Dietro la retorica, i 109 documenti contenenti le richieste Europee svelano la nostra aggressiva posizione verso i PVS per raggranellare tutto il possibile dalle loro economie.
L'Acqua al primo posto nelle richieste Europee ai Paesi Poveri.
Sono finalmente di pubblico dominio i 109 documenti che nel giugno scorso il Commissario europeo al Commercio, Pascal Lamy, ha inviato ad altrettanti governi, nell'ambito dei negoziati per il rinnovo dell'accordo GATS (accordo che copre il settore dei servizi).
Non immaginatevi un improvviso ravvedimento del nostro Commissario, i documenti, come al solito, sono usciti dallo stato di segretezza grazie a canali non ufficiali.
Finalmente è possibile verificare se questo benedetto Doha Development Round è davvero un ciclo di negoziati a favore dello sviluppo dei paesi del Sud del mondo, oppure no.
La Commissione Europea aveva sinora giurato e spergiurato che le richieste presentate non miravano in alcun modo a dismettere i servizi pubblici o a privatizzare imprese statali, non solo, secondo i comunicati stampa ufficiali, l'UE aveva modulato le proprie richieste perso i PVS (Paesi in Via di Sviluppo) tenendo conto dei loro livelli di sviluppo.
Qual'è la realtà dietro queste belle parole?
Su 109 Paesi a cui l'UE si è rivolta, 94 sono classificati come PVS o economie in via di transizione, non era difficle immaginarlo (i ricchi a questo mondo sono in minoranza e si difendono bene); inoltre nonostante fosse stato dichiarato che ad essi l'Ue aveva richiesto pochi settori, tre, al massimo cinque, si scopre, ad esempio, che il 17% dei Paesi Meno sviluppati (i cosiddetti LDCs) ha ricevuto più di cinque richieste; l'Angola 7, Bangladesh, Madagascar e Mozambico 6, Tanzania 7.
Il Mozambico, ad esempio, nella classifica dell'UNDP relativa allo sviluppo umano è al 170mo posto (su 173) ed è stato "colpito" da ben 6 richieste mentre altri paesi ben più ricchi ne hanno avute tre, alla faccia dell'affermazione relativa alla proporzionalità delle richieste con i livelli di sviluppo.
Ma è soprattutto sull'acqua che l'UE non ha badato a risparmiarsi: a 72 paesi è stata infatti richiesta l'apertura del servizio idrico, ad esempio al Brasile, dove 3.800 comunità su 5.517 sono servite da compagnie statali e il resto da imprese municipali.
L'Ue in pratica, chiedendo al Brasile di inserire il settore nei suoi elenchi del GATS, chide la fine a questo sistema di monopolo pubblico, concludendo l'esperienza di Porto Alegre, la cui gestione municipale, non sarebbe certo difesa dalla eccezione per i servizi "forniti sotto l'autorità governativa", espressa dall'articolo I.3 del GATS.
Altre nazioni interessate: La Bolivia e il Bangladesh. Interessante ricordare che la prima porta ancora le ferite dell'esperienza di Cochabamba, dove la Bechtel Corporation venne cacciata da una rivolta popolare dopo meno di un anno dalla privatizzazione dell'acquedotto di questa città.
E mi sembra opportuno ricordare che proprio in questi giorni il tribunale dell' ICSID, il centro per la risoluzione delle controversie relative agli investimenti) che sta esaminando la causa che l'impresa americana ha intentato contro il governo boliviano per avere un risarcimento di 25 milioni di dollari, ha rigettato la richiesta di apertura ai media ed al pubblico della causa in corso.
La causa si sta svolgendo sotto l'accordo bilaterale per la protezione degli investimenti che lega Olanda a Bolivia. Che centra l'Olanda visto che la Bechtel è americana? Semplice per sfruttare i vantaggi dell'accordo olandese-boliviano, la Bechtel aveva aperto una sussidiaria in Olanda, con la quale aveva creato Aguas del Tunari, la società che aveva ottenuto la gestione dell'acquedotto di Cochabamba.
L'UE con le sue richieste va contro tutti i movimenti che in Bolivia stanno lavorando a difesa della fornitura pubblica dell'acqua.
Stamani, Pascal Lamy, ha iniziato a difendersi, intervistato da BBC 4 Radio, dicendo che i documenti erano disponibili dal luglio scorso:
"It's a joke. These documents have been available since July 2003", ma l'affermazione suona ridicola, visto che saranno pure stati disponibili ma solo a una ristretta cerchia di persone, fra cui non figurano neppure i parlamentari europei.
A meno che Lamy non si riferisca al sunto pubblicato sul sito web della Commissione, ma il confronto fra i documenti e quella sintesi è insostenibile.
L'UE oltre che all'acqua, ha dedicato la sua attenzione ad altri settori, come le telecomunicazioni, l'energia, i trasporti e i servizi postali, confermando quanto emerso dai 29 documenti che già erano venuti alla luce lo scorso anno.
L'aggressività europea nei servizi, secondo molti commentatori, dovrebbe compensare le perdite che l'UE mette in conto di dover accettare nel parallelo negoziato agricolo, visto che nelle sue "offerte", l'Europa è stata molto prudente.
Tutti i documenti sono stati ottenuti da Canadian Polaris Institute ed ora sono disponibili a questo indirizzo: