WASHINGTON - 14 settembre 2001
Robert B. Zoellick, Rappresentante per il Commercio USA:
"L'America è stata attaccata da coloro che vogliono farci retrocedere dalla nostra posizione di leadership mondiale. Non ci deve essere alcun dubbio sul fatto che gli Stati Uniti continueranno a portare avanti i valori che la definiscono - lealtà, opportunità [per tutti], democrazia ... Il Commercio rafforza questi valori, facendo da motore della crescita e dando speranza ai lavoratori e alle famiglie in America e nel mondo. Il commercio è particolarmente vitale oggi per i paesi in via di sviluppo che sono sempre più dipendenti dall'economia internazionale per superare la povertà e creare opportunità.
Mentre noi stiamo prendendo ogni misura per garantire la sicurezza, è importante che si svolga l'incontro dell'organizzazione Mondiale del Commercio a Doha, in modo che il sistema del commercio internazionale continui a promuovere la crescita internazionale e lo sviluppo".
Bruxelles - 17 settembre 2001
Pascal Lamy, Commissario Europeo per il Commercio estero:
"Dobbiamo impegnarci per mantenere l'incontro multilaterale di novembre.
Non perché non sia cambiato nulla, ma per motivi politici: perché il dialogo ed i negoziati fra nazioni ed organismi regionali per dividere i benefici di regole comuni è di vitale importanza. La pensa così anche il direttore della WTO M. Moore con cui ho parlato nei giorni scorsi, ed è condiviso dalla controparte americana che ha pubblicamente dichiarato venerdì scorso.
Rimane ovviamente la necessità di unire le posizioni di molti altri membri WTO che parteciperanno alla decisione. Lavorerò a questo scopo nei prossimi giorni."
Le due dichiarazioni di USA ed UE indicano che le voci di un possibile rinvio dell'incontro di Doha resteranno tali, altre dichiarazioni sembrano indicare che quanto accaduto l'11 settembre favorirà il lancio di un nuovo ciclo di negoziati in Qatar. Dopo lo shock iniziale, la reazione sembra infatti tradursi in un nuovo slancio per sostenere la liberalizzazione dei mercati.
Negli USA sembra sia stato raggiunto un accordo per conferire la 'trade promotion authority' (TPA) al Presidente Bush, si tratta della cosiddetta, fast track, che conferisce al presidente americano la facoltà di trattare accordi commerciali senza rischiare poi modifiche tramite emendamenti del Congresso.
Il Financial Times, che ultimamente aveva mostrato attenzione alle proposte del movimento internazionale che si oppone al lancio del nuovo round di negoziati, dopo l'attentato ha scritto parole molto dure contro di esso. Martin Wolf, il 17 settembre scrive che "(...) Esiste una altrettanto importante strada per aumentare la fiducia nel futuro di una società e di una economia aperti: accordarsi per un nuovo ciclo di negoziati multilaterali durante il prossimo incontro ministeriale di novembre a Doha". L'articolo continua dicendo che è finito il tempo di prestare attenzione alle "buffonerie" degli antiglobal. "I dimostranti hanno sempre avuto torto nella loro opposizione alla liberalizzaizone dle commercio. Ora è tempo per tutti i politici del mondo di mostrare che essi rifiutano questo pericoloso oscurantismo".
La Camera di Commercio internazionale, una delle più potenti lobby imprenditoriali ha espresso anch'essa una dichiarazione di impegni, attraverso Maria Livanos Cattaui, che si toglie dalla scarpa il sassolino degli antiglobal, accomunandoli ai terroristi nell'essere antiliberisti. "Un nuovo ciclo di negoziati testimonierà l'impegno dei governi di mettere da parte i loro piccoli interessi per un interesse comune, specialmente per le nazioni povere. Sarebbe un atto di sfida a cui che nessun governo potrebbe rinunciare, specialmente se il Congresso americano aprirà la strada conferendo al presidente Bush la 'trade negotiating authority'. Se Doha fallisse i suoi scopi, ha aggiunto la Cattaiu, "sarebbe un grave smacco per il WTO e per tutti, un fallimento che sarebbe acclamato da tutti i nemici della liberalizzazione del commercio e degli investimenti, compresi coloro che stanno dietro l'attacco all'World Trade Center e al Pentagono."
