nel sangue), è molto simpatico, come lo sono in genere tutti i vescovi neri vestiti di bianco e di porpora. Non è molto alto. A meno che non sia un Pigmeo, nel qual caso è altissimo. E* gli dice che un giorno potrebbe essere papa. Un papa pigmeo, che figata! Un papa nero del Terzo Mondo è atteso da tutto il mondo quasi come un messia. Ride apertamente, francamente, le petit homme de Dieu: quello che ha avuto dalla vita, dice, ringraziando il Signore Onnipotente, è il massimo. Panini, salsiccia, formaggio, acqua minerale, la birra Primus (forse l'unica produzione made in RDC) e Coca cola (made in USA): il rinfresco è servito da beghine nere tutte comprese nella parte. Deo gratias.

Anche il Governatore della Sardegna, come quello del Sud Kivu, almeno una "u" ce l'ha. Si chiama Soru. Che vorrebbe dire - secondo gli esperti, per esempio il Pittau - "siero" (dal latino "serum" poi divenuto "sorum"). Effettivamente sembra un buon antidoto. Agli Americani ha detto: "A foras su nucleare dae Sa Maddalena". Abbiamo già dato, grazie per avere eliminato fascisti e anopheles, ma cinquant'anni di servitù militare sono una contropartita più che sufficiente. Pare che verranno dislocati a Cipro, i sommergibili atomici. Che strano destino. Cinquant'anni fa il DDT che doveva disinfestare Cipro venne dirottato in Sardegna (una magia del primo presidente della Regione non ancora Autonoma della Sardegna, che era un commissario straordinario in attesa delle prime elezioni democratiche, nessuno, però, ne ricorda il nome, che si chiamasse Deogratias?) e ora a Cipro vengono dirottati i sommergibili.

Un altro sardo, con tutte le "u" a posto, avrebbe approvato. Lussu, in un anno sull'altipiano, aveva assistito alla carneficina dei suoi soldati (oggi i "sassarini", detti anche "dimonius", muoiono a Nassirya come angeli innocenti, però sono pagati) e poi aveva assistito anche alla marcia su Roma (e dintorni) e poi, per tutta la vita, avrebbe detto: "A foras sos istranzos dae sa Sardigna!". Ora Soru gli ha fatto un regalo che lo spirito, lo spirito di Lussu, danza su ballu tundu e su passu torrau nel nuraghe di Armungia insieme agli spiriti di tutti gli uomini che si sono battuti per la giustizia e per la libertà.

Soru si ricorda sempre di Lussu. E anche del lusso. E, per quanto lui non sia povero - è il padrone di Tiscali, d'altronde -, il lusso gli fa schifo, da cristiano sociale coerente, e dice che occorre tassarlo. Ribellione dei ricchi. Non veniamo più in Costa Smeralda. E chi se ne frega (dove lo trovate un mare così, idioti; dove farete la pipì e dove taglierete le teste dei graniti per portarvele nel Nordest con i giornalisti a coprirvi le vergogna - ite bregungia! - quando pure siete beccati sul fatto?)! Sono i ricchi che hanno fatto sviluppare la Sardegna. Davvero, sviluppo vuol dire predazione, evasione fiscale, inquinamento, ecomostri? La Sardegna non può permettersi il lusso della tassa sul lusso. Oh, poveri ricchi continentali tutti cagati all'idea che il cammello passerà per la cruna dell'ago.

La Regione Sarda ha approvato la mozione di sostegno (politico ed economico) alla missione dei "Beati costruttori di Pace" nella Repubblica Democratica del Congo. Una piccola tassa sul lusso a parziale risarcimento di un debito che, a occhio e croce, gli africani non potranno estinguere mai se i ricchi continueranno a succhiarne il sangue.

Il monitor sul gate B21 dell'aeroporto di Fiumicino indica sullo screen blu elettrico che l'aeromobile di Meridiana partirà alle ventidue per l'aeroporto di Su Masu. Nessun ritardo scheduled. Let's hope! Ecco una cosa che Soru - ed è una colpa grave - ancora non ha fatto. Mettere in riga le compagnie aeree e attuare una vera "continuità territoriale". Cancellazioni di volo senza preavviso, ritardi di ore, nessun servizio, i biglietti costano ancora molto cari, i passeggeri spesso trattati come le galline stipate in una stia sulla prua del Miss Rafiki - "la signorina Rafiki", svisando il programma del viaggio prima di partire, trepidante, faceva presagire un leggiadro sloop della Coppa America o a un brigantino a palo d'altri tempi - quando da Goma torna a Bukavu. Cinque ore abbondanti, più una per un soccorso nelle pericolose acque territoriali rwandesi a un traghettino superveloce - con le lamiere saldate Dieu merci - rimasto senza carburante. Durante la manovra s'intrattiene sul ponte superiore insieme con altri Beati e un missionario italiano, in quei luoghi da quasi quarant'anni. Ha nella mano destra una videocamera, sulla sinistra un libro: Ipotesi su Gesù, di Messori (un bestseller mondiale).

Ogni tanto c'è qualcuno che fa ancora delle ipotesi non tenendo conto che qualsiasi ipotesi sulla vita reale di Gesù resta per l'appunto tale. E, soprattutto, non tenendo conto che l'unica ipotesi su cui disquisire è il messaggio, l'idea, la proposta politica e religiosa che il personaggio ipotetico ha trasmesso e continua a trasmettere nei secoli. Che importa sapere che Socrate è un uomo in carne ed ossa oppure una pura invenzione della fantasia di Platone se poi non si conosce né si tramanda il suo pensiero non violento e di pace? È il pensiero, che distingue l'uomo dalle bestie - ma forse pensano anche loro e per questo dovremo rispettarle di più -, è il pensiero che rimane intatto, integro, tetragono ad ogni scalfittura o ruggine del tempo. Cogito ergo sum, sorprendente graffito sul muro di una piccola prigione di Masisi, come hanno visto e raccontato gli Ennekappa Giovanni Boccardelli e Bonaria Canòpili ("Bonny & Clyde"), dove c'è un solo secondino e un solo detenuto che mangiano la stessa minestra: "su bucconi pretziu, s'angelu si nci setzidi" (dividi il boccone e l'angelo si siederà alla tua tavola), dice un antico dicciu sardesco e, d'altra parte, nessuno dei due ha voglia di saltare dalla finestra.

Non si possono fare ipotesi sul pensiero di Gesù. Che poi sia di uno chiamato Paolo o di alcune persone che si sono messe d'accordo per ricostruire, magari deificandolo, la figura carismatica di un loro parente, amico, conoscente o capo politico e religioso, non ha nessuna importanza. Ciò che ha importanza è il messaggio, un messaggio rivoluzionario. Allora ed ora.

