Domenica, a Palazzo dei Normanni, in Palermo, i ministri del commercio dell'Unione Europea si riuniranno, insieme ai loro colleghi dei 10 Paesi europei di prossima adesione, per un importante incontro "informale".
Come recita il sito ufficiale della Presidenza di turno italiana: "A Palermo si discuterà in particolare dell'andamento dei negoziati in ambito Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) alla vigilia dell'importante appuntamento della Quinta Conferenza Ministeriale dell'OMC, che si svolgerà a Cancùn dal 19 al 14 settembre 2003. L'Incontro offrirà quindi l'occasione per finalizzare la posizione dell'Unione Europea sui più importanti capitoli negoziali e consentirà di stabilire un più stretto coordinamento con i 10 Paesi in via di adesione."
A Cancun mancano ormai solo due mesi, due mesi di fuoco per chi lavora in rue de Lauzanne a Ginevra e per tutti i ministeri del commercio dei 146 Paesi aderenti al WTO.
Anche giugno è stato un mese intensissimo di incontri, sia a Ginevra, sia nelle varie capitali.
Il 10 si è riunito il Trade Negotiations Committee (TNC), il comitato che sovraintende l'intero Doha Round, e la grande novità è stata la presenza, per la prima volta in un comitato WTO, di un capo di stato, per l'esattezza di Blaise Campoare, presidente del Burkina Faso, presentatosi direttamente a Ginevra "non per chiedere la carità, neppure per chiedere un trattamento preferenziale e aiuti", ma semplicemente per "chiedere, conformemente alle regole fondanti del WTO, che siano applicate le regole del libero mercato"!
Campoare ha pronunciato queste parole per sostenere l'iniziativa concordata dal suo paese congiuntamente con Benin, Chad e Mali, e chiedere l'eliminazione da parte di alcuni governi (soprattutto gli USA) dei sussidi alla produzione del cotone.
L'International Cotton Advisory Committee stima infatti in 6 miliardi di dollari i contributi statunitensi, Europei e cinesi nel 2001/2002. I contributi USA ai propri produttori di cotone superano il 60% del PIL del Burkina Faso dove due milioni di persone vivono sulla produzione del cotone.
Campoare ha chiesto che i propri produttori possano affrontare il mercato alla pari con i concorrenti americani, europei e cinesi, senza le distorsioni provocate dai sussidi.
Dal banco degli "imputati" per ora si è sentita solo la voce di Lamy, che in occasione di un dibattito presso la sede del Parlamento europeo ha commentato che la questione è un problema del suo collega americano Zoellick, visto che l'UE spende annualmente "solo" 100 milioni di euro in sussidi a questo prodotto.
Sempre il 10 giugno 26 Paesi in via di sviluppo hanno presentato un documento dedicato all'imminente vertice di Cancun ("The Doha Agenda: Towards Cancun", documento WTO TN/C/W/13) per alcuni aspetti controverso. Il testo infatti riafferma la necessità di rispettare la centralità del tema sviluppo come sottoscritto a Doha, ma appare meno incisivo di altri precedenti nell'opposizione a nuovi negoziati sui new issues (investimenti, concorrenza eccetera).
Secondo alcuni diplomatici però il documento va letto congiuntamente alle frequenti dichiarazioni recentemente fatte dai Paesi firmatari, dichiarazioni esplicitamente contrarie ai new issues.
Su di essi si stanno però muovendo molto le acque, anche perché, secondo il mandato di Doha, a Cancun si dovrà decidere se passare dalla fase di studio a quella di negoziato.
Questo scottante tema è infatti passato dalle mani del gruppo di lavoro istituito dopo la prima conferenza ministeriale di Singapore, a quello del Consiglio Generale che veglia su tutti i negoziati del round.
Nell'ultimo incontro prima di Cancun (l'ultimo in assoluto?) Canada, Costa Rica e Korea hanno presentato un documento congiunto in cui considerano esaurito lo scopo del gruppo di lavoro sugli investimenti e giudicano ormai indilazionabile l'avvio dei negoziati.
Voci contrari da molti PVS, fra cui spiccano Cina ed India, concordi nel ribadire che il gruppo di lavoro non sia ancora stato in grado di trovare un accordo neppure sulla definizione di investimento da considerare nei prospettati negoziati.
La cosa sicura è che da qui a Cancun i quattro presidenti dei rispettivi gruppi di lavoro sui new issues lavoreranno col General Council per tentare di mettere nero su bianco una possibile dichiarazione per Cancun.
La decisione è scaturita da un incontro informale (ormai tutto è diventato informale!) dei capi delegazione svoltosi il 6 giugno a Ginevra. L'incontro, in sordina, ha delineato le modalità di lavoro della corazzata WTO in questi due mesi.
Se nella preparazione di Seattle c'era stata troppa confusione e non si era riusciti a produrre una decente bozza di dichiarazione finale, se per Doha si era imboccata una strada molto diversa e l'allora direttore del General Council Stuart Harbinson aveva scritto di suo pugno il testo della dichiarazione, decidendo autonomamente quali voci ascoltare e quali no, fornendo un esempio illuminante di applicazione del metodo del consenso, per Cancun si è deciso di fare un ulteriore passo avanti nella via della non trasparenza.
Innanzitutto ancora non si sa se verrà redatta una dichiarazione. Nei corridoi di Ginevra si afferma che Cancun dovrà solo fare il punto dei negoziati in corso per cui non sarebbe necessaria alcuna dichiarazione stile Doha. Piuttosto si parla di una check-list, un elenco di temi da discutere da consegnare ai ministri al loro arrivo in Messico.