(http://www.iccwbo.org/home/news_archives/2001/business.asp).
Una posizione più equilibrata è invece quella di Chris Patten, (riportata dal Fiannacial Times del 17 settembre). Il Commissario Europeo alle Relazioni esterne ha in sostanza detto che contro il terrore esiste anche l'arma delle distibuzione delle risorse. "No fraintendetemi", ha affermato, "non sto dicendo che la risposta a quanto successo sta nell'aumento dell'assistenza allo sviluppo. Ma il problema che dobbiamo affrontare comprende quello dello squilibrio globale delle risorse."
Avevamo dato notizia dell'incontro programmato per il 18 settembre, fra il Commissario per il Commercio estero e le ONG europee.
L'incontro si è scolto regolarmente e Lamy ha commentato gli attentati negli USA, affermando che integrare le economie dei pvs in quella mondiale rappresenta un risposta a quanto successo. Ha riconosciuto l'importanza di fare delle concessioni sul tema delle implementazioni (problemi dei pvs nell'applicazione degli accordi attuali), rivela ndo la possibilità di fare alcune concessioni prima di Doha, altre durante il meeting e una terza serie da inserire nell'agenda post-Doha.
Ha affermato che i negoziati agricoli sono sulla strada giusta e che l'UE sosterrà con forza il tema degli aspetti non commerciali così come un'apertura al trattamento differenziato per i pvs. Il tema ambiente sta raccogliendo sempre più interesse e l'UE crede che dovrà essere nell'agenda di Doha, meno quello degli investimenti e della concorrenza, su cui, ha ammesso, i pvs non sono d'accordo.
Della riforma del WTO invece se ne parlerà dopo il meeting ministeriale; infine riguardo alle condizioni di lavoro, l'UE crede sia un tema importante e sosterrà una collaborazione permanente dell'ILO (l'Organizzazione Internazionale che si occupa dei diritti dei lavoratori) con la WTO. A chi gli ha fatto notare che quanto dichiarato si discosta dal mandato di Seattle che uffficialmente è lo stesso che dovrebbe avere a Doha, Lamy ha risposto che non ci sono i tempi per rinegoziare la posizione europea, per questo si è deciso di riconfermare quella di due anni orsono anche se tutti i ministri dei paesi membri dell'Unione sono consapevoli dell'elasticità richiesta in Qatar.
Va aggiunto che delle 150 ONG presenti, l'80% erano business interest groups, cioè gruppi di interesse imprenditoriali.
Qui di seguito proponiamo una sintesi, necessariamente non dettagliata, della situazione attuale dei negoziati sul commercio dei prodotti agricoli.
E' L'articolo 20 dell'AoA a stabilire l'avvio, avvenuto durante l'anno 2000, delle trattative per continuare il processo di liberalizzazione del commercio dei prodotti agricoli.
Qual'è la situazione attuale dei negoziati?
IL 23 marzo 2001 si è conclusa una prima fase, in cui il Comitato che si occupa dell'AoA, oltre a stabilire alcuni aspetti procedurali, ha discusso di vari aspetti come la cosiddetta "multifunzionalità" (o "ruolo polivalente dell'agricoltura"), i sostegni interni ed il credito all'esportazione, tutti temi su cui si concentrerà in modo operativo al seconda fase, attualmente in corso, che terminerà nel marzo del 2002.
Semplificando, possiamo dire che i punti chiave del negoziato sono:
- I crediti all'esportazione
- Le regole di accesso al mercato (riduzione delle tariffe, quote tariffarie)
- Il sostegno interno (blue, green ed amber box)
- La Food security
- La Salute alimentare (food safety)
- Gli aiuti alimentari.
E' importante considerare che l'obiettivo dei negoziati è quello di eliminare le distorsioni del mercato agricolo ed è in questa luce che vanno interpretati i punti sopracitati. Molto approssimativamente possiamo dire che un'attività di scambio è distorta quanto prezzi e/o quantità di un determinato prodotto non sono il risultato della libera concorrenza ma sono "aiutati" da una qualche misura.