"Ama il prossimo tuo come te stesso". Su questo messaggio rivoluzionario non ci sono ipotesi da fare. È così e basta. È scritto. Si può solo applicarlo oppure no. Il fatto è che, talora se non spesso, chi si è fatto portatore di quel pensiero e su quel messaggio ha giustificato la propria ragion d'essere, il proprio potere, la Chiesa, o le Chiese, non lo ha applicato, oppure lo ha applicato molto male, oppure ne ha fatto solo un'ipotesi. Molti i papi a capo di eserciti, molti i papi schierati da una parte o dall'altra, talora dalla parte più contraria al messaggio.

"Ama il prossimo tuo come te stesso", dov'è l'ipotesi? Molti missionari hanno spianato la strada degli eserciti, dei commercianti iniqui, dei trafficanti, questo è il punto, non è certo un'ipotesi. Hanno benedetto le navi negriere, hanno dato i consigli giusti a Re Leopoldo e alla regina Vittoria, come quell'infingardo di Stanley, che però non era missionario come Livingstone. «Doctor Stanley, fill'e mamma bona, I presume!» Il vescovo di Karalis ha scritto un fondo sull'Unione Sarda sostenendo la legittimità e l'opportunità politica dell'intervento militare dei soldati italiani in Iraq. C'è un prete che, prima del decollo per Hiroshima, ha dato la benedizione a Enola Gay e a Little Boy. Dov'è il messaggio "ama il prossimo tuo", è ipotetico Gesù o il suo pensiero? E, quand'anche l'hanno fatto, come, con quale profondità e sincerità, lo hanno propagandato, testimoniato, divulgato, ad esempio, nella regione dei Grandi Laghi, posto che un'ideologia di morte e di odio ha preso facilmente il posto di quella dell'amore e della pace? Molti, è vero, hanno pagato per la loro testimonianza coerente e sincera. Don Albino ha pagato. Aderire alla missione di pace ha un senso ben preciso. "Ama il prossimo tuo".

Il missionario con il libro e la videocamera risponde alle domande di alcuni Beati con grande sapienza, cultura e dovizia di particolari. Sa come sono andate le cose tra Hutu, Tutsi, Banyamulenge e tutti gli altri e sostiene con foga che il genocidio dei Tutsi è una mistificazione. Nel senso. Che si sono equamente diviso il numero dei cadaveri, Tutsi e Hutu. Nel frattempo filma le operazioni di salvataggio del traghettino alla deriva e rivolge qualche battuta divertita e paterna ai neri che, dal ponte inferiore, tentano di affacciarsi, magari arrampicandosi sulle mure, su quello superiore. Parla in uno swahili rapido e scorrevole zoomando con perizia i volti ora allegri ora stanchi ora tristi e dice, sorridendo compiaciuto e con l'accento accattivante del Nord, «Sono proprio simpatici questi congolesi!» come Rousseau aveva detto "Come sono buoni questi selvaggi!". Poi si sposta verso prua, seguito da alcuni Beati, e anche lì parla, riprendendoli con la videocamera Sony, con i congolesi stipati con capre, galline, bambinetti, uno dei quali succhia avidamente dal seno della madre, ancora inzuppato di pioggia. A un certo punto, da una tasca dove ripone il libro, tira fuori una bottiglietta di acqua minerale Rwenzori (made in Uganda) e tutte le mani dei congolesi di prua si protendono verso il cielo ancora gravido di scrosci torrenziali. Il missionario fa fare un mezzo giro al braccio e la bottiglietta di plastica vola. Vola, lentamente, lentamente, la videocamera ha innestato il ralenti, verso l'apice della parabola e poi scende un po' più svelta sino a quando una mano avida ­- Deo gratias! - non l'agguanta in un urlio di voci, risa e incomprensibili frasi nella lingua locale. «Sono proprio simpatici questi congolesi!», ripete col suo accento simpatico come i congolesi e filma il prossimo suo come se stesso.

Ancora due ore e la domu campidanese lo accoglierà con sorrisi, abbai, scodinzolamenti, baci, abbracci. Meno di due ore ci impiega l'elicottero dell'ONU per trasportarli - sei Beati destinati al Nord Kivu, NK19, NK 20, NK 22 - da Goma a Beni aleggiando, rombante come un trattore ma leggiadro come una libellula, sul lago Edoardo (lo sveglia Valentina per mostrare i vapori del rift, il gas che potrebbe dare energia a mezza Africa), per metà dell'Uganda, sorvolando il parco del Virunga (lo sveglia di nuovo Valentina per mostrargli una mandria di bufali equinoziali, Valentina, 25 anni, è come in un sogno, non smettere mai di sognare, Valentina) e, infine, prima di atterrare a Beni, la città di Butembo, proprio sulla linea dell'equatore come Rovaniemi sta proprio sulla linea del circolo polare artico: c'è anche un cippo a segnalarlo, sia a Butembo che a Rovaniemi. Però, a Rovaniemi, sul parallelo del circolo polare, c'è la casa di Babbo natale, con le renne, le campane che jingle all the way, la one horse open sleigh e tutto il resto. Ogni anno viene sommersa, la casa di Babbo Natale, da tanta neve e da tante letterine scritte dai bambini di tutto il mondo per perorare la loro causa: ricevere tanti doni visto che se li sono meritati, hanno fatto da bravi, si sono comportati da persone civili, hanno studiato, hanno rispettato la dieta. I doni sono di tutti i tipi ma, da qualche anno, i più in voga sono quelli elettronici, tipo videogame e la playstation, fatti con la colombite-tantalite congolese.

I bambini di Butembo conoscono la neve probabilmente perché la vedono, sia pure da lontano e quando le nuvole e le nebbie glielo consentono, sulla cima del Ruwenzori, la seconda montagna d'Africa - la Punta Margherita, oltre cinquemila metri - dopo il Kilimangiaro. Non hanno mai visto Babbo Natale e non sanno nemmeno chi sia. Troppo caldo all'equatore, le renne non resisterebbero a un clima così. E poi Babbo Natale non sa che l'apartheid è finito. I bambini congolesi non hanno mai visto una playstation e non sanno che sono i loro fratelli del Katanga, cavando dalle miniere a cielo aperto quella sabbia nera e un po' radioattiva chiamata coltan (colombite-tantalite), a dare l'apporto decisivo alla Sony per la produzione del costoso giocattolo. La prima linea di produzione di tutto ciò che allo stato attuale fa girare il mondo occidentale: computer, giocattoli, telefoni cellulari e quant'altro, armi sofisticate comprese, contenga il mitico chip. Babbo Natale non ha bisogno né di micro né di macroprocessori per portare i regali ai bambini del Katanga. Gli basterebbe un carretto trainato da un alcefalo di Liechtenstein o da un okapi. Perché l'okapi, una specie di giraffa, non è estinto, come ha reso noto, esultando, il WWF. C'è qualcosa in Congo che, ad onta della guerra e della carestia, non si estingue. E ciò è un segnale di luce, dice il WWF, nel cuore della tenebra. Ma, a che prezzo?

