Inizia così il documento datato 6 settembre 2005 con cui sei gruppi di pressione imprenditoriale hanno riacceso i motori della campagna d'autunno che punta diritto verso Hong Kong.
Il nuovo presidente del comitato agricolo, l'ambasciatore neozelandese Crawford Falconer (Tim Groser si è candidato nelle elezioni del suo paese ed è stato perciò sostituito), si è subito adeguato, anticipando il riavvio dei negoziati al 13 settembre (rispetto al previsto 23). Del resto l'impresa di non fallire la ministeriale di fine anno è davvero una di quelle che mettono i brividi anche al nuovo direttore generale, Pascal Lamy, che dal 1 settembre guida la corazzata ginevrina.
Come saprete, il miracolo del 1 agosto dello scorso annno non si è ripetuto, l'esito della ministeriale di Dalian (12-13 luglio) aveva fatto capire a tutti che nessun testo di prima approssimazione sarebbe scaturito dal consiglio generale di fine luglio, e così è stato.
I commenti da allora sono tutti negativi e questo desta preoccupazione, poiché quando tutti gridano "al lupo, al lupo", il lupo non arriva e non è per nulla scontato che ad Hong Kong si reciti il de profundis del Doha Round.
Analizzando la strada fatta sino ad ora emerge un quadro molto meno fosco, considerando che stiamo parlando di un negoziato globale che influenza le politiche di 148 paesi membri, non di come risolvere il caso Fazio. Rispetto al suo lancio, molti passi sono stati fatti a partire proprio dall'agricoltura. L'UE alla fine ha acconsentito a cancellare (in data da stabilire) i suoi sussidi all'esportazione, il totale di quelli domestici distorsivi sarà in qualche modo ridotto perché la voce del G20 non è di quelle che si possono ignorare. Del resto UE e USA hanno concordato vie di uscita per ammortizzare i loro tagli (l'accordo di luglio è pieno di scappatoire) e ai PVS saranno concessi alcuni prodotti speciali da proteggere.
Per la fatidica formula di riduzione si è ormai sulla strada giusta, c'è da aggiustare il tiro sul numero di bande e sui dettagli ma l'accordo è a portata di mano dopo la proposta (l'ennesima) fatta dal G20 a Darian. L'UE lo ha ribadito a chiare lettere nel suo intervento all'ultimo consiglio generale: i negoziati sull'accesso al mercato a settembre dovranno ripartire da quella formula.
All'Europa brucia l'atteggiamento USA sui sostegni all'esportazione: "abbiamo visto progressi molto limitati sui crediti all'esportazione, ma davvero pochi, se non nessuno, sulle imprese di stato e sugli aiuti alimentari" ha dichiarato l'UE il 28 luglio scorso.
Quello che manca è dunque un accordo USA-UE, se i due big decidessero in una nuova Blair House (luogo dove nel 1992 stabilirono un accordo decisivo sull'agricoltura per sbloccare l'allora Uruguay round) di concordare, l'UE una data di fine sussidi (Tony Blair del resto ha già detto la sua: 2010), gli USA un impegno su crediti e aiuti alimentari soddisfacente per l'Europa, il negoziato si sbloccherebbe.
Nel settore dei servizi, nonostante l'insoddisfazione di tutti, se si guardano i numeri non si può dire che la situazione sia così sconfortante: sul tavolo ci sono 70 offerte che rappresentano 95 paesi e 30 sono le offerte di "seconda generazione".
Ci si lamenta che non sono molto innovative ma si tratta anche di affermazioni che rientrano nella dinamica del negoziato.
La verità è che se i paesi occidentali aprissero sul movimento delle persone fisiche (il famoso Mode 4) l'India darebbe il beneplacito del G20 e alcune offerte cambierebbero. Anche qui il blocco è euroamericano.
Intanto, sempre l'Europa, si sta impegnando a fondo per cambiare il metodo negoziale e passare dall'approccio richiesta-offerta al famoso benchmark, una sorta di prerequisito per definire accettabili le nuove liberalizzazioni nei servizi.
Nel negoziato NAMA spingi spingi, ciò che a Cancun non piaceva a nessuno, comincia a farsi strada ed è su quella bozza che si sta negoziando. Trovare un accordo sulla formula non sembra impossibile visto che pare ci sia convergenza su un tipo di formula non-lineare (la formula svizzera) che taglia maggiormente le tariffe alte rispetto a quelle di valore inferiore. L'ultima versione è quella proposta dal Pakistan e con un po di sforzi, con qualche aggiustamento, potrebbe essere approvata.
Insomma il cammino è difficile, ma non impossibile.
Il vero problema è forse quello dei negoziatori, poiché USA ed UE non hanno più la loro coppia Lamy-Zoellick che garantiva una buona intesa. L'UE in particolare si ritrova un Peter Mandelson che con la questione del tessile sembra già essersi bruciato simpatie ed autorevolezza. Il 7 settembre gli stati membri hanno approvato la soluzione concordata con la Cina per lo sdoganamento delle merci bloccate nei porti, ma su di lui sono piovute molte critiche per la revisione di un accordo ancora fresco.
Ora ci si attende una nuova ondata retorica sul ruolo del commercio come strumento per ridurre la povertà in linea con gli obiettivi del Millennium di cui si discuterà nel vertice ONU che aprirà i battenti il 14 settembre. Del resto un ciclo negoziale votato allo sviluppo è esattamente in linea con gli obiettivi dichiarati.
La Commissione ha già preparato un bellissimo sito "Europe cares" (http://www.europe-cares.org) al riguardo, mentre gli americani molto meno ipocriti di noi, si stanno dando da fare per modificare la dichiarazione finale del Summit.
Analizzare i loro emendamenti vale più di mille parole per capire che quando si negozia, la retorica svanisce nel nulla. Dove la bozza ONU parlava dell'obiettivo di "raggiungere la più completa realizzazione del Programma di lavoro di Doha", la delegazione USA ha chiesto di sostituire il tutto semplicemente con "raggiungere la più completa realizzazione della dichiarazione Ministeriale di Doha". Sembra una modifica da poco ma non lo è visto che il termine "programma di lavoro di Doha" si riferisce al risultato dell'accordo di luglio in cui si stabiliva fra le altre cose che investimenti, regole di concorrenza e appalti pubblici erano fuori del Doha round. Tali temi rientrano in gioco se si parla di dichiatrazione ministeriale di Doha.
Gli USA hanno chiesto di cancellare altri antipatici riferimenti, come quello al cotone e che il passaggio in cui ci si impegna a "sostenere sforzi per risolvere il problema della volatilità dei prezzi delle derrate agricole", che costituisce il principale problema dei paesi poveri, sia levato via.
Per finire anche nel passaggio in cui si sotiene l'impegno ad "accellerare e facilitare" l'entrata nel WTO dei paesi in via di sviluppo, sulla parola "facilitare" è stata tirata una bella riga. Giusto, va bene accellerare ma anche facilitare è troppo!
Anche perché gli ultimi paesi poveri che sono entrati nell'organizzazione ginevrina (Nepal e Vietnam) hanno dovuto accollarsi impegni più pesanti degli altri PVS già membri.
Ecco gli emendamenti USA mostrano il volto autentico del Doha Round e spiegano perché la strada verso Hong Kong è una strada estremamente in salita in cui i paesi poveri hanno poche chance di guadagnare qualcosa. Cancun però insegna che attendere l'ultimo minuto per calare le carte non è più garanzia di successo, pertanto, dopo il Summit mondiale dell'ONU, c'è da attendersi qualche novità in vista del Consiglio generale di ottobre.