Crediti all'esportazione
Questo è un punto piuttosto spinoso poiché l'accordo attuale non era riuscito a regolamentare questo tipo di sussidi, perciò al termine dell'Uruguay Round era stato stabilito che i paesi si sarebbero in seguito accordati per definire una disciplina relativa ai sussidi all'esportazione e ad applicarla (si tratta dell'articolo 10.2).
Gli Stati Uniti hanno utilizzato ampiamente questo tipo di sovvenzione e pertanto giocano in difesa su questo argomento, attaccati invece dall'Unione europea, insieme a molti altri paesi, come l'India, la Malesia, il Guatemala, il Cile e i paesi del MERCOSUR. Questi paesi, basandosi sul fallimento dell'articolo 10.2, chiedono che si scrivano regole precise che conducano all'eliminazione di questi sostegni che permettono ai prodotti di alcuni paesi di vincere in modo sleale la competizione con altri.
Gli Stati Uniti si difendono dicendo che questo tema è attualmente in discussione in ambito OCSE e che la discussione deve rimanere lì, senza trasferirsi al WTO.
Sicurezza alimentare (food security)
Questo termine rimanda al dramma della fame nel mondo.
Poiché dall'agricoltura si trae cibo, indispensabile alla vita, occorre che qualsiasi accordo al riguardo abbia come obiettivo primario che nessuno muoia più di fame.
In realtà al tavolo dei negoziati il significato di food secutity ha assunto significati ben diversi.
Una dichiarazione dell'ex segretario statunitense all'agricoltura John Block (in carica durante il meeting di Seattle), spiega meglio di mille parole cosa possa indifcare il termine food security: "l'idea che i paesi in via di sviluppo debbano sfamarsi da sé è anacronistico oggi. Essi potranno più facilmente alimentarsi con i prodotti agricoli americani, che sono disponibili e spesso a costi inferiori".
Il pensiero dell'Unione Europea non si discosta molto, ma al suo interno esistono posizioni diverse di Norvegia e Svezia.
I pvs, invece, affermano che sui loro mercati arrivano prodotti a prezzi più bassi di quelli interni, con la conseguenza che i contadini locali vanno in miseria e che il Paese non è più autosufficiente e dipende dall'estero per sfamare i propri abitanti. Perciò chiedono di poter difendere la propria agricoltura per garantire l'autoproduzione, ridurre la povertà e migliorare la vita nelle campagne. Questo potrebbe essere implementato sia con una development box (o una "food security box"), cioè una categoria di sostegni appositamente definiti per questi scopi, sia con altre regole che rendano reale il trattamento speciale e differenziato (S&D) che la WTO stabilisce per i paesi in via di sviluppo. Ironicamente i pvs sostengono che attualmente il trattamento S&D esiste per il Nord attraverso la green e blue box, categorie in cui ha sistemato i suoi sostegni all'esportazione; sostegni che permettono in sostanza un dumping dei prezzi.
Aiuti alimentari
Si tratta di un altro punto su cui USA e UE sono in disaccordo.
L'Unione Europea sostiene che gli aiuti alimentari violano le regole WTO sulla trasparenza e sui sussidi all'esportazione e che gli aiuti alimentari devono essere forniti solo sotto forma di donazioni (full grant) e non devono essere un mezzo di promozione commerciale.
Perciò la posizione europea è diretta alla regolamentazione di tutte le forme di sussidi all'esportazione, compresi i crediti gli aiuti alimentari .
La salute alimentare
Questo punto è particolarmente "sentito" dall'Unione Europea e si lega ad alcune scontri avvenuti in passato, emblematico quella della carne agli ormoni. L'UE chiede che siano permesse delle deroghe alle regole normali al fine di salvaguardare la salute pubblica. La discussione su questo punto è complicata dal fatto che invade il campo di un altro accordo WTO, l'SPS, l'accordo Sanitario e Fitosanitario che stabilisce le norme sanitarie per i prodotti alimentari, animali e vegetali.