Morbido atterraggio a Beni, la città dove E* ha il compito di osservare e di farsi osservare da E.T. Osservare è, a pensarci bene, l'unica vera attività con un senso e una giustificazione nella vita. Siamo nati per osservare. Per poi trarne le conseguenze. Occorre farlo bene. Osservare non fa male a nessuno se si evita, come si deve, di giudicare. Sono pochi a riuscirci, sono pochi quelli che sospendono il giudizio dopo aver osservato. A volte i torti e le ragioni si intrecciano, il bello si confonde col brutto, il giusto vira facilmente all'ingiusto, la sinistra fa a volte cose di destra. Gli schiavi diventati liberi schiavizzano. La Liberia - che bel nome per una nazione! - è un paese di schiavi fondato da schiavi affrancati, - ora potrebbe chiamarsi, alla latina, "Cattiveria". Almeno i liberti americani si sono messi a cantare le lodi del Signore e suonare il piano, il sax, il banjo, dimostrando di essere più uomini degli schiavisti che l'unico strumento che conoscevano era la frusta. Osservare, con cinismo positivo, non semplicemente vedere. Come i turisti scemi che spendono un sacco di soldi senza aver osservato nulla. I turisti scemi meno scemi si limitano a vedere. Gli altri sono come le scimmie: non vedono, non sentono, non parlano ma fanno fotografie che riporranno in un album o in un file che dopo un po' non vedrà più nessuno.

Osservatore. Chi ha uno spiccato senso d'osservazione o doti di attenzione (aggettivo).

Sostantivo maschile (anche al femminile): chi partecipa senza intervenire personalmente, in forma privata o come inviato ufficiale, a convegni o conferenze, seguendo i lavori con o senza funzioni di controllo. Emissario con compiti di ispezione durante manifestazioni elettorali in paesi turbolenti o in caso di tregua tra contendenti. Questo dice il DISC (Dizionario Italiano Sabatini Coletti).

Il Kivu è un paese turbolento o la tregua tra i contendenti è effettivamente in vigore?

E* è già stato osservatore. "Observer" è il termine tecnico per osservatore di safari, la caccia grossa. Ma nella lingua swahili safari vuol dire "buon viaggio". Ne ha fatti diversi di buoni viaggi e ha osservato tutte le specie di animali. Uomini compresi, non diversi da quelli che osserva nel Kivu, affamati quasi tutti, assetati di pace e di giustizia. Ma anche cattivi (Nella prigione di Masisi, riportano diligenti Boccardelli e Canòpili, un altro graffito dice: "La natura è bella, gli esseri umani non sempre"). In un piccolo parco nazionale di uno stato dell'Africa centrale non c'è più un animale. Se li sono mangiati tutti. Qualche piteco, qualche colubro, qualche kobo, qualche facocero (la maggioranza nel Ciad è musulmana, non mangiano suini). Sino a quando la direzione del parco è in mano a un Padre gesuita, gli animali vivono tranquilli perché i bracconieri sono catturati dai ranger e dati in pasto ai leoni. Poi, un giorno, i bracconieri catturano lui, il gesuita, e i ranger e li danno in pasto ai leoni. Poi i soldati catturano gli ultimi bracconieri. I soldati si mangiano tutto il mangiabile, anche i bracconieri e i leoni. L'observer, però, qualcosa riesce a vedere: le albe e i tramonti. Le albe e i tramonti non se li mangerà mai nessuno.

Beni.

All'aeroporto con pista sterrata e rossa li attendono l'abbè Aurelien con la sua berlina francese duemila di cilindrata e Thierry, chauffeur della jeep giapponese con guida a destra (comprata in Inghilterra second hand). L'abbè sembra uno sciamano furbo uscito dalle pagine di Cent'anni di solitudine. «Mi chiamo Henry - dice E* all'autista con una battuta quasi scontata e bamba -, insieme facciamo Thierry Henry, quello che ha terrorizzato gli italiani nell'area di rigore nella finale dei mondiali di calcio. Thierry Henry, un terrorista.» Grande risata di tutti anche degli altri NK, il Mangiatore di polenta compreso. Thierry e l'abbè dicono che lì, in Congo, hanno tifato quasi tutti per l'Italia. Eppure sembrava più Italia Africa che Italia Francia. Nella squadra dei "galletti", c'erano a mala pena due bianchi (più un panchinaro), uno dei quali algerino. Françafrique, anche nel gioco del pallone.

Beni.

Nella lingua italiana è il plurale di bene. "Beni comuni" riscontrati (osservati): nessuno. Beni materiali in vendita: banane piccole, medie, grandi (rispettivamente da mangiare così, per insalate miste, per cucinarle: bollite, fritte, arrosto e per fare una specie di polenta: bugali ya ndizi); arachidi, piccolissime, gustosissime quelle tostate (kalange); patate dalla buccia scura, igname, per essere precisi; manioca bianca per la cassava (tipo polenta); stoffe, importate via Dubai dall'Europa ma stampate in loco con disegni allegri e variopinti o addirittura con foto o scritte d'attualità (c'è Ratzinger, ancora Giovanni Paolo II, Kabila il pacificatore, quadri arancione della CEI); motociclette nuove importate via Dubai dalla Cina, la nuova superpotenza fa sentire la sua prepotenza; telefonini. Telefonini? Sembra incredibile, eppure ci sono i telefonini cellulari (si comprano nell'unico "bel" negozio di Beni), le carte sim Vodacom e Celtel e le ricariche in vendita nei chioschetti come i dollari (ecco di chi era quella faccia verde, di Beniamino Franklin!, ormai "la lotta per l'influenza" è tra usafrique e cinafrique), le caramelle, le sigarette (neppure loro congolesi, le Ambassador sono made in Tanzania), les allumettes (Joker e Krishna, wax safety matches made in India), scarpe usate, orologi, il tutto lungo lo stradone centrale, l'unico asfaltato ove si affacciano alcuni uffici o sedi di qualcosa: la Monuc, Les Femmes Juristes, Partiti politici, "ristoranti", L'Hotel de Ville, le poste, L'Hopital general, La grande église, un inquietantissimo tribunale militare, un piccolo ma bell'albergo (Hotel Beni), dove sono alloggiati gli altri osservatori internazionali, con annesso un piccolo spaccio, pulito e abbastanza fornito, non di cartoline postali, però. Cartoline postali? Dai, cerchiamo le cartoline postali così le mandiamo ai nostri amici, io le manderò a tutti i sindaci i cui comuni hanno approvato la mozione dei Beati: Sestu (Centro Sinistra), Villasor (Centro Destra), Mandas (Centro), Burcei (lista civica). Ne manderò una a Fulgencio, se l'aspetta, per lui ricevere una cartolina dall'Africa è come esserci stato, per un disabile l'Africa è una barriera quasi insormontabile. Cartoline postali non ce n'è a Beni. Ma lascia perdere, fa il Mangiatore di polenta, non siamo qui per questo. E poi dobbiamo stare attenti, è pericoloso stare qua in mezzo senza qualcuno che ci accompagni. Guarda che i cannibali sono i primi ad essersi estinti, e poi siamo qui per osservare. Appunto, dobbiamo solo osservare, per il resto dobbiamo stare alla larga da tutto, non avere contatti, non fare regali, non fare fotografie senza... Non vedere, non sentire, non parlare. No, è che abbiamo una consegna, delle regole... Le regole di ingaggio, vero? Senti, me lo fai un favore, «ti nci olli' cravai me i domus de Maria? A nai tontesas torradinci in su cunnu e sa Padania!» Gli dice così, sbottando in sardo senza tradurre, al Mangiatore di polenta, che ha paura anche della sua ombra (va piano, pole pole in swahili, quando incrocia gente e veloce, mbio mbio, quando non c'è nessuno), ha paura di non far tornare i conti, ha paura di "trasgredire" perché mica vuol dire bugie nella relazione, ha paura di vivere. Ma quale trasgredire, sbotta un'altra volta E*: anche l'esercizio costante e coerente della pazienza ha un limite. Non sei stato molto attento a quello che ci hanno detto. Chi ama l'Africa, Melandri, per esempio, e Don Albino ci hanno ricordato e ci ricordano sempre Don Milani. È scomodo, certo, ma ogni tanto è bene ripassare. "Bisogna avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l'obbedienza non è ormai più una virtù ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene fare scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l'unico responsabile di tutto..." «A volte - gli dice anche - occorre essere capaci di disobbedire. Questo l'ha detto Fromm non Don Milani, ma fa lo stesso, ragazzo. Ti voglio bene. Però, se mangiavi il cous cous, o anche i malloreddus alla campidanese o il pani frattau, ecco, il pani frattau, invece della polenta, era meglio. Bossi, Boso e Borghezio, i Beagle Boys della Padania, non hanno fatto altro che mangiare polenta nella vita - polentifaghi, avrebbe detto Gadda - e ne è venuto fuori quel che ne è venuto fuori: la liga!» «Ma io NON sono un padano!», interloquisce piccato il ragazzo. «No, infatti, non sei un padano, non sei un ligaiolo. Sei un Mangiatore di polenta, pole pole mbio mbio».

