La similitudine con un vulcano in procinto di riprendere l'attività non promette nulla di buono, ma è quella utilizzata da Pascal Lamy, il commissario europeo al commercio, ("trade volcano beginning to smoke again"), per segnalare che qualcosa si sta muovendo in seno all'organizzazione mondiale del commercio dopo il fallimento di Cancun.
Avevamo lasciato il Wto tramortito dal clamoroso collasso di Cancun, dove i paesi del Sud del mondo erano riusciti a resistere alle richieste dei paesi occidentali, seguendo l'idea che "nessun accordo è meglio di un pessimo accordo". I negoziati in Messico si erano interrotti ufficialmente sui Temi di Singapore: quattro nuovi accordi negoziali (investimenti, trasparenza negli appalti pubblici, concorrenza, facilitazioni al commercio) che l'UE in particolare voleva a tutti i costi includere nella già stracarica agenda negoziale e che quasi tutti i paesi del Sud hanno respinto con forza.
In realtà, oltre a queste divergenze, in tutti i negoziati si registravano posizioni molto distanti. Ad esempio nell'accordo sui servizi (GATS) ed in quello sulle tariffe industriali (NAMA), che UE e Usa in particolare volevano accelerare, in nome di una completa liberalizzazione e del dominio del libero mercato, il tutto a discapito della possibilità dei singoli paesi di emanare leggi e regole a tutela dei propri cittadini o dell'ambiente.
All'estremo opposto i paesi del Sud, in particolare quelli più poveri, chiedevano a gran voce, da anni, ma senza successo, il Trattamento Speciale e Differenziato e l'implementazione degli accordi che tenessero conto delle loro difficoltà e delle loro situazioni particolari. Analogamente le richieste dei paesi africani sul cotone fino ad oggi sono state totalmente ignorate.
In realtà, anche se ufficialmente i negoziati messicani si sono interrotti sui Temi di Singapore, a distanza di otto mesi appare sempre più chiaro come una attenta regia abbia operato per evitare di fare collassare la ministeriale sul negoziato agricolo, con conseguenze ancora peggiori per l'orgaizzazione mondiale del commercio.
L'agricoltura era ed è infatti il tema che registra le posizioni più diverse, e il negoziato chiave intorno al quale ruota la possibilità di riprendere tutti i negoziati nel Wto. In questo settore sono ancora molte le distanze tra i diversi blocchi di paesi. Da una parte i grandi paesi occidentali che con i loro sussidi all'export sono accusati di distorcere i mercati mondiali e strangolare le produzioni dei paesi del Sud. Dall'altra il gruppo di 20 grandi paesi in via di sviluppo, il G20 guidato da Brasile, India e Cina, che chiede invece la fine di tutti i sussidi in agricoltura. In mezzo, schiacciati tra queste due posizioni, il gruppo cosiddetto dei G90, che comprende i paesi meno sviluppati, l'Unione africana e il gruppo Africa Caraibi Pacifico, ma anche i piccoli contadini di tutto il mondo, che si battono per la sovranità alimentare, per un'agricoltura che garantisca dignità ai contadini e che sia ambientalmente sostenibile.
Secondo diverse organizzazioni, questi obiettivi non possono essere perseguiti in una organizzazione che, come dice il suo stesso nome, si occupa (o meglio dovrebbe occuparsi) unicamente di commercio. Il cibo, così come l'acqua, la tutela della salute, o l'istruzione, solo per citare i casi più evidenti, non sono beni o servizi commerciali ma diritti fondamentali di ogni essere umano, e non possono quindi essere negoziati in termini di perdite e profitti, mettendo i diritti delle multinazionali davanti a quelli dei cittadini. In questo senso tra poche settimane si svolgerà in Brasile un'importante conferenza dell'UNCTAD, l'Agenzia dell'ONU che si occupa di Commercio e Sviluppo, secondo molti osservatori sicuramente un luogo più adatto del Wto per discutere molte delle tematiche ricordate.
