[WTO] Che fine ha fatto il Doha Round? (13 maggio 2008)

Che fine ha fatto il Doha Round?

Il futuro del nono ciclo di negoziati multilaterali – il Doha Round – rimane incerto. Nonostante il fallimento di Potsdam (18-21 giugno 2007), i negoziati sono proseguiti fra alti e bassi e negli ultimi mesi si è verificata una accelerazione, tanto da far prospettare al direttore WTO, Pascal Lamy, di riunire d'urgenza un incontro ministeriale in questo mese di maggio.

Ma facciamo un passo indietro.

Potsdman era stata considerata come l'ultima spiaggia per sortire un accordo sul delicato tema dell'agricoltura. Qualcuno aveva sperato in un bis dell'accordo di Blair House nel '92, accordo che aveva sbloccato il negoziato Uruguay Round. Così non accadde e il fatto che nei mesi successivi il presidente statunitense Bush, non fosse più in condizione di negoziare accordi relativi al commercio internazionale (era scaduta la "Fast track authority"che glielo concedeva), aveva fatto cadere il round in un limbo di incertezze.

Cosa è mutato negli ultimi mesi?

Semplificatamene la novità consiste in un accordo sullo spinoso argomento dei "prodotti sensibili". Nell'ambito del negoziato agricolo si è stabilito che una piccola percentuale di prodotti a cui ciascun paese tiene in maniera particolare, possano essere salvati dal drastico taglio dei dazi che si prevede di concordare. L'accordo delle scorse settimane prevede che per questi prodotti siano garantite maggiori quote di importazione, ovvero che ogni paese si impegni comunque ad aumentare le importazioni dall'estero, questo nella linea filosofica WTO per cui l'obiettivo è sempre quello che gli scambi aumentino.

Questo compromesso dovrebbe facilitare la definizione delle liste dei prodotti sensibili, ma il risultato non appare scontato perché il perverso algoritmo per la determinazione dei livelli di consumo domestico, necessari per stabilire quali prodotti possano essere considerati, è stato concordato dal club composto da USA, Ue, Brasile, Canada, Giappone ed Australia ma ancora non è stato digerito da tutti gli altri. Oggi, diversamente che ai tempi dell'Uruguay Round, nessuno si fida più di promesse di benefici effetti e tutti i paesi vogliono verificare a livello statistico gli effetti delle nuove formule prima di accettarle. Il che sta ritardando la diffusione di una nuova bozza di accordo agricolo. Il 6 maggio, il commissario europeo Peter Mandelson, in una conferenza stampa ha detto di aspettarsi un nuovo testo agricolo entro la metà di questo mese, "se mi chiedete ora o più tardi, vi rispondo che potrebbe non esserci un più tardi per questo accordo". (http://ec.europa.eu/trade/issues/newround/doha_da/pr060508_en.htm)

Lamy da un po di tempo promuove il Doha round come una risposta positiva alla crisi agricola e alla turbolenza dei mercati finanziati. Nel corso del General Council del 7 maggio ha ribadito che "le ragioni per cui dobbiamo concludere il Round entro quest'anno sono sotto gli occhi di tutti noi e stanno diventando sempre più critiche, […] il WTO può fornire parte della soluzione dell'attuale crisi alimentare". (http://www.wto.org/english/news_e/news08_e/gc_chair_tnc_7may08_e.htm)

Dobbiamo dunque attenderci un recupero a breve del Round?

Sinceramente appare molto difficile. Se non altro perché gli Stati Uniti stanno negoziando senza avere alle spalle il mandato del Congresso: è praticamente impossibile che Bush ottenga da qui a settembre l'autorizzazione a firmare il Doha Round, impossibile per i tempi ristretti ma anche per il fatto che il Congresso non vede con simpatia i negoziati attuali, poco appetibili in questo periodo di campagna elettorale.

Questo significa che se venisse concluso un accordo a Ginevra, il Congresso americano potrebbe rifiutarsi di approvarlo o quantomeno potrebbe emendarlo (come ha fatto recentemente con accordi siglati fra USA e Perù, Panama e Korea) costringendo i 153 paesi aderenti al WTO a rinegoziare il tutto.