Beni.

Nella lingua sarda campidanese vuole dire "bene" ed è anche voce del verbo benni, venire. L'imperativo, "vieni!". Là ci darem la mano, là mi dirai di sì... vieni, vieni! Amore, siamo venuti per dare amore, sulle note di Mozart, il modo giusto per ricordarlo nei duecentocinquant'anni dalla nascita. Osservare, non giudicare. Prendere posizione, sì, prendere posizione non giudicare. Prendere posizione e dare ciò di cui tutti abbiamo bisogno. Amore. Solo così si salva l'Africa. Solo così ci salviamo noi. L'Africa in soccorso dell'Occidente, ha scritto la giornalista Anne-Cécile Robert provocatoriamente ma non troppo. È l'Occidente che ha bisogno dell'Africa, delle sue lentezze e dei suoi ritmi, del suo vivere con nulla, dell'amore per la vita nonostante tutto. All you need is love. Tutti hanno bisogno d'amore. Lo dicevano anche i Beatles. «Conosci i Beatles!?», chiede stupito il ragazzo, pole pole. «Certo, sono io che dovrei stupirmi, dato che io ho più di cinquant'anni e tu meno di trenta.» «Ho tutti i dischi - continua, mbio mbio, orgoglioso e pacificato -, qualche etichetta rarissima.» «Beh, vuol dire che mi ero sbagliato, non hai mangiato solo polenta» e gli dà una pacca sulle spalle, carezzevole, amorevole. Tutti abbiamo bisogno di amore. Beni a innoi, piccioccu, ti ollu beni!

«Ti voglio bene!», fra poco, se l'aereo non fa le bizze e parte in orario - stanno per chiamare il boarding, infatti -, lo dirà alla moglie, alla suocera, al figlio grande. L'altro, il piccolo, quindicenne, quello che si chiama Wolfgang in onore di Mozart (è nato nel 1991, bicentenario della morte del salisburghese), è al campo scout nei freschi boschi di ilixi e arrideli del Gennargentu, Sa janna e su entu, la porta del vento. Qualche giorno prima di partire per il Congo, gli chiede, a Wolfi: «Ma lo sai chi era Baden Powell?» «Certo che lo so, babbo. È il fondatore dello scoutismo!» «Sì, ma chi era, che cosa faceva?» «Bah, era un soldato inglese...» « ...che si rammaricava di non aver ucciso troppi indigeni africani!» Exterminate alla the brutes! «O babbo, guarda che gli scout sardi sono pacifisti e...» «... ecumenici, interetnici, vuoi dire?» «Sì, certamente, c'è anche un ragazzo senegalese tra noi, Omar, che cavolo!» «Altrimenti mica ti avremmo iscritto!» A Sestu c'è persino una piazza intitolata a Baden Powell. Ma non ce n'è una intitolata a Lumumba. Ite bregungia.

A Carloforte, Isola di San Pietro - un tuffo dove l'acqua è più blu proprio dove passa il tonno di corsa -, c'è la "Madonna dello Schiavo" (co-patrona, il primo è San Carlo Borromeo). Grazie a Lei, mille carolini fatti schiavi a seguito di una delle ultime incursioni barbaresche nel 1798 e deportati a Tunisi per oltre quattro anni, furono liberati: non proprio mille, un centinaio non tornò, una donna fu ammessa nell'harem del Bey. Nella chiesina ottocentesca di via XX Settembre c'è la tomba di uno schiavo ignoto. (A dire il vero, fu specialmente Napoleone che si diede da fare e anche il Re di Sardegna e anche il Papa che, però, evidentemente, mandò un emissario: la madonna, appunto). Per essere precisi o "storicamente corretti", la schiavitù non è né un'invenzione né una prerogativa degli Europei. Gli Arabi ci hanno inzuppato il biscotto alla grande. Si potrebbe dire che a introdurre la schiavitù - quella moderna - in Africa furono loro così come furono loro a colonizzare per primi gli idiomi: la lingua swahili (la lingua della costa, della costa orientale) è di derivazione araba. C'è anche da dire - sempre per essere storicamente corretti - che anche gli Africani sono stati al gioco. Loro stessi infatti procuravano la materia prima che davano prima agli arabi e poi agli occidentali. Naturalmente, il fatto di non avere la patente della primogenitura, non assolve certo i negrieri europei. I quali, però, le mani non se le sporcavano. Ci pensavano gli Africani, della costa occidentale, "la costa degli schiavi", a catturarli, incatenarli e venderli - insieme all'oro e alle zanne di elefante - in cambio di acquavite, polvere da sparo e fucili a schioppo: tutte materie prime senza le quali l'Africa non si sarebbe mai sviluppata. Insomma, in Africa i commercianti di schiavi stavano dappertutto. A Est gli Arabi, a Ovest gli Europei, dentro, nel cuore della tenebra, Kurtz e i suoi mercenari Africani.

