[EPAs] Ultimo round (19 dicembre 2007)

Si chiude domani il primo round dei negoziati Epa (Economic Partnership Agreements), iniziato il 27 settembre 2002, dall'allora commissario europeo Pascal Lamy. L'obiettivo era di sostituire il sistema stabilito con le Convenzioni di Lomé e confermato nel 2000 a Cotonou, con degli accordi di partnership economica siglati dall'Ue con i sei gruppi regionali in cui erano stati raggruppati i 76 paesi di Africa, Caraibi e Pacifico (ACP) partecipanti ai negoziati.

L'obiettivo dichiarato era di fare degli EPA uno strumento di sviluppo migliore delle preferenze commerciali che nel corso degli anni si erano rivelate inefficaci nel far uscire le ex colonie da condizioni di povertà, adeguandosi al contempo, alle regole di non discriminazione stabilite dall'Organizzazione Mondiale del Commercio.

Peter Mandelson, prendendo il testimone dei negoziati, era apparso ancora più comprensivo del predecessore; i paesi ACP forse ricorderanno il suo primo discorso del 13 dicembre 2004, quando prospettò un sistema commerciale a beneficio di tutti, un sistema basato su regole di equità.

Il tenore dei suoi discorsi è cambiato col passare del tempo, le frasi si sono fatte più aspre, sino ad arrivare pochi mesi fa a negare qualsiasi alternativa agli EPA, calpestando l'articolo 37.6 dell'accordo di Cotonou che impegnava l'UE a trovare soluzioni alternative "equivalente alle condizioni esistenti" per i paesi non intenzionati a sottoscrivere gli EPA.

Il discorso è sfociato in minaccia: o firmate gli EPA o perderete gli sconti sui dazi applicati alle vostre esportazioni in Europa. Dunque nessun piano B, nessuna alternativa a 76 paesi sfruttati in passato come colonie e rimasti, anche per questo, in condizioni di povertà.

Quando ad ottobre l'Africa occidentale ha rifiutato il dictat ed è apparso chiaro che la maggior parte dei 6 gruppi non sarebbero mai riusciti a firmare un EPA completo, ecco che la commissione ha escogitato il vero piano B: un regolamento che sancisce zero dazi e zero quote a favore di tutti i paesi disposti anche solo a firmare un impegno negoziale per un EPA all'inizio limitato al capitolo delle merci.

Alla malora l'obiettivo sempre sbandierato di favorire il commercio intra-africano, Peter Mandelson e il suo socio Louis Michel (commissario allo Sviluppo) sono partiti per una campagna d'inverno per racimolare il maggior numero di adesioni: Botswana, Lesotho, Swaziland e Mozambico il 23 novembre, Kenya, Uganda, Tanzania, Ruanda e Burundi il 27, Seychelles e Zimbabwe il 28, Papua Nuova Guinea e Isole Fiji il 29, Mauritius il 5 dicembre, Costa d'Avorio il giorno dopo, Isole Comore e Madagascar il 12, Namibia sempre il 12, il Ghana il 13, i Carabi il 16, il Camerun il 17 dicembre. I comunicati della direzione al commercio sembrano i bollettini di una avanzata vittoriosa, scritti con la carta carbone per manifestare la soddisfazione dei due commissari nell'accogliere i nuovi arrivati e ribadire, come un mantra, che l'accordo "porrà il commercio al servizio dello sviluppo".

Di diverso tenore i comunicati nei vari paesi ACP, dove il ministro di turno non fa che giustificare con il rischio di perdita di esportazioni in Europa, la firma dell'interim EPA.

Del resto il consiglio dei ministri ACP, riunitosi dal 10 al 13 dicembre a Bruxelles aveva chiuso i lavori con un comunicato in cui esprimeva per l'ennesima volta le proprie preoccupazioni, deplorando "l'enorme pressione" subita da parte della Commissione Europea per accettare gli interim-EPA e sottolineando quanto questo fosse in antitesi con lo spirito di partnership UE-ACP.

