Il presidente della Confederazione Svizzera, Joseph Deiss, che è anche ministro dell'economia, si augura che l'incontro mini-ministeriale (vi parteciperanno poco più di una ventina di paesi membri del WTO) che si svolgerà a margine del World Economic Forum, possa favorire la riabilitazione dell'illustre malato, le cui condizioni non sono migliorate dopo il Consiglio generale del 15 dicembre scorso.
C'è da registrare qualcosa di nuovo in questo primo mese del 2004?
Una novità è stata certamente la lettera che Bob Zoellick ha inviato l'11 gennaio ai ministri del commercio dei paesi aderenti al WTO. Esordendo con un affettuoso "New year's greetings!", il capo negoziatore americano, manda alcuni nuovi segnali per evitare che il 2004 sia un anno sprecato: "I do not want 2004 to be a lost year for the WTO negotiations", scrive Zoellick e formula i suoi suggerimenti.
Suggerimento n.1: dobbiamo ricominciare da quello che è sempre stato il core business del WTO: incrementare l'accesso al mercato per merci, prodotti agricoli e servizi.
Suggerimento n.2: il primo passo deve avvenire in agricoltura: "penso che non saremo in grado di risolvere il puzzle della DDA senza aver prima concordato di eliminare i sussidi all'esportazione entro una data predefinita".
Suggerimento n.3: fatto il primo passo sul tavolo agricolo, il secondo va fatto per le tariffe dei prodotti industriali e qui occorre ambizione e flessibilità.
Suggerimento n.4: I servizi sono stati troppo trascurati a Cancùn e dopo, lo staff del WTO e le banche multilaterali di sviluppo si muovano per aiutare i paesi in via di sviluppo a formulare le loro richieste e le loro offerte.
Suggerimento n.5: Sui Singapore Issues procediamo con quelli che ci dividono meno, cioè regole di facilitazione al commercio e trasparenza negli appalti governativi.
Suggerimento n.6: eleggiamo il nuovo presidente del Consiglio generale scegliendolo fra membri di paesi in via di sviluppo in modo da favorire i loro interessi
Suggerimento n.7: entro la fine dell'anno organizziamo una nuova Conferenza ministeriale a Hong Kong.
Al momento delle varie proposte americane, quella che ha maggiormente sorpreso è quella relativa all'elezione del successore di Perez del Castillo (Uruguay) alla poltrona di presidente del Consiglio generale. Per consuetudine la presidenza è alternata fra un ambasciatore occidentale e uno proveniente da un paese in via di sviluppo, perciò gli attuali candidati sono il giapponese Shotaro Oshima e il neozelandese Timothy Groser. Il suggerimento di Zoellick (che ha citato Brasile, Cile, Pakistan, Singapore e Sud Africa) viene letto da più parti come un veto al candidato giapponese, (quello neozelandese viene considerato come candidato di facciata).
Due gironi dopo, a Strasburgo, i nostri commissari al commercio e all'agricoltura, Lamy e Fischer, hanno relazionato al Parlamento Europeo proprio sul tema del rilancio dei negoziati sotto la Doha Development Agenda (DDA). Lamy ha dichiarato che dopo il 24 settembre (data del precedente incontro col parlamento Europeo) la Commissione Europea ha svolto una consultazione con tutti i paesi membri ridefinendo la propria policy. (vedi commento su http://www.retelilliput.org/wto/wto/allegati/strateue.pdf) L'UE rimane convinta dell'approccio multilaterale riservandosi comunque di impegnarsi anche in maniera bilaterale con altri stati. L'Europa è pronta a ripartire con i negoziati agricoli ed è disposta a porre fine ai sussidi all'esportazione per una lista (non definita) di prodotti di interesse dei PVS. Sui Singapore issues l'UE offre la massima flessibilità ai paesi membri del WTO in modo che possano decidere liberamente a quali negoziati partecipare. Nella sostanza, il commissario al commercio ha riaffermato che l'UE le sue scelte le ha fatte, la sua disponibilità è stata dichiarata mille volte e se la DDA non riparte è per un semplice motivo: gli altri partner non mostrano la stessa flessibilità europea! "Fino a che tutti i paesi membri non mostreranno una autentica flessibilità, non ci saranno negoziati. E' semplicemente insufficiente che uno o pochi membri siano flessibili". Lamy auspica che il blocco dei G20 non si limiti ad una alleanza difensiva sul tema agricolo, ma contribuisca costruttivamente ai negoziati su tutti i punti dell'agenda stabilita a Doha. Fischer invece ha puntato il dito sulle modalità con cui si sta cercando di rimettere in piedi il negoziato, secondo il nostro commissario, il problema è che i paesi non negoziano fra loro ma col direttore del General Council, il che rallenta e rende inefficace il processo. Sul concreto Fischer ha ribadito che nel negoziato agricolo ci sono due precondizioni: la blue box (cioè i sussidi domestici parzialmente slegati dalla produzione considerati meno distorsivi) non si tocca; prima va eventualmente disciplinata l'amber box in cui vi sono i sussidi che distorgono il mercato. L'eventuale riduzione dei sussidi all'esportazione deve avvenire in tutte le sue forme, cioè coinvolgere anche i crediti all'esportazione (massicciamente usati dagli USA) e le State Trading Enterprise (vedi Canada), la differenziazione delle tasse sull'esportazione (vedi Argentina) e gli aiuti alimentari (rivedi gli USA). Alla faccia della flessibilità il messaggio è piuttosto rigido: "Abbiamo ampiamente chiarito fin dall'inizio che ci muoveremo sul tema della export competition se tutte le [relative] misure saranno affrontate pienamente e contemporaneamente ".