La Madonna dello Schiavo è unica al mondo. Carloforte è l'unico posto al mondo dove si invoca, si venera, si prega una madonna dedicata agli schiavi. E dove, invece del milite, si mette una corona davanti alla tomba dello schiavo ignoto. E si ricorda. Il ricordo - ancora vivido - non è limitato ai mille tabarkini catturati alla fine del secolo dei lumi, quando contemporaneamente gli Europei traevano lucri incessanti dalla tratta della vergogna, ma si estende a tutti quelli - decine se non centinaia di milioni - che avevano subito, e subiscono, la stessa sorte. Il quindici di novembre, giorno in cui viene festeggiata la Madonna con trasporto in processione per tutto u Paize della santa polena - l'aveva avvistata su una spiaggia tra Capo Bon e Nabeul un certo Moretto, l'aveva sottratta alla vista dei musulmani, e poi di nascosto era stata venerata e fatta oggetto di suppliche, andate a buon fine dopo appena un mese dal ritrovamento -, il quindici di novembre dovrebbe essere dedicato - come a gennaio ce n'è uno per l'Olocausto - alla memoria dell'Olocausto degli schiavi grazie ai quali, al loro sangue e alla loro energia rapinata, oggi funzionano anche gli elettrodomestici. Una famiglia media possiede elettrodomestici che lavorano per un equivalente di circa trenta schiavi. (Una volta in Zambia, nella casa protetta da alte mura di una signora bianca che li aveva ospitati per una notte alla fine di un safari, per ognuna delle quattro macchine c'era un nero che incessantemente puliva a specchio i cristalli; in cucina ne avevano avvistato una decina; i camerieri in guanti bianchissimi erano un'altra decina; c'era una lavanderia dove presumibilmente si annidava qualche nero; in giardino, dove le jacarandas sfavillavano fiori di un azzurro infuocato, un'altra decina, alcuni dei quali a guardia delle mura dietro le quali i paria, i loro fratelli, si aggiravano incazzati e affamati).

C'è stato, da poco, anche un convegno internazionale a Carloforte dove si è parlato di schiavi. Erano presenti molte delegazioni degli stati africani, del Senegal in primis, che formavano la Costa degli Schiavi. Da un'isola di uno di questi stati, una volta Giovanni Paolo II aveva chiesto perdono.

Ultima chiamata per l'imbarco. Il volo, non solo non è stato cancellato ma è in perfetto orario. E*, liberatosi finalmente dei venti chili di bagaglio che lo hanno sderenato per tutto il Kivu, entra nel finger con la testa e il cuore equamente divisi tra il passato prossimo e il futuro semplice. Effettivamente, a pensarci bene, l'uomo è proprio così: un qui e ora tra parentesi. Le parentesi sono il passato e il futuro. All'Africa è sempre mancata una parentesi: il futuro.

Sull'ala dell'airbus superottanta balugina l'ultimo riflesso dell'occaso, il primo indizio della Sardegna. Sull'ala dell'aereo del Governo, da Ciampino a Kigali, i primi bagliori dell'alba equatoriale: nero notte fonda, blu notte, una striscia di giallo, una striscia di rosso, la sequenza dei colori del primo crepuscolo africano. Mentre Gianni Boccardelli dorme profondamente, come tutti gli altri Beati, E* scatta la prima - di quasi cinquecento - fotografia con la sua vecchia Kodak. Ha scelto quella perché il Re Leopoldo la odiava. Aveva documentato i massacri e gli scempi. Le foto di uomini, donne e bambini con le mani mozzate avevano fatto il giro del mondo agli inizi del Novecento e questo gli aveva dato fastidio, al Re Leopoldo, un modo scorretto, pensava, di divulgare notizie false, esagerate e tendenziose sul suo conto. Lui era un Re, mica un macellaio, lui era un civilizzatore, mica uno che faceva i suoi porci comodi. Bastava guardare Bruxelles, come l'aveva abbellita coi proventi del caucciù, resa una metropoli, all'avanguardia con tutti quegli edifici nuovi in stile brutalista. Lungimirante, un giorno Bruxelles sarebbe divenuta la capitale dell'Europa. Peccato che lui non sarebbe stato più re, allora. Le quasi cinquecento fotografie sono il frutto dell'osservazione. Osservare, dal latino ob servare, "salvare attraverso", quindi custodire, documentare.

Hanno osservato e documentato la procedura elettorale. La prima dopo l'uccisione di Lumumba. La prima dopo la prima guerra mondiale africana. Quattro milioni di morti, di cui in Occidente non si è accorto nessuno perché i media erano interessati ad altro. Elezioni democratiche e trasparenti. Loro sono lì per attestare che sono democratiche e trasparenti. Lui, del Giudicato di Karalis, e il ragazzo (della Marca trevigiana) a Beni, Ismaele, da Lucca, e Valentina, cittadina del mondo, a Butembo, Enrico (del marchesato di Saluzzo) e Roberta (pure) a Oicha: i Beati del Nord Kivu (quello più a nord, anche Gianni Boccardelli e Dony Canòpili sono NK). Tutti svolgono il loro compito con dedizione, pazienza, passione. Osservano, documentano, attestano. Lì, anche lì, nel Nord Kivu i warlords hanno fatto a gara per distruggere, violentare, rapinare, uccidere. E i segni inequivocabili si vedono, a parte la presenza dell'ONU. Persino gli slums, come se ciò fosse possibile, hanno subito gravi danni. Il nero degli incendi, capanne diroccate e abbandonate, muri crivellati con buchi profondi che sembrano nidi di gruccioni. Lui e il ragazzo sono alloggiati nel convento rurale delle Soeurs Orantes de l'Assomption, tutte dedite alla preghiera ma ancora di più al lavoro. I pasti sempre puntuali e buoni. La toeletta - unica per tanti ospiti, a volte una decina tra seminaristi, funzionari della CEI, gente di passaggio - è sempre pulita. Una notte, alle due ante meridiem., ha visto soeur Olive fare la pulizia del cessetto. Il rischio principale per lui non è "la diarrea del viaggiatore" - che un giorno, solo uno per fortuna, beccherà il ragazzo - ma l'incontrario, perché (come da militare, ad esempio) lui in un cesso sporco non riesce a farla. La "stitichezza del viaggiatore". E invece le suore puliscono e lavano giorno e notte e perciò "rien de problèmes", tutto ok, regolare come un orologio svizzero. Le zanzare, quelle non le hanno sterminate né Re Leopoldo né le suore. Ne è entrata una dentro la zanzariera. Doppia dose di Off! spalmato in ogni centimetro quadrato di epidermide. E funziona, non punge - l'insetto - e non unge, lui. Il ragazzo tutte le mattine, in questo la sua diligenza e la sua disciplina sono encomiabili, gli ricorda la pastiglietta. Eutirox, sostituisce la tiroide che a detta dei medici non serviva più a niente anzi era diventata dannosa. Perciò, via la tiroide e dàgli, tutte le mattine, tutte le mattine, con la pastiglietta. Eutirox, ti allunga la vita. Posso andare in Congo, dottore? Certo, che può, purchè prenda la pastiglietta. E anche il malarone, l'aspirina, il dissenten, eccetera, eccetera: mezza valigia di medicine. Più della metà, prima di andar via, le dà alle suore in segno di riconoscenza (con le istruzioni della moglie). Questa è per la diarrea, questo per il mal di testa, questa per le emorroidi, "sa, il pili-pili"... Risatina della suora. L'enterogermina la dà al ragazzo che vuol guarire senza prendere niente. Guarda che il dissenten lo puoi prendere, non è antibiotico. Prendi almeno l'enterogermina, disinfetta, l'ameba ci soffre. La prende alla fine e la diarrea sparisce in un giorno appena. L'osservazione è salva. È in due che bisogna osservare.

