Hong Kong -60 giorni (14 ottobre 2005)

Quella che termina oggi è stata certamente una delle settimane più intense da quando l'Agenda di Doha è stata approvata.

Il calendario degli incontri prevedeva per lunedì (10 ottobre) una mini-ministeriale a Zurigo organizzata dagli Stati Uniti d'America. Alla vigilia dell'incontro, molti apparivano scettici sul suo possibile esito, soprattutto dopo che nei giorni precedenti il presidente del comitato agricolo del Senato statunitense, Saxby Chambliss, aveva annunciato alla stampa che i negoziatori USA non avrebbero potuto concordare tagli specifici ai pagamenti anticiclici, come richiesto da Brasile e USA. "non posso dire oggi ai nostri negoziatori che possono contare su una eliminazione totale dei pagamenti anticiclici nella prossima legge agricola, o una loro riduzione del 50%", aveva detto Saxby Chambliss.

Ma la mattina del 10 ottobre il Financial Times pubblicava un articolo del capo negoziatore americano, Rob Portman, in cui si annunciava una nuova proposta per rilanciare il difficile negoziato agricolo, facendo intuire che l'incontro di Zurigo non sarebbe stato inconcludente.

D'accordo col collega americano, anche il commissario europeo Mandelson, rilanciava la proposta europea, nei giorni seguenti si incontrava il G20, il G10 e il G33, in una rapida successione di prese di posizione e comunicati, infarciti di numeri e percentuali.

In effetti sembra che tutti abbiano preso alla lettera l'invito di Lamy a non aspettare Hong Kong per calare le carte sul tavolo.

Bob Portman ha offerto un taglio della scatola gialla (i sussidi distorsivi) del 60%, un taglio del 50% dei de minimis rispetto a quando deciso nell'accordo di luglio e uno schema di riduzione delle tariffe che prevede un taglio minimo del 55% e uno massimo del 90% (per le tariffe oltre l'85%). Il tutto in tre fasi, ciascuna della durata quinquennale.

I numeri sembrano rilevanti, ma la proposto non è così innovativa come potrebbe sembrare.

Innanzitutto è condizionata al fatto che gli altri paesi facciano lo stesso, anzi che UE e Giappone facciano di più, ad esempio gli USA chiedono loro di tagliare i sussidi della loro scatola gialla dell'83%, cosa che il Giappone ha già rifiutato; inoltre la parte relativa ai crediti all'esportazione e agli aiuti alimentati, a cui l'Ue tiene molto, è ancora vaga e non promette molto.

Riguardo alle cifre, la verità è che siccome si parla sempre di riduzione non rispetto ai valori correntemente spesi ma ai tetti massimi stabiliti alla fine dell'Uruguay Round, i tagli proposti non sono così rilevanti come sembrano, soprattutto se gli USA riusciranno a sistemare nella scatola blu i pagamenti anticiclici.

Uno studio recente di due economisti della Banca mondiale, Kym Anderson and Will Martin, basato su dati del 2001, sostiene che un taglio del 75% della scatola gialla si tradurrebbe in una riduzione "reale" del 28% per gli USA, e solo del 18% per l'Ue.

Comunque, Mandelson ha accolto la proposta abbastanza positivamente, il dissidio fra i due consiste nel fatto che mentre gli americano sono molto offensivi sul fronte della riduzione delle tariffe perché vogliono esportare in Europa, quest'ultima è più disponibile a tagliare i de minimis (perché non li utilizza) e la scatola blu.

Dopo l'ultima riforma della PAC (politica agricola comune), l'Unione Europea può accettare riduzioni significative nella scatola gialla, può accettare la fissazione di un tetto a quella blu, può cancellare i de minimis (tutti temi relativi ai sussidi domestici), ma sulle tariffe (accesso al mercato), deve difendersi.

Il "gioco delle scatole" è fondamentale per capire le drastiche offerte di riduzione sulla scatola gialla. Tutti e due i contendenti si muovono non per ridurre la spesa globale ma per far in modo che la maggior parte venga classificata in quella verde che tutti e due sono fermamente concordi a lasciare così com'è, senza alcuna revisione.

Le due proposte sono state giudicate insufficienti sia da Brasile e India che "comandano" il G20, sia dal G10 (paesi protezionisti in agricoltura). A nome dei primi, il ministro brasiliano Celos Amorin ha detto che "sono un passo positivo, ma insufficiente"; per il G10 invece le misure proposte sono eccessive.

Il G33 appare fuori dalla mischia poiché raggruppa molti paesi che non hanno interessi nell'esportazione e il loro obiettivo è quello di stabilire un adeguato numero di prodotti speciali da esentare dai tagli tariffari e di un sistema di salvaguardia per proteggersi da esportazioni eccessive. In un comunicato dell'11 ottobre, il gruppo ha lamentato il fatto che i negoziati continuano ad avvenire fra pochissimi paesi e che tutti gli altri ne sono esclusi.

Ma il problema che Portman e Mandelson si trovano ad affrontare è interno. Il commissario europeo deve fare i conti con una lettera scritta dal governo francese (la Francia è la principale beneficiaria dei sussidi agricoli) e firmata da 13 paesi, Italia compresa, in cui considera eccessiva l'offerta europea e ribadisce che sarebbe accettabile solo se bilanciata da simmetriche concessioni da parte degli altri paesi WTO. Va detto che Mandelson lunedì non ha ignorato questa richiesta poiché, come il collega americano, ha vincolato le offerte a quelle degli altri paesi e, in agricoltura, all'accettazione della storica richiesta europea relativa a un registro mondiale delle denominazioni d'origine protette (parmigiano, prosciutto di Parma, eccetera); per non parlare della solita richiesta di compensazione nei servizi e nel NAMA.

Bob Portman, deve invece vedersela con la commissione agricola del Senato, che ha ribadito, dopo l'incontro di Zurigo, che gli USA non possono negoziare in sede WTO la loro prossima finanziaria agricola.

Lunedì 17 riprendono i negoziati ufficiali ('agriculture week'), a cui dovrebbero partecipare i ministri in prima persona, per poi prendere parte al Consiglio generale del 19-20 ottobre, l'ultimo prima di Hong Kong.

Insomma, anche la prossima settimana si preannuncia rovente perché se si sblocca l'agricoltura, si muovono anche NAMA e servizi.