Domani 20 dicembre, il Consiglio Affari Esteri approverà il nuovo Regolamento UE e i paesi convinti ad aderire, potranno tirare un sospiro di sollievo: dal 1 gennaio 2008 non perderanno gli sconti di cui godevano e potranno continuare ad esportare in Europa petrolio, diamanti, cacao, banane, zucchero, caffè, legname e pesce.

Per gli altri i dazi aumenteranno e saranno uguali a tutti gli altri paesi in via sviluppo, India e Cina compresi. In teoria per i paesi più poveri, quelli catalogati come paesi meno avanzati non dovrebbe pero' cambiare nulla poiche' potranno sfruttare l'esenzione da dazi stabilita per loro da un altro regolamento europeo (Everythings But Arms) anche se non è vero il trattamento è identico a quello di Cotonou, alcune regole non sono le stesse perché le facilitazioni commerciali non sono solo dazi.

Tutto questo mentre Mandelson, il 13 dicembre a Strasburgo, definiva un nuovo accordo di libero scambio con la Corea una priorità del 2008 offrendo accesso duty-free al 100% delle esportazioni coreane, affermava indispensabile un accordo con l'India (29 novembre a Nuova Deli) e faceva il punto sui negoziati con i 10 paesi ASEAN a Singapore il 21 novembre. Per non parlare dei negoziati in corso con i paesi Mercosur, con la Cina e con gli stessi USA.

Ci vuole poco a capire quanto valgano (e per quanto tempo varranno) gli sconti tariffari utilizzati come strumento ricattatorio verso i paesi ACP. E in cambio i paesi firmatari si impegnano a togliere i loro dazi su più dell'80% delle esportazioni europee, a cancellare anche le tasse all'esportazione, ad accordare all'UE qualsiasi sconto doganale futuro concesso a uno qualsiasi degli altri paesi della terra (vedi art. 16 del testo East African Community EAC). Il tutto ovviamente permettendo all'UE di mantenere i propri sussidi all'esportazione (articolo 18,4 del testo EAC). Le decantate misure di salvaguardia per proteggere i paesi ACP da repentini aumenti di esportazioni UE? Solo affermazioni generiche, identiche a quelle contenute negli accordi WTO e che in sede WTO si sta cercando da anni di riscrivere. Quanto agli aiuti economici, solo promesse e nessuna cifra, nessun impegno vincolante appare sui documenti sottoscritti. Impegno invece a negoziare sul tema servizi, investimenti e diritti di proprietà intellettuale.

Questi sono gli "strumenti per lo sviluppo" ideati e imposti dalla vecchia Europa colonialista.

Qualcuno ha scritto che il futuro del commercio africano è con Cina e India. Certo le esportazioni africane in Cina sono quadruplicate dal 2000 al 2005 (28,8 miliardi di dollari nel 2006) ma per l'85% sono esportazioni di combustibili e prodotti minerari.

Per contro l'Africa importa dalla Cina abbigliamento, tessile, prodotti manifatturieri ed elettronici che oggi può pagare con le esportazioni di materie prime ma mettendo a rischio le proprie attività industriali. Come potranno continuare a competere in un ambiente dominato da produttori esteri in grado di beneficare di enormi economie di scala? Aumentare le esportazioni di petrolio, diamanti e carbone non produce un aumento nel numero di posti di lavoro in grado di compensare le perdite nel settore agricolo e industriale.

Le statistiche commerciali rivelano una terra ancora sfruttata come un eldorado di materie prime, condannata a questo ruolo dalle vecchie potenze (USA ed UE) e anche dalle nuove (Cina e India). L'Europa poteva sfruttare la scadenza dell'accordo di Cotonou per cambiare registro, poteva onorare il proprio debito con un nuovo patto di autentica partnership.

Poteva ma finora non ha fatto.