SICUREZZA Alimentare: basta Fame!
Nell'autunno scorso qualcuno aveva iniziato a lanciare l'allarme: le scorte di cerali erano scese ai minimi storici, il prezzo si era impennato.
Saranno guai, scrisse ad esempio Lester Brown, puntando il dito contro gli agro-carburanti, accusati di concorrere all'aggrarsi della situazione di crisi alimentare.
Nel cortile Italia la discussione non c'è, i giornali si limitano a riportare dichiarazioni che non si possono ignorare, come Bob Zoellick, direttore della banca mondiale, e gli appelli delle agenzie dell'ONU e la gente comune non capisce se si tratta di uno dei tanti allarmi che presto svaniscono con la stessa rapidità con cui sono apprsi o se la situazione alimentare del pianeta stia davvero attraversando un periodo di rapida trasformazione.
La prima grande novità è che i prezzi dei cereali (e non solo loro) sono in rapida ascesa. Sinora il problema era diametralmente opposto, per anni ci siamo lamentati che i prezzi dei prodotti agricoli di base erano cronicamente bassi e volatili, e impedivano ai coltivatori di ottenere un reddito decente. Non dovrebbe dunque essere un segnale positivo questa crescita del prezzo del mais, del frumento e di tanti prodotti derivati?
Purtroppo no, ma procediamo con ordine.
Nel mondo sta accadendo qualcosa di nuovio rispetto al passato e ciò rende nuova la crisi attuale.
Iinnanzitutto c'è una molteplicità di cause dietro gli aumenti dei prezzi.
1) la popolazione aumenta, ogni anno 70 milioni di abitanti chiedono cibo
2) l'Italia è al palo in termini di crescita economica, ma il resto dle mondo no. La regione asiatica vede il PIL crescere in maniera costante da anni (+9% annuo dal 2004 al 2006 ad esempio) persino l'Africa nello stesso periodo è cresciuta del 6%. Questo significa che alcune fette di popolazione in questi blocchi hanno aumentato il reddito e hanno aumentato le loro esigenze alimentari, mangiano di più e in maniera diversa, ovvero meno grano e riso, più verdure, frutta, carne, latte e derivati.
3) l'aumento del prezzo del petrolio influisce in agricoltura in almeno due modi: attraverso il prezzo dei carburanti utilizzati dai mezzi agricoli e nei trasporti dei prodotti e nei fertilizzanti di sintesi utilizzati.
4) il boom dei biocarburanti ha creato una situazione di concorrenza fra produzione agricola per alimentazione e produzione per energia, una concorrenza sleale perché i biocarburanti sono prodotti sussidiati con soldi pubblici per ridurre le emissioni di gas serra.
5) il clima sta cambiando e negli ultimi anni in alcuni paesi i raccolti sono stati scarsi (ad esempio in Australia ed India)
6) le scorte sono ai minimi termini e le scorte sono importanti per gestire il sistema della domanda e dell'offerta e far fronte ai periodi di vacche magre, come si diceva un tempo.
Si tratta di cambiamenti che non sono momentanei, anzi, alcuni di questi avranno effetti ancor più visibili solo nei prosismi anni, l'allarme appare dunque pertinente.
E lo confermano i disordini scoppiati in molti paesi, rendendo ancora più instabile il pianeta: Tailandia, Pakistan, Egitto, Etiopia, Haiti, Indonesia, Messico, Filippine, Senegal eccetera (Per un elenco più completo vedi:
www.earthpolicy.org/Updates/2008/Update72_data.htm).
Che fare?
Non vi sono risposte rapide. Al di là dell'emergenza occorre però valutare come si è arrivati a questa situazione e tornare a riconsiderare l'agricoltura come un punto prioritario delle politiche multilaterali. Veniamo da trent'anni in cui il mantra, anche in agricoltura è stato quello che i governi statali dovevano smettere di intervenire, perché il solito dio-mercato avrebbe fatto molto meglio.