Perché l'Europa finge di non considerare questo problema?

Forse perché in fondo concorda con le varie posizioni che l'esecutivo degli Stati Uniti e il Congresso potrebbero prendere, perché l'interesse euro-americano si limita oggi alla difesa dei "diritti acquisiti".

L'UNCTAD si ridimensiona

Nel frattempo si è chiusa la dodicesima conferenza ONU sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD XII, http://www.unctadxii.org). L'esito è estremamente deludente poiché il mantra della conferenza è stato "il settore privato è il motore dello sviluppo" e con questo "must" i governi hanno deciso che l'UNCTAD si focalizzi su quello che sa fare, il che tradotto in pratica significa che nei prossimi quattro anni la creatura ONU che doveva mettere in relazione il commercio e lo sviluppo, si ritirerà ulteriormente dalla scena lasciando alle altre istituzioni maggiormente competenti, (FMI, WTO, OCSE eccetera) l'onere e l'onore di darsi da fare per risolvere l'attuale crisi mondiale.

E' un grave errore quello che i paesi ONU hanno deciso ad Accra, perché l'ONU rimane, pur tra mille debolezze, la struttura multilaterale più inclusiva e democratica, potenzialmente in grado di produrre decisioni con la maggior partecipazione di popoli, il problema sta nel crederci e nell'investirci energie e risorse. Ad Accra la crisi alimentare è sembrata semplicemente l'occasione per una nuova "rivoluzione verde", le organizzazioni non governative sono state relegate a un ruolo marginale mentre le imprese hanno goduto del centro dell'attenzione attraverso il World Investiment Forum appositamente organizzato per loro con sessioni dal titolo: Prospects for Global FDI and new business opportunities., alla faccia dei problemi globali che ci toccano tutti.

Sessan'anni di GATT

Sono passati sessant'anni dalla creazione del GATT e delle istituzioni di Bretton Woods. Tutte appaiono impantanate in una crisi d'identità, alla ricerca di un nuovo ruolo che ne giustifichi l'esistenza. Sino ad oggi il WTO ha vissuto ignorando l'esistenza del capitolo "diritti", siano quelli dei lavoratori, siano quelli dell'ambiente, siano quelli della salute, siano più semplicemente quelli che chiamiamo diritti umani. La ricchezza è cresciuta ma senza distribuzione, generando ingiustizie, generando danni collaterali ambientali gravissimi e instabilità. Le risorse sono limitate e sempre più sono coloro che concordano che "la coperta è corta". Ma il sistema è rigido, queste istituzioni non si mostrano flessibili quanto sarebbe necessario, continuano a pensare con lo stesso paradigma di sessant'anni fa.

Bassa disoccupazione e buone condizioni di vita non sono il risultato naturale delle forze di mercato. La crescita economica da risultati che per non rimanere nelle tasche di pochi necessitano di un appropriato framework di politiche distributive,sia all'interno che all'esterno di una nazione. Gestire la globalizzazione significa definire e far rispettare un minimo set di regole che abbiano come obiettivo la creazione di posti di lavoro, la riduzione della povertà elevando le condizioni di vita per il maggior numero di persone possibili alfine di creare coesione e fiducia. Chiudersi nella paura oggi non serve a nulla, serve al contrario coraggio e capacità di dimenticare l'ortodossia delle regole.

Il Doha Round non serve a nulla così com'è; Pascal Lamy ha ragione quando dice che il mondo ha bisogno di segnali di fiducia, ma non è il suo round a poterne dare. In attesa del nuovo presidente statunitense, il direttore generale del WTO dovrebbe piuttosto lavorare per una nuova agenda che decida di servire i 153 paesi aderenti e non il solito ghota delle imprese ormai senza patria. Ammettere gli errori e correggere la rotta potrebbe ridare un senso di utilità all'Organizzazione Mondiale del Commercio.

Altrimenti il futuro sarà inevitabilmente un futuro di guerra: per gli investimenti, per l'acqua, per il cibo, per l'energia… per ogni bene – non più comune.