Il 27 settembre 2002 sono state ufficialmente avviati i negoziati fra 77 paesi dell'Africa, dei Caraibi e del Pacifico (ACP) e gli allora 15 paesi membri dell'Unione Europea per creare i nuovi accordi regionali di libero scambio che dal 1 gennaio 2008 manderanno definitivamente in soffitta l'esperienza degli accordi di Lomè. Qualcuno ha giustamente fatto notare che in quella data a Bruxelles non ci sono state manifestazioni di protesta, come quelle che si svolgono in occasione delle conferenze ministeriali del WTO o a Davos in occasione degli incontri annuali del WEF, eppure gli EPA (Accordi di Partenariato Economico), non sono differenti nella sostanza, dagli accordi WTO, anzi sono peggiori visto che l'UE vi ha inserito temi che i PVS hanno con fatica fatto uscire dall'Agenda di Doha. Ufficialmente il nuovo "partenariato si propone come fine principale la riduzione e infine l'eliminazione della povertà, in linea con gli obiettivi di uno sviluppo durevole e della progressiva integrazione dei paesi ACP nell'economia mondiale".
In realtà il modello di liberalizzazione proposto dall'Europa rientra nella strategia di creare maggiori opportunità di esportazione per le proprie imprese. Per i paesi ACP i benefici rimangono incerti mentre sono certi gli effetti negativi. L'UE difende la scelta degli EPA sostenendo che dal 2008 il WTO non farà altri sconti e che pertanto l'architettura di Lomè non era riproponibile. Ma l'UE non è uno degli attori più potenti in seno all'Organizzazione Mondiale del Commercio? Non potrebbe far valere il suo peso, unito a quello dei paesi ACP (insieme hanno i numeri per essere maggioranza nel WTO), per difendere i diritti dei paesi meno sviluppati? Invece no, tutti ripetono come un "mantra" che servono nuovi accordi compatibili con le regole del WTO per lottare contro la povertà, favorire la democrazia, il rispetto dei diritti umani e (l'immancabile) sviluppo sostenibile, dimenticando che il problema è che sinora gli accordi stile WTO si sono rivelati incompatibili con questi obiettivi. I Paesi ACP che aderiranno agli EPA dovranno aprire i loro mercati domestici a quasi tutti i prodotti europei nel giro di un periodo che andrà dal 2008 al 2020.
Oltre a questo, il processo prevede la liberalizzazione del settore dei servizi, la protezione dei diritti di proprietà intellettuale, la standardizzazione delle certificazioni e delle misure sanitarie e fitosanitarie, la definizione di regole di concorrenza e di promozione e difesa degli investimenti delle imprese estere. Per la precisione, prima dovranno creare dei mercati regionali, sei per l'esattezza, in cui valgano le regole di non discriminazione WTO, in cui i mercati dei sevizi siano aperti, i monopoli pubblici siano cancellati, in cui il movimento dei capitali sia libero, i diritti degli investitori esteri protetti, gli appalti governativi non siano più vincolati a scelte di politica economica nazionale e i diritti di proprietà intellettuale siano adeguatamente difesi. Dopodiché l'Unione Europea scenderà in campo "collegandosi" come la periferica di un computer per avere accesso all'intero sistema. Insomma un formidabile plug & play*.
Peccato che questo processo di apertura di economie fra le più povere del pianeta, rischia di cancellare entrate fiscali fondamentali per i loro bilanci statali; rischia di mettere in ginocchio le loro industrie; riduce gli spazi di politica economica che i paesi occidentali hanno utilizzato per decenni per sostenere la crescita delle loro imprese. I paesi ACP non hanno nulla da guadagnare neppure da un inasprimento degli impegni sui diritti di proprietà intellettuale (DPI), anzi i loro contadini perderanno il diritto si conservare e scambiare le loro sementi, i loro malati avranno maggiori difficoltà a curarsi mentre ad essere favorite saranno le imprese farmaceutiche in grado di sfruttare le nuove regole per garantirsi i diritti di proprietà derivanti dallo sfruttamento delle risorse biologiche di questi paesi. I DPI interessano infatti la sicurezza alimentare, l'accesso ai medicinali, il trasferimento e la diffusione della conoscenza, le biotecnologie e la biodiversità.
Insomma l'Unione Europea, dopo aver sfruttato le sue colonie, aver sottratto all'Africa materie prime e esseri umani attraverso l'abominevole tratta degli schiavi, continua la via dello sfruttamento, promuovendo una partnership basata sulle proprie regole e sui propri interessi. Esistono delle alternative? Sì, le alternative ci sono sempre. La prima via di uscita è fornita dallo stesso Accordo di Cotonou che candidamente prescrive di esaminare: "tutte le alternative possibili intese ad offrire a tali paesi un nuovo quadro commerciale equivalente alle condizioni esistenti e conforme alle norme dell'OMC.(Art. 37.6) Possibili alternative sarebbero quelle di limitare l'ampiezza degli EPA, rispettando le posizioni dei paesi ACP in sede WTO, ovvero niente accordo sugli investimenti, spesa pubblica e regole di concorrenza; niente TRIPS-plus e niente reciprocità nelle misure di apertura dei mercati. Un'altra sarebbe quella di limitarsi ad estendere a tutti i paesi ACP il trattamento "Everything But Arms", integrato da una riforma delle regole di origine.
L'UE potrebbe utilizzare la propria influenza in sede WTO per modificare le regole e superare i problemi di compatibilità. Meglio ancora se l'UE facesse quello che avrebbe dovuto fare dopo il fallimento del vertice ministeriale di Cancun: riformulare la propria politica commerciale, che è parte della politica estera, alla luce dei cambiamenti planetari e dei problemi che viviamo. I paesi dell'Africa e le piccole isole dei Caraibi e del Pacifico non hanno bisogno di libero commercio ma di un commercio più equo. Hanno bisogno di poter governare senza i limiti imposti dalle istituzioni internazionali governate dai paesi occidentali. Ne hanno bisogno soprattutto i paesi più deboli che non possono permettersi le libertà di una Cina. Può l'UE cedere sul dogma del libero commercio? Può concedere in economia quella flessibilità che i suoi governi impongono ai propri lavoratori? Può almeno risparmiare in ipocrisia?
Su www.beati.org/wto/epa è in linea una analisi che si occupa degli Accordi di Partenariato Economico UE-ACP ed altro materiale utile.
(*) Plug&Play (letteralmente "inserisci la spina e gioca") è un termine utilizzato in informatica per definire la proprietà di un sistema di riconoscere il collegamento di una nuova periferica permettendone l'uso immediato senza richiedere l'installazione di un software specifico.