In realtà una dichiarazione probabilmente ci sarà, ma se verrà alla luce sarà in maniera totalmente informale perché i capi delegazioni hanno stabilito che il testo e la check-list saranno scritte in base ad incontri informali (pertanto senza verbali scritti) organizzati senza alcuna regola dai vari presidenti dei comitati WTO sotto le ali del Consiglio Generale. Non solo, alla richiesta di India e Malesia di riportare nel testo eventuali posizioni divergenti su punti non condivisi da tutti i paesi membri, Canada e Nuova Zelanda hanno affermato a chiare lettere che i vari presidenti dei comitati avranno mano libera nel produrre una sintesi, attraverso "incontri e contatti personali" e che ogni Paese dovrà fidarsi di loro.
Non era mai accaduto nella storia del GATT/WTO che si esplicitasse chiaramente che il presidente di un comitati potesse scrivere un testo che non riflettesse le diverse posizioni, facendo così andare definitivamente in soffitta il concetto di consenso, tanto utilizzato nelle dichiarazioni e negli incontri ufficiali per dar lustro all'organizzazione ginevrina.
Approposito di democrazia e trasparenza, va ricordato che il 21/22 giugno si è svolto un nuovo Mini-Ministerial a Sharm El-Sheikh, località turistica egiziana ben conosciuta anche da noi. La consueta ventina di Paesi invitati ha discusso soprattutto di agricoltura e certamente per Pascal Lamy non deve essere stato un meeting facile. Il nostro commissario si è ritrovato nell'angolo, bersagliato dalle accuse degli altri Paesi per la politica agricola comune (CAP) europea; oltretutto l'incontro seguiva di pochi giorni il fallimento di una delle sessioni negoziali europee per il rinnovo della PAC.
Negoziato che però ha sortito un accordo il 26 giugno, accordo su cui si sono immediatamente scatenate dichiarazioni negative.
La nuova CAP è stata annunciata dal Commissario all'agricoltura Franz Fischler "come una decisione storica che segna l'inizio di una nuova era" poiché stabilisce che le sovvenzioni agricole in futuro saranno in gran parte SVINCOLATE dalle quantità prodotte, cioè i soldi saranno elargiti "disaccoppiati" da quote di produzione. In teoria questa trasformazione dovrebbe trasformare la natura dei sussidi rendendoli molto meno distorsivi, coa che in ambito di negoziato WTO, permetterebbe all'UE di spostarli nella "blue box", la categoria degli aiuti tollerati.
Ma questa "rivoluzione" non cambia nulla nelle modalità di divisione della torta dei sussidi e continuerà a sfavorire i piccoli agricoltori europei,(tant''e che fra i commenti positivi alla riforma spicca quello delle imprese agroalimentari), non aiutando i contadini del sud del mondo che attendono ben altre decisioni per prendere fiato.
Infine, il giorno prima dell'approvazione della riforma agricola, a Washington, si è svolto un vertice fra Prodi e Bush, vertice che ha visto in primo piano i temi del commercio.
USA ed UE hanno infatti una bella lista di problemi irrisolti e il numero è in crescita visto che dopo l'attacco americano sul tema OGM, l'Unione Europea ha risposto citando in giudizio gli USA in relazione all'accordo anti-dumping. L'Europa ha puntato l'indice contro il metodo che gli USA utilizzano per calcolare i danni derivanti da pratiche di dumping (vendite sottocosto).
Riguardo ai prodotti geneticamente modificati, è interessante notare che gli Stati Uniti non hanno gradito la rinuncia egiziana a sostenere la causa contro l'Europa. Come si ricorderà infatti, gli Stati Uniti avevano annunciato che la causa in seno al WTO era sostenuta anche da Canada, Argentina ed Egitto, quest'ultimo però in seguito aveva fatto marcia indietro, ritirando il suo sostegno all'iniziativa.
Orbene, il 29 giugno, gli USA hanno sospeso i negoziati in corso volti al raggiungimento di un accordo commerciale con l'Egitto, in risposta alla decisione del paese arabo.
La decisione conferma che l'obiettivo USA non è semplicemente di porre fine alla moratoria europea (che fra l'altro si avvia a decadere autonomamente) ma di mandare un messaggio 'globalè a quei paesi che potrebbero voler seguire l'esempio europeo varando legislazioni restrittive rispetto all'import di OGM..
Il vertice USA-UE è comunque finito fra i sorrisi ma il gap fra le parole e i fatti rimane comunque molto ampio, per usare le parole dell'Economist, ampio quanto l'oceano Atlantico che li separa.
Prima del vertice le lobby imprenditoriali non avevano ovviamente fatto mancare i loro suggerimenti. L'europea Tavola Rotonda degli Industriali e la statunitense Business RoundTable avevano scritto a Prodi e Bush, invitandoli ad un forte impegno per un positivo risultato di Cancun, sottolineando l'importanza di nuovi sforzi nel settore agricolo, nella riduzione delle tariffe dei prodotti industriali e nel settore dei servizi.
Alla società civile è molto meno facile avere udienza, la Rete europea "Seattle to Brussels", a cui partecipa la campagna italiana "Questo mondo non è in vendita", presenterà i suoi "suggerimenti" ai ministri europei del commercio proprio a Palermo.
Richiesta che si riassume nell'invito ai ministri europei a ridiscutere il mandato affidato a Pascal Lamy, ritirando il proprio sostegno all'avvio dei negoziati sui new issues, a sospendere le strategie ingannevoli sinora attuate nei confronti dei Paesi in via sviluppo e ad avviare una nuova agenda di riforma delle regole multilaterali del commercio internazionale.
In sostanza la società civile europea chiede ai propri ministri di ritirare le richieste per l'espansione del WTO a Cancun, convinta che ogni essere umano venga al mondo non con la missione di aumentare il volume degli scambi, ma di vivere una vita degna dell'aggettivo umano, e che il commercio debba contribuire a questo scopo.