Era una balla e chi lo diceva lo sapeva perche' mentre attraverso i piani di aggiustamento strutturale di BM-FM venivano chiuse le istituzioni statali che nei Paesi in Via di viluppo gestivano e regolavano (non senza problemi e inefficienze certo) i prezzi di alcuni prodotti agricoli e gestivano la loro commercializzazione, USA ed UE mettevano in piedi un sistema di sussidi agricoli che ormai tutti conoscono.
Liberisti fuori, protezionisti in casa.
Ricordiamo poi che l'agricoltura non funziona come l'industria dove in teoria la legge della domanda e dell'offerta può funzionare perché è più facile che un produttore si adatti alle varizioni della domanda, ovvero riduca la produzione se il mercato è saturo e il prezzo cala o la aumenti se c'è grande richiesta. I campi non sono macchinari che hanno un interruttore per accendersi e spegnersi e la produzione dipende in maniera decisiva dalle condizioni metereologiche.
Ecco perché gestire degli stock diventa l'unico mezzo per rispondere alle repentine variazioni della domanda.
Ma non c'è stato nulla da fare, gli accordi internazionali (international commodity agreements ICAs) in vigore nel dopoguerra sono stati via via smantellati, idem per i national Commodity Boards che decidevano prezzi e facevano da acquirenti unici per i contadini evitando loro di essere ricattati dall'oligarchia dei traders internazionali. Il tutto senza pensare a mettere in piedi qualcosa che proteggesse dai fallimenti del mercato.
E si sta continuando in questo senso perché il Doha Round in agenda non ha nulla di nuovo, anzi prevede la fine dei residui organismi statali che ancora resistono in qualche parte del mondo.
Nulla si prospetta per un ulteriore problema, quello di un sistema in cui i compratori di commodity sono pochissimi e impediscono che vi sia concorrenza, è per questo che i piccoli contadini non guadagnano se i prezzi aumentano, perché non sono loro a "fare" i prezzi, li subiscono perché non hanno potere contrattuale.
Si parla sempre del diritto di poter scegliere liberamente dove acquistare ma deve valere lo stesso per i contadini che vendono il loro raccolto. Come si fa se (dati del 2002) a controllare il commercio mondiale dei cereali erano due sole società: Cargill e Archer Daniels Midland?
Ma al di là di tutte queste considerazioni è sbagliato il concetto che si debba imporre a un paese il dovere di importare/esportare prodotti agricoli senza prima che questo sia in grado di sfamare i propri abitanti. L'ossessione del commercio deve abbandonare l'agricoltura e la crisi di oggi lo dice chiaramente perchè beffa i paesi poveri che importano prodotti alimentari che si trovano con costi imprevisti a cui non sanno far fronte. Il che significa fame!
Se lo ricordino i nostri Commissari europei in questo ulteriore anno di negoziati con i paesi di Africa, Caraibi e Pacifico. E smettiamola di parlare di obiettivi del millennio, almeno un briciolo di dignità non guasterebbe.
E gli OGM dirà qualcuno? Non possono essere loro la soluzione? Sarebbe lungo parlarne ma tre anni di studio (vedi nota) finanziato da 60 governi e sostenuto persino da multinazionali come Monsanto e Syngenta (che però visti i risultati si sono ritirate
http://www.nature.com/nature/journal/v451/n7176/full/451223b.html)
dicono che non solo loro la soluzione, esiste il modo per produrre di più e meglio senza ogm e senza distruggere il pianeta. Del resto gli OGM attuali in commercio sono un manciata di prodotti che resistono a qualche antiparassitario, è questa la realtà attuale.
Riguardo alle altre cause, sarebbe troppo lungo parlarne ora, ma nell'immediato, oltre agli aiuti alimentari per l'emergenza, un gesto immediato potrebbe essere quello di sospendere i sussidi per gli agro-combustibili. Sbagliamo quando inventiamo mezzi per continuare a vivere come prima, non sempre esistono scorciatoie. La Banca Mondiale (World Development Report-2008) ha scritto che con poco più di 2 quintali di mais si fa il pieno di un SUV (25 galloni circa 94 litri) oppure si ottengono le calorie per sfamare una persona per un anno.
Si può scegliere se si vuole.