Nei giorni scorsi Lamy è stato in India e Bangladesh. Il nostro commissario ha mostrato ottimismo per la situazione dei negoziati affermando che ormai non siamo più nella fase post Cancun ma piuttosto in quella pre Hong Kong. In realtà Lamy ha fatto presente alla sua controparte indiana la delusione europea per le "offerte" presentate dall'India sul tavolo dei negoziati GATS (servizi). Le 37 pagine contenenti l'offerta iniziale sono inferiori alla reale situazione di liberalizzazione dei servizi in India e non contiene alcuna offerta per molti settori che l'UE aveva richiesto nel giugno del 2002: energia, poste, turismo e relativi servizi, servizi ambientali (l'acqua!). Parlando agli imprenditori indiani, Lamy ha ricordato (citando il caso del software), quanto i servizi siano fonte di reddito per l'India e quanto sia necessario il loro impegno per spiegare alla gente che "il sistema del commercio internazionale multilaterale non è un gioco a somma zero, ma è piuttosto un gioco che da un risultato positivo che costituisce la base per una prosperità sostenibile e la crescita dei paesi sviluppati e di quelli in via di sviluppo". (il testo del discorso alla Confindistria Indiana del 19 gennaio è disponibile a questo indirizzo: http://europa.eu.int/comm/commissioners/lamy/speeches_articles/spla206_e....
Il negoziato sui servizi è l'unico "sopravvissuto" a Cancùn, tant'è che nel dicembre scorso si è svolta la prevista "services week" e si è trattato sia di richieste/offerte, sia di regole generali, la seconda fondamentale parte di negoziato che mira a nuove regole da applicare, indistintamente, a tutte le categorie di servizi. Al momento attuale tutti i paesi membri dovrebbero aver ricevuto "richieste" da almeno 62 paesi, soprattutto paesi industrializzati e PVS di "grossa taglia". Relativamente alle regole generali, le questioni più dibattute riguardane le misure di salvaguardia, che alcuni paesi vorrebbero stabilire così da poter avere lo stesso strumento previsto dal GATT per proteggere i propri fornitori di servizi da un repentino aumento della concorrenza estera, e quella del cosiddetto "necessity test" (articolo VI:4 del GATS). Il necessity test è argomento molto contestato perché si traduce nel far sì che i regolamenti interni (leggi nazionali e locali, regolamenti attuativi, eccetera) siano redatti nella forma meno restrittiva possibile per il commercio. Per usare le parole del segretariato WTO: "il necessity test stabilisce la consistenza delle misure prese con le regole WTO per verificare se una misura sia necessaria per raggiungere un determinato obiettivo politico".
Riguardo all'agricoltura invece, la situazione al di là degli annunci ufficiali è di stallo totale. Zoellick nella sua lettera di buon anno ha rispolverato la proposta USA del 2002 che prevedeva una riduzione draconiana delle tariffe sui prodotti agricoli, ma in casa propria si deve confrontare con la posizione degli agricoltori americani, decisi a vendere a caro prezzo il loro voto alle elezioni presidenziali di novembre.
La American Farm Bureau, (associazione di categoria che rappresenta 5 milioni di agricoltori - http://www.fb.com) nel suo congresso annuale tenutosi dal 10 al 14 gennaio a Honolulu, ha approvato una dichiarazione in cui afferma che sosterrà solo accordi commerciali che favoriscano i prodotti americani e non riducano la sicurezza alimentare USA.
Giovedì scorso (15 gennaio) i rappresentanti degli industriali dello zucchero in una lettera rivolta al presidente George W. Bush hanno ricordato di essere "fermamente contrari" a nuovi accordi di libero commercio con paesi del Centro America che dovessero tradursi nell'aumento dell'import di zucchero.
Anche la lobby europea è da anni sul piede di guerra per difendere un redditizio status-quo.
Viviamo infatti in uno strano mondo in cui l'Unione Europea è il maggior esportatore mondiale di zucchero nonostante il suo costo di produzione sia doppio rispetto a quello degli agricoltori dei paesi del sud del mondo. Noi cittadini europei paghiamo milioni di euro in sussidi che danneggiano le condizioni di vita di agricoltori che altrimenti potrebbero vivere dignitosamente.
Nel mondo reale saremmo noi europei ad importare zucchero da Colombia, Malawi, Brasile, Guatemala e Zambia piuttosto che a contribuire alla loro povertà.
Una ricerca commissionata dalla stessa Commissione Europea mostra che la liberalizzazione del mercato dello zucchero porterebbe alla riduzione della produzione europea da 20 milioni di tonnellate annue a 6. Dieci tonnellate sarebbero importate dai PVS mentre l'UE smetterebbe di esportare.
Risultato: aumento del 30% del prezzo di mercato dello zucchero che farebbe una bella differenza per milioni di piccoli coltivatori perché vedrebbero eliminata la concorrenza sleale europea e ricaverebbero maggior reddito dal loro lavoro.
Ma all'ultimo consiglio dei ministri agricoli europei, solo la Danimarca si è dichiarata favorevole a questo scenario.
Lo scenario reale è quello di una intelaiatura di accordi commerciali che costituisce un muro a difesa degli interessi che hanno costruito negli anni l'architettura del WTO.
Per questo i paesi del G20 sono oggi i più attivi nel voler riprendere i negoziati, mentre USA ed UE si mostrano prodighi di dichiarazioni ma ben poco impegnati in atti concreti, tant'è che a Davos non ci sarà Pascal Lamy e neppure Bob Zoellick.
Difficilmente venerdì (23 gennaio) l'aria di Davos porterà giovamento al Doha Round.