Noleggiano la jeep per visitare tutti i centres de vote. Cinquanta dollari al giorno più la benzina. Il ragazzo, per paura che non tornino i conti come a Clint Eastwood in Per qualche dollaro in più, dice che è meglio rinunciare alla jeep e andare o a piedi o con un taxi. D'altra parte il prezzo, dice l'abbè Aurelien, della location e del carburante si è calmierato a quelle cifre per colpa della Monuc i cui dipendenti, non mettendo un soldo di tasca loro, pagano quanto gli viene chiesto senza dire ba. A piedi è impensabile. La città ha un diametro di dieci chilometri. Le strade sono inesistenti, praticamente dei fuori pista percorribili solo con un potente fuoristrada come è la toyota guidata da Thierry. Chissà come si presentano le così dette strade durante la stagione delle piogge quando piove ininterrottamente da dicembre ad aprile. Fanno bene i conti. Locheranno la jeep due giorni interi e una mezza giornata. Centoventicinque dollari. Il sabato, durante il silenzio elettorale, andranno a piedi alla CEI, alla Minuc e all'Hotel Beni, dove si divideranno con gli altri osservatori internazionali i centri di voto da osservare. L'indomani, l'election day, dovranno alzarsi alle cinque del mattino per essere alle sei ad uno dei seggi, a quello che hanno scelto per essere il primo dopo averli visitati proprio tutti. Resteranno nei seggi assegnati loro alla riunione degli osservatori internazionali mezzora in ognuno e poi si fermeranno all'ultimo per lo scrutinio, il cui inizio è previsto per le ore diciassette se non ci saranno più le file degli elettori.

Ecco le prime luci della Sardegna. Disegnano, come in una galassia lontana anni luce, la costa opulenta e frastagliata della Gallura dove l'aeromobile vira di novanta gradi e punta dritto verso Karalis. Luce a Beni non ce n'è. Kabila, il pacificatore, ha promesso che subito dopo le elezioni gli farà avere un grande gruppo elettrogeno. E anche una grande ambulanza. (Promesse mantenute. Due giorni dopo entra in funzione un gruppone elettrogeno e un'ambulanza nera ed enorme, che sembra un postale, fa bella mostra su un fianco dell'hotel de ville. Lì Kabila ha ottenuto quasi l'ottanta per cento). Lo ha detto ad E* Monsieur Cristofle, il sindaco e anche, dice, chef de division, un segretario comunale, sembrerebbe. Tu es mon collègue, mon ami. Gli dice con orgoglio di categoria. Gli fa vedere l'hotel de ville, il municipio, le poste, dove E* compra dei francobolli ancora dello Zaire (con l'immagine di un gorilla). Un francobollo estinto con un animale quasi estinto. Gli mostra anche un edificio, un po' scostato dalle poste e molto scrostato, di mattoni pitturati di bianco, un bianco sporco coloniale. Quella è casa mia. È l'unico fabbricato, ad esclusione di quelli pubblici, di mattoni, con un tetto, un ballatoio, abbastanza comodo. La casa di un non povero. Il sindaco è un non povero. Noi chef de division, gli dice, percepiamo trenta dollari al mese, quando pure ce li danno. Non ha il coraggio di rispondergli che l'ultimo profilo professionale di un comune in Italia intasca la miseria di circa mille euro. Che cosa sono quelli?, chiede lo chef de division occhieggiando il portafogli aperto per tirare fuori i soldi con cui pagare i francobolli. Sono euro, monsieur, mon chèr collègue, ecco cosa sono, questi sono dollari e questi sono euro; toh, guarda, questi sono dieci euro, l'equivalente di dieci dollari, anzi, a dire il vero, dieci euro valgono dodici dollari. La nostra moneta è più forte, è quasi tronfio nel dire che euro batte dollaro uno a zero. Occhieggia, lo chef de division, goloso e gli scendono le salive alla bocca. Dieci euro, più di un terzo del suo mensile, sta pensando monsieur Cristofle. E* paga i francobolli con dieci dollari (per resto luride banconote di franchi congolesi, niente metallo, quello va solo esportato) e poi tira fuori dieci euro e «Mon ami - dice al chef de division -, voila dix euros pour toi, pour mon collègue de Beni. Mais, toi, s'il te plait, cherche pour moi quelque carte postale de la ville. Merci

La sera, prima della cena, alle diciannove in punto, una suora gli porge una busta di quelle con la scritta par avion e air mail. C'è scritto: "pour mon collègue chef de division de l'Italie". La apre e tira fuori cinque fotografie scattate evidentemente da monsieur Cristofle (in una c'è lui) con un foglietto dove c'è scritto: cartoline postali. Sono immagini della brusse e dei dintorni. Naturalmente non si possono spedire ma un sorriso glielo strappano senza neanche pensarci.

L'indomani - il sabato del silenzio elettorale - vanno a piedi, pole pole mbio mbio, all'Hotel Beni per la riunione con gli altri osservatori. Passano di fronte all'hotel de ville dove campeggiano nelle vicinanze i centotrentachili a limpiu del sindaco che si chiama per questo anche con un nome che in swahili significa "leggero come una piuma". (E* pensa alla piuma sulla panchina di Forrest Gump e sorride per il nonsense). Le chef de division è elegantissimo, con un completo marron chiaro, gilet compreso. Più che un non povero di Beni sembra un vero ricco di Miami.