Accesso al mercato (market access)
E' il punto più importante per i paesi del Sud poichè il loro problema è proprio quello di non riuscire ad accedere ai mercati occidentali a causa delle barriere tariffarie e non, ancora presenti. Alcuni studi evidenziano che le tariffe su alcuni prodotti di grande interesse per i pvs sono ancora proibitive (alcune sono pari al 200/300 %) e che i sussidi agricoli dei paesi dell'OCSE sono in aumento piuttosto che in fase di riduzione.
Fra le loro richieste, si segnalano:
l'eliminazione dei sussidi distorsivi
la conversione delle barriere non tariffarie in tariffe
l'impegno ad una loro riduzione
la garanzia di un accesso minimo tramite un sistema di quote
Il Sud chiede in sostanza al Nord di ridurre i suoi sostegni, sia quelli all'esportazione che quelli interni, per poter esportare i propri prodotti e gareggiare ad armi pari in un settore in cui potrebbe concorrere. Per una volta è il sud che chiede di liberalizzare, mentre il Nord gioca in difesa.
C'è un termine previsto per la fine dei negoziati?
No, anche se il 2003 è l'anno che tutti considerano come termine accettabile. Anche perché in quell'anno scadrà la cosiddetta "Peace clause", ovvero la clausola che evita vi siano contese giuridiche legate ai sussidi in agricoltura. Senza di essa, un paese potrebbe far causa ad un altro per eventuali sussidi che riterrebbe non conformi all'Accordo sulle Sovvenzioni e sulle Misure Compensative.
Il 10 Agosto, Mike Moore, il Direttore Generale del WTO, ha ufficialmente comunicato a 647 persone la loro eleggibilità a rappresentare le Organizzazioni Non Governative in Doha, in occasione della Quarta Conferenza Ministeriale,
Nonostante le parole di benvenuto espresse nella lettera, molte ONG hanno manifestato il loro disappunto per ciò che riguarda il modo in cui sono stati distribuiti questi 647 posti.
Il 15 Agosto, Friends of Earth International (FOEI) ha pubblicato un report come commento alla lista delle persone eleggibili in cui tenta di categorizzare le organizzazioni secondo la loro natura. Tra gli interessantissimi risultati citiamo i seguenti:
- le lobby industriali (Business Initiated NGOs o BINGOs, come le chiama FOEI) si prendono più della meta dei quasi 650 posti
- di tutte le organizzazioni, meno del 25 percento provengono da paesi in via di sviluppo (che invece rappresentano il 75 percento dei paesi membri del WTO).
- Incredibilmente poi, sono state accettate nella lista 35 organizzazioni (GONGOs nel linguaggi di FOEI) che svolgono un ruolo di consulenza per il ministro peri il commercio americano (US Trade Representative, USTR). Queste organizzazioni sono composte da rappresentanti delle varie lobby industriali del paese che svolgono il ruolo di consiglieri verso l'amministrazione. Il risultato é che l'USTR, nella formulazione delle sue posizioni commerciali é fortemente influenzato da tali lobbies, le quali mandano loro rappresentanti a Doha assieme alla società civile (BINGOs) e -non paghe- vi ci mandano anche i loro consiglieri presso l'USTR (GONGOs) guadagnando cosi un triplo vantaggio sulle altre organizzazioni della società civile. FOEI sta raccogliendo adesioni in proposito per richiedere al WTO che venga negato l'accesso a Doha almeno a queste ultime organizzazioni.
Un altro incidente di percorso (volendo usare un eufemismo) riguardante la lista, si riferisce al problema degli accreditamenti multipli. Alcune ONG, infatti, hanno richiesto l'accreditamento facendo diverse domande le quali differivano solamente per il nome dell'ufficio richiedente o il paese di provenienza. In tale modo, le "fortunate" avranno l'opportunità di recarsi a Doha con più di un rappresentante a testa: 9 organizzazioni avranno 53 posti, ed in particolare 3 GONGOs si sono aggiudicate 26 posti.
Insomma, Mike Moore ha parlato esplicitamente di 647 organizzazioni invitate, ma si sbagliava. Ci saranno 647 persone, 600 delle quali rappresenteranno una organizzazione a testa e poche organizzazioni con un intero staff a disposizione.
Quando Doha é stata scelta come sede della prossima conferenza, molte ONG avevano interpretato questa scelta come un desiderio da parte del WTO di sfuggire allo scrutinio dell'opinione pubblica ed alle proteste.