Dopo mesi di completo stallo, nelle ultime settimane si sono però moltiplicati gli incontri ristretti, le mini-ministeriali e gli appuntamenti per cercare di rilanciare i negoziati nel Wto. In particolare diversi paesi, UE e Usa in testa, vogliono arrivare ad un "accordo quadro" entro la fine di luglio per fare ripartire i diversi negoziati. Questa scadenza è considerata fondamentale a causa delle elezioni presidenziali negli Usa e del rinnovo della Commissione Europea, entrambi previsti per il prossimo autunno, e che rischiano di bloccare ulteriormente qualunque decisione sul commercio internazionale. Il Round di negoziati lanciato durante la IV Conferenza Ministeriale di Doha nel 2001 doveva concludersi alla fine del 2004. Dopo il fallimento della V Conferenza, a Cancun, i tempi si sono allungati ulteriormente. Se non si riuscisse a raggiungere questo accordo quadro entro l'estate, secondo gli stessi negoziatori "questo sarebbe un anno perso per il commercio internazionale". Questa crescente attività negoziale ha avuto il suo massimo momento di visibilità nell'incontro ministeriale svoltosi a margine della Conferenza Ministeriale dei Paesi OCSE, svoltasi a Parigi il 13-14 maggio. Dopo l'incontro di Parigi, a Ginevra si è svolto un Consiglio generale durante il quale, Supachai Panitchpakdi ha ricordato a tutti i presenti che rimane solo una "piccola finestra di opportunità" ("narrow window of opportunity") per riuscire ad approvare un testo paragonabile a quello non approvato a Cancun, entro la fine di luglio. L'obiettivo di Zoellick è proprio questo, approvare entro due mesi un documento non molto diverso da quello proposto da Derbez il 13 settembre 2003: una specie di "scatola vuota" senza i "numeri" dei tagli e delle riduzioni, ma che costituisca la base di negoziato su cui far lavorare i tecnici nel periodo in cui USA ed UE saranno impegnate nel ricambio delle rispettive amministrazioni. Viene il dubbio che questo risultato sia voluto dai Lamy e Zoellick solo per terminare il rispettivo mandato in bellezza, o quantomeno in maniera non fallimentare, poiché nel concreto le posizioni rimangono quasi identiche a quelle di otto mesi fa e una bozza di accordo generica non cambierebbe la situazione. A ridurre la possibilità di un accordo entro luglio viene anche il recente cambio di governo in India, paese chiave nel G20, Al consiglio generale del 17 maggio, l'ambasciatore indiano ha dichiarato che il nuovo governo avrà bisogno di un po di tempo per studiare la situazione. Le dichiarazioni di alcuni esponenti della coalizione vincente sono molto critiche verso il WTO e non mostrano alcuna flessibilità sul tema agricolo. Al di là di alcune ottimistiche affermazioni, lo steso direttore generale, il giapponese, Shotaro Oshima, ha ammesso che rimangono alcuni temi su cui le posizioni non sono ancora convergenti. Dal 14 al 15 giugno è in programma, in Brasile, un'assemblea ministeriale dell'Agenzia dell'ONU che si occupa di Commercio e Sviluppo (UNCTAD XI), sicuramente sarà la cornice per molti incontri ad alto livello. A livello tecnico saranno tre le sessioni negoziali sull'agricoltura in programma prima del consueto periodo di ferie. Il prossimo consiglio generale si terrà il 27-28 luglio, se sarà fumata nera, per il Doha round si prospetta un altro anno di "intensive care". I "decisivi" passi in avanti dell'UE L'ultima mossa in ordine di tempo per cercare di rilanciare i negoziati è stata la lettera che i Commissari europei al Commercio e all'Agricoltura, rispettivamente Lamy e Fischler, hanno inviato il 9 maggio a tutti i paesi membri del Wto, sostenendo che l'UE era pronta a fare dei decisivi passi in avanti nei negoziati, in primo luogo sul delicato tema dei sussidi all'export in agricoltura. La lettera, se studiata con attenzione, rivela che in realtà al di là delle "public relation" poco o nulla è cambiato nella strategia negoziale europea, che continua a proporre uno scambio tra agricoltura da una parte e servizi e beni industriali dall'altra, esattamente come prima di Cancun.
In pratica il testo segue la via di numerose prese di posizione europee post Cancun che non hanno fatto altro che riproporre in differenti salse la medesima posizione, tutt'al più con leggeri aggiustamenti. La proposta agricola non è infatti così rivoluzionaria come propagandata: la disponibilità a ridurre i sussidi all'esportazione (l'unica vera novità) rischia di essere solo retorica poiché è condizionata a un taglio parallelo dei crediti all'esportazione, degli aiuti alimentari (utilizzati in modo "improprio" dagli USA) e alla riforma delle State Trading Enterprises, società statali col monopolio di importazione di alcuni prodotti (vedi Canada).
Si tratta di una posizione che già prima di Cancun era stata espressa da Fischler in alcune interviste.
Sul tema accesso al mercato (uno dei cosiddetti tre pilastri dell'accordo agricolo) la lettera UE riafferma la volontà (a cui si oppone il gruppo dei G20) di usare una formula mista per calcolare il taglio dei dazi, sul tema sussidi interni c'è solo la disponibilità a ridurre quelli catalogati nella blue box ma assolutamente intoccabile è considerata la green box dentro a cui la recente riforma della politica agricola comune europea ha "trasferito" i suoi sussidi "disaccoppiati" dalla produzione.
Nel testo spicca l'affermazione che i paesi del G90 non dovranno fare concessioni in agricoltura e NAMA (prodotti industriali) e che pertanto per loro l'attuale round sarà a "costo zero", praticamente un regalo. L'affermazione è contestabile poiché, nella medesima lettera, si afferma che "è inconcepibile che il Doha round termini senza un significativo livello di nuovi sostanziali impegni di apertura nel settore dei servizi". Inoltre sui Singapore issues è vergognoso come l'UE persista in una posizione assolutamente ambigua e non rinunci una volta per tutte a questi temi.
Se il grande carrozzone del Wto dà segnali di volersi rimettere in moto, sembra purtroppo che i paesi occidentali, UE in testa, non abbiano imparato nulla dagli errori del passato. Continuano a volere imporre la loro arrogante strategia negoziale come se Cancun fosse stato solo un incidente di percorso. Continuano le pressioni per una maggiore liberalizzazione dei mercati ed espansione dei poteri del Wto anche ben oltre le tematiche commerciali, invece di proporre come minimo una radicale riforma e cura dimagrante per questa organizzazione. Continuano ad inseguire il consenso delle imprese multinazionali invece di ricercare strategie commerciali socialmente responsabili ed ambientalmente sostenibili. In queste condizioni sono molti ad augurarsi che questo sia veramente un anno "sprecato" per il Wto, perché per miliardi di cittadini del pianeta continua ad essere vero che "nessun accordo è meglio di un pessimo accordo".