L'altoparlante annuncia che tra un quarto d'ora atterreremo, prima in italiano poi in inglese. Dovrebbero dirlo anche nella nostra lingua, dice quello seduto sul lato del finestrino nella fila da due. E* sceglie sempre il lato corridoio e si toglie sempre le scarpe. Stanno sorvolando il Supramonte. Sembra Benito Urgu quello seduto a fianco, che si allaccia le cinture appena l'apposito display e l'avviso acustico annunciano turbolenza e vuoti d'aria. Nuvole grosse sul Gennargentu. A Karalis, ha detto lo speaker, spira un forte vento di maestrale e la temperatura supera di poco i venti gradi. Il primo giorno dopo un mese abbondante di bolla sahariana, afa, umidità e il mercurio che segna da trentacinque a quaranta gradi. Uno pensa che Africa e caldo torrido siano sinonimi. E invece capita che a Butembo, mille e novecento metri sopra il livello del mare, Ismaele e Valentina hanno bisogno di due pesanti burre per dormire. A Beni tempo incostante, talvolta nello stesso giorno fresco da maglioncino e caldo da canottiera, di notte basta il lenzuolo sotto la zanzariera ma una volta E* si è svegliato diverse volte per fare la pipì prima di capire che la causa era il freddo. Il giorno delle elezioni, pioggia. Non fastidiosissima, intermittente, comunque sempre molto nuvoloso con probabilità di forti scrosci. A Goma, l'ultima notte al grand'hotel dei Pallottini, un diluvio. Alle sei del mattino, al momento dell'imbarco sul Miss Rafiki, continua a diluviare. Le strade sono fiumi di fango nero. S'imbrattano e s'inzuppano. Le valigie e le scarpe s'incrostano di ludu. (Dentro un nero pulisce le scarpe dei neri ricchi per pochi franchi). Si accucciano sul ponte della prima classe, sotto si accalcano quelli della seconda sino a quando ci stanno, poi occupano la prua che si riempie ben presto. A un certo numero vien data un'incerata gialla. Gli altri a fare la doccia, che ne avrebbero bisogno, certo, però... Molti sono rimasti a terra, urlanti sotto la pioggia per la rabbia. (Tutti, sulla tolda, a vedere e il bateau s'ingavona). Partiranno il giorno dopo se riusciranno a entrare per primi: prior in tempore, potior in jure, ma basta dare una mancia competente et voila si parte per Bukavu. Ma chi le ha, le mance competenti, là nel girone dei dannati di Goma - i gomorriti - provvisti soltanto di tasche incompetenti quando pure le hanno le tasche? Già, la corruzione, l'Africa va avanti a forza di corruzione. All'aeroporto non passerai mai la dogana se non gli dai un po' di dollari. La polizia, se non la paghi, ti arresta senza l'habeas corpus. Se vuoi fare fotografie devi pagare. La corruzione è nel DNA dell'Africa, il tabù del dono. La Banca Mondiale non dà più un soldo all'Africa se non garantisce di eliminare la corruzione. Qualcuno gli ha risposto: «Spazzate davanti alla vostra porta!» e, citando Tommaso Moro, «Che fate ancora? Dei ladri per poi punirli!».

Non può fare a meno di chiederglielo, se è proprio Benito Urgu, a quello seduto lato finestrino che non vede niente per via delle nuvole ma si vede che sta stringendo per via delle turbolenze: l'aereo sembra una campagnola che galleggia e fluttua sugli sterrati accidentati del reg sahariano. «Senta - gli fa a un certo punto scapolando l'imbarazzo - lei non è per caso...» «Su cunnu...», lo interrompe quello a un vuoto d'aria irresistibile come la forza gravitazionale di un buco nero. «E poi - continua quando il sangue ricolorisce il visus cadaverico -, NON sono Benito Urgu, se proprio lo vuol sapere, npn faccio neanche ridere.» «Però siete come...» « ...due gocce d'acqua. Lo dicono tutti. Ma NON mi chiamo Benito! Mi chiamo Giuseppe Vladimiro.» «Giuseppe Vladimiro?» «Urgu, Giuseppe Vladimiro Urgu, e Benito è un mio cugino, solo che mio padre era un comunista e un antifascista e così mi ha chiamato come Stalin e come Lenin: era un vero democratico. In fondo non mi dispiace, meglio Lenin di Mussolini. Io, però, sono un agnostico, se così si può dire.» «Si può dire. Piacere mi chiamo E*. Ma forse meglio Mussolini di Stalin... Però sarei stato felice di avere l'autografo di... - scusi sa - di suo cugino nel moleskine.» «Glielo posso mettere io l'autografo di mio cugino, lo faccio uguale, neanche mio cugino se ne accorge. Figurarsi gli altri che, poi, lei può dire tutto quel che vuole agli altri, non sono in grado di contestare. Se vuole le faccio anche l'autografo di John Lennon, tanto mica possono dire che non lo è, ci vorrebbe una perizia...» «Ok, mi faccia l'autografo di Benito Urgu. Ecco, qui, sull'unica pagina vergine.» «Ma, è pieno, tottu prenu... » « ...di appunti africani. Sto tornando dall'Africa.» «E ci sta andando di nuovo. Ci stiamo andando. Io non ci sono mai stato.» «Fra pochi minuti atterreremo a Karalis e le offrirò qualcosa di fresco da bere visto che Meridiana non ci dà neppure l'acqua.» «Accetto, grazie. Una coca cola a Tunisi, tanto la coca cola la trova anche in su corru e sa furca!» «Mi scusi, sa, ma credo che il vuoto d'aria le ha fatto come l'ossigeno ai principianti sub: l'ebbrezza degli abissi, il fascino della profondità. Li intontisce, non capiscono più niente e affogano.» «Ma io ho capito benissimo. Mentre lei dormiva lo speaker ha detto che atterreremo a Tunisi perché a Karalis il maestrale è troppo forte, ad Alghero e Olbia, pure e Roma è troppo lontana. L'aeroporto più vicino è Tunisi. Ci vogliono venti minuti da Karalis a Tunisi. D'altronde i sardi sono venuti da lì, dicono. I maurreddini, quelli del Basso Sulcis, sono sputati e cagati, piccoli, neri, resistenti fanno scempio delle scempie come nella lingua Swahili. La Mauritania... » «Oh, cazzo! Cuddu cunnu!».

Il bersaglio. Un gioco antico, almeno quanto La settimana enigmistica, fondata nella notte dei tempi da un sardo. Ora gli eredi, continentali, vivono di rendita.