Dopo la pubblicazione della lista alcuni rappresentanti autorevoli del mondo delle ONG hanno commentato che i loro peggiori sospetti trovano conferma in quella lista. Il WTO fa buon viso e cattivo gioco: parla tanto delle misure da prendersi per incrementare la trasparenza e poi si rifugia nel piccolo stato islamico al riparo dalle proteste ed in compagnia di pochi amici attentamente selezionati.
A Doha con una delegazione unitaria della società civile?
Anche se la proposta di boicottare la conferenza é circolata nelle scorse settimane, le ONG con obiettivi di pubblico interesse (le PINGOs, nel linguaggio di FOEI) sembrano non intenzionate a lasciare la rappresentanza della società civile in mano alle lobby industriali. La IATP (Institute for Agriculture and Trade Policy) ha proposto di istituire un pool di persone che rappresentino uniformemente le posizioni della società civile, uno staff di persone creato in modo da dare rappresentatività a tutti i paesi ed a tutte le questioni in gioco a Doha. Anche se la proposta é stata ben accolta in linea di principio, molti sono scettici circa la possibilità concreta di creare tale team in una maniera che non scontenti nessuno; mantenendo un alto profilo nei delegati ed assicurando la rappresentatività a tutti i paesi ed a tutti i temi coinvolti.
Le proteste preparano la strada che conduce a Doha.
Secondo il Network delle ONG arabe per lo sviluppo, 3000 delegati della società civile converranno in Libano al 5 all 8 novembre in occasione del Forum mondiale sul WTO per 3 giorni di incontri, workshops, scambi ed eventi culturali riguardanti il WTO. All'incontro parteciperanno alcune centinaia di organizzazioni e 500 persone saranno coinvolte negli eventi. Guarda a: http://www.worldforumbeirut2001.org/
Gli organizzatori sono cofirmatari della petizione "Il nostro mondo non è in vendita WTO - Shrink or Sink!" disponibile anche sul sito della rete di Lilliput All'ombra di questa bandiera, centinaia di organizzazioni si stanno coalizzando per dar vita a delle azioni coordinate in vista di Doha.
Greenpeace manderà a Doha la sua nave, la Rainbow Warrior, come segno della propria adesione alle proteste. La nave probabilmente incrocerà le acque con la flottiglia di "il nostro mondo non é in vendita" la quale ha preannunciato che darà appoggio dal mare ad eventuali azioni di protesta.
Il Fonte Comune contro il WTO, una coalizione di ONG canadesi, sta anche organizzando un viaggio attraverso il Canada con dei camper che si fermeranno di luogo in luogo per fare informazione, coordinare le proteste ed alimentare il fronte del dissenso verso il WTO.
Aggiungiamo che le ONG italiane comprese nella lista accrediti della WTO sono:
213 Unione Italiana del Lavoro Italy
220 Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL) Italy
266 Confederazione Italiana Sindicati Lavaratori Italy
400 Terre des Hommes Italy
465 DeA associazione Donne e Ambiente Italy
526 Confederazione Italiana Agricoltori Italy
La lista completa è su www.retelilliput.org/wto/Qatar/ongoha.htm
Era uno dei 23 paesi che firmarono nel '48 la prima versione del GATT, L'accordo sulle tariffe che costituì la prima pietra di quello che oggi è la WTO, ma solo il 17 settembre sono terminati i negoziati per l'accesso della Cina nell'Organizzazione Mondiale del Commercio. La trattativa per il suo rientro è durata 15 anni ed il risultato è costituito da 900 pagine di testo, tanto per capire quanto complicato sia stato trovare un accordo.
Ovviamente la Cina si impegna ad una serie di importanti modifiche alle proprie leggi e regolamenti per aprire e liberalizzare il proprio mercato interno, integrandolo con il resto del mondo; perciò entro tre anni, qualsiasi impresa del pianeta (aderente alla WTO per essere precisi) potrà fare import/export.