Urgu. Guru. Don Albino. Bolina. Vento forte. Maestrale. Scirocco. Sciroccato. Pole pole mbio mbio. Congo. Re Leopoldo. Fillebagassa. Berlusconi. Prodi. Rodi. Colosso. Sergio Leone. Per un pugno di dollari. Si sono presi il nostro cuore sotto una coperta scura. Gangster story. Bonnie&Clide. Gianni Boccardelli. Freelance. Enzo Baldoni. Poveri ma liberi. Poveri ma belli. Maurizio Arena. Verona. Polenta. Bugali ya ndizi. Polentoni. Polentifaghi. Gadda. Adda. Brenta. Bacchiglione. Padova. Beati i costruttori di pace. Lisa Clark. Sandra Murgia. Talana. Supramonte. Hotel. Rwanda. Radio delle mille colline. Alberi alti. Scarafaggi. Beatles. Rolling Stones. I can't get no satisfaction. Musica Rock. Musica jazz. A love supreme. John Coltrane. America. Africa. Schiavi. La costa degli schiavi. Thorkild Hansen. Il comandante Jens Munk. Polo Nord. La stella polare. La stella cometa. Pallottini. Grand Hotel. Roma. Goma. Gomorra. Gomorriti. Sodomiti. Inferno. Lasciate ogni speranza o voi ch'entrate. Dante. Petrarca. Giotto. Scrovegni. Antonio da Tempo. Anna Fazi. Il capitano Fazi. Naja. Noia. Mortaio pesante. Esercito. Guerra. Paura. Pietra di fiume.

Impietrito [im-pie-trì-to] aggettivo.

Fatto pietra, pietrificato, fossilizzato: «ossami impietriti» (Leopardi).

Estens. Indurito, irrigidito: dita impietrite.

Che sembra aver perduto la capacità di provare sentimenti ed emozioni e persino di muoversi, bloccato: alla notizia è rimasto impietrito; animo impietrito dal dolore.

(DISC - Dizionario Italiano Sabatini Coletti).

Manca, nel dizionario, l'accezione (né figurata né estensiva) di "corpo impietrito dalla paura". Quando si ha paura, quando il terrore si impadronisce della psiche e del fisico e pervade l'anima, allora il corpo si irrigidisce, si fa pietra come un'opera dello scultore campidanese Porceddu, di Sorres: una "baldracca nuragica", una "pietra che partorisce" (una pietra che partorisce villaggi di gente laboriosa, fiori dei tropici sardeschi, uccelli del paradiso, messaggi di pace e di amore).

Una pietra che può salvarti la vita o risparmiarti una pena più disperata della morte. La paura, la paura di morire di morte violenta - il malaugurio più odioso e terribile dei balentes del Regnum Barbarie - è il sentimento più umano che ci sia. Neanche gli animali impietriscono, per istinto scappano o reagiscono per salvarsi.

Una volta, a Sarajevo durante un'altra missione di pace - molto più pericolosa e quasi disperata -, ai Beati si era riversata addosso una pioggia di fuoco: proiettili e bombe impedivano loro di andare avanti e tornare indietro. Scappare, fuggire dignitosamente al riparo di qualcosa. È Boccardelli - Clyde non aveva ancora conosciuto Bonnie - a raccontarlo e per l'occasione molla le freddure iperbritish per immedesimarsi e, al ricordo di un compagno colpito a morte, commuoversi. Un compagno che senza alcuna ostentazione aveva fatto vedere al mondo come moriva un italiano. In missione di pace, gratis, per la causa dell'amore. Ama il prossimo tuo. Un altro compagno, invece, era diventato duro come una pietra di fiume, più dura del basalto e del granito. Era diventato come una statua del Porceddu, una scultura iperrealistica da mettere su un piedistallo ed esibire in una mostra permanente con il titolo: "i benefici effetti della guerra". Ma l'essere diventato pietra lo aveva salvato. Ricordati che tu sei pietra e su questa pietra edificherò la mia chiesa.

Beni.

Si era salvata così anche Suor Maria Immacolata. I soldati, con sinistro clangore, erano scesi dall'Uganda. I mobutisti - diceva la superiora nel suo racconto ad E* che le aveva chiesto di tutti quei rattoppi Dieu merci sui muri del convento rurale, quei rinzaffi alla bell'e meglio, quelle coperture di lamiera di altro colore -, i mamuthoni col ghigno della lua, gli uomini di Bemba armati sino ai denti, usati anche per fare a brandelli la carne dei pigmei bambuti, evidentemente non così bambi, insipidi come si dice nella lingua campidanese. Avevano sfondato le porte - continua con qualche singulto la superiora - e rotto tutti i vetri e distrutto le sedie e i tavoli e l'altare della cappella. Le Soeurs Orantes de l'Assomption si erano rifugiate prima nell'oratoire a pregare e poi nel refectorie, il posto più vicino ad una via di fuga, una porticina da cui si vedeva la grande église. I soldati, dopo aver gozzovigliato alla stregua dei bravi di Don Rodrigo, erano ormai prossimi a satollarsi della carne fresca e buona come la saccaia, la pecora che non ha ancora conosciuto il montone, riservata ai banchetti nuziali. Prendono subito Suor Maria Immacolata, le strappano la tonaca e cominciano a sbranarla. Ma la carne è dura - dice la superiora nel suo racconto, che ormai quasi piange -, è dura come una pietra, è immangiabile, e i soldati stanno per tagliarle la testa con il machete quando all'improvviso entra Père François e dice: «In nome di Dio, fermatevi, bestie feroci, lasciate andare le suore, prendete me, violentate me, uccidete me, prendetevi tutto, tutto quello che volete, ma lasciate andare le suore.» I soldati per un attimo sono sgomenti e in quell'attimo le suore scappano, scappano, scappano verso la brusse, il bush, corrono, si lasciano indietro Beni e tutti i mali del mondo. Vivranno due mesi nella savana ai confini con la foresta tropicale, insieme con i pigmei superstiti, mangiando erbe selvatiche e tuberi, bevendo l'acqua delle pozze, dormendo all'addiaccio punte da miliardi di insetti e di zanzare. Ma loro la malaria non ce l'hanno, Dieu merci e merci - conclude la superiora in un pianto dirotto - ai sei semi, che tutti i giorni ciascuna ingurgita, incapsulati nel baccello dell'albero chiamato Moringa, la migliore medicina contro il flagello del paludismo.

Bukavu

Una donna - racconta un buon padre saveriano di Vamaro -, ora nelle amorevoli mani di un'associazione che ha per fine di aiutare a reinserire le donne stuprate, riferisce di essere stata presa dai soldati di uno degli eserciti irregolari (forse i terrificanti Interamwe, ancora pronti a colpire) insieme con il marito, il figlio venticinquenne, la nuora diciannovenne e un nipotino di quattro anni. Davanti a tutti loro e senza por tempo al tempo hanno tagliato la gola al marito. Poi hanno violentato lei. A turno. In dieci. Poi hanno ordinato al figlio di approfittare della madre. Il giovane terrorizzato non ha né la voglia né la capacità di trarre un simile profitto. Allora lo ammazzano di botte, pugni, calci e bastonate, davanti a lei sino a che lo fanno a fette col machete. Alla fine della performance, se ne vanno portandosi via la nuora: carne fresca, non ancora frollata per i cannibali. Lei, la donna che quasi non ce la fa più a non piangere al ricordo della prova più infernale che Dieu le ha messo di fronte, si salva solo perché è diventata una pietra. Una pietra di fiume che un giorno partorirà villaggi felici, fiori meravigliosi, uccelli variopinti e canti di pace e d'amore.

(continua)