La pazienza dei negoziatori cinesi ha comunque permesso loro di ottenere molte garanzie, tipo l'esclusiva nel commercio di alcuni prodotti, come i cereali ed il tabacco ed un periodo di 12 anni in cui la Cina avrà un trattamento transitorio di salvaguardia per difendere i propri prodotti dall'invasione di quellli stranieri.
Relativamente al TRIPs (proprietà intellettuali) invece, ci dovrebbe essere un immediato adeguamento delle leggi cinesi.
Sul prossimo numero riporteremo i dettagli dell'accordo.
Abbiamo molto velocemente tradotto (perciò scusate la rozzezza del testo) la dichiarazione dell'Arab NGO Network dopo gli attentati negli USA. Si tratta di una delle due reti organizzatrici del forum sul WTO che si terrà a Beirut in novembre, forum dove si incontreranno tutti i gruppi impossibilitati ad essere in Qatar.
Ci sembra giusto, in questo momento contribuire a costruire ponti, piuttosto che fossati.
Verrebbe voglia d'imparare l'arabo, oltre che l'inglese.
Dal 14 al 15 settembre 2001, i membri dell' Arab NGO Network for Development e del Forum Civil Euromed terranno un meeting a Beirut per discutere l'agenda ed il percorso per il Euromediterranean Partnership meeting in programma a Brussels il 19 e 20 ottobre prossimi.
Di fronte alla gravità dell'attacco terroristico negli Stati Uniti, che ha portato alla perdita di tante vite innocenti, i partecipanti hanno scritto la seguente dichiarazione:
Il terrorismo è un mezzo orribile e da condannare. Oggi, siamo tutti spaventati e rattristati, così come tutti coloro che rifiutano attacchi indiscriminati contro vittime innocenti. La tragedia che ha colpito il popolo degli Stati Uniti senza dubbio è da considerarsi un atroce crimine da condannare in ogni modo.
D'altra parte noi crediamo che questo terribile atto non debba, in alcun modo, giustificare accuse dirette o indirette che conducano a gravi danni alle relazioni internazionali e regionali. In questo contesto, richiamiamo l'attenzione dei politici, dei media, delle organizzazioni che lavorano per la democrazia, i diritti civili, ai pericoli del perpetrarsi di una retorica ostile e di una campagna che collega, direttamente o indirettamente, il terrorismo al mondo arabo, islamico e Palestinese. Nessun luogo del pianeta si può dire immune dal terrorismo, nessun gruppo di persone è sicuro da azioni di gruppi internazionali che utilizzano il terrorismo pe rostenere i loro obiettivi. La povertà assoluta, le ingiustizie e l'assenza di giustizia sociale del mondo sono un terreno fertile per la crescita del terrorismo.
Chiediamo che le Nazioni Unite si occupino di quanto sopra, secondo le leggi internazionali e i principi democratici. D'altro canto, siamo molto preoccupati per la creazione di un nuovo fronte di sicurezza occidentale e l'uso reorico della guerra da parte del governo americano e dei suoi alleati della NATO. Anni dopo la caduta del muro di Berlino, rifiutiamo il tentativo di costruire un nuovo muro che divida il Mediterraneo. Chiediamo all'Europa di rispettare i suoi impegni per la creazione di uno spazio e di un accordo per il libero movimento delle persone nel Mediterraneo. Questo sarebbe un rafforzamento della democrazia, dei diritti umani, della diversità e dello sviluppo socio economico in un contesto di reciproco rispetto dei popoli che vivono sulle sue rive.
Inoltre, non possiamo non pensare alla garanzia del libero movimento di beni e servizi nel Mediterraneo, senza rafforzare la democrazia e la sicurezza reciproca, senza porre fine alle continue aggressioni Israeliane contro i Palestinesi, senza una rimozione degli insediamenti Israeliani, la creazione du uno stato indipendente Palestinese con Gerusalemme capitale e del ritorno dei rifugiati palestinesi nella loro terra secondo le risoluzioni di un organismo internazionale.
E' nell'interesse dell'Europa lavorare per raggiungere un accordo di pace giusto e duraturo in Medio Oriente e di rafforzare la partnership Euromediterranea basata sulla giustizia, sul reciproco rispetto e su interessi comuni.
Beirut, 15 September 2001
ARAB NGO NETWORK FOR DEVELOPMENT