Ad aprire le danze saranno i quattro attuali big del WTO: Unione Europea, India, Brasile e Stati Uniti d'America, che nel tardo pomeriggio di oggi si incontreranno a Londra per riaffrontare per l'ennesima volta il problema dell'agricoltura.
La nuova proposta europea non ha sufficientemente entusiasmato i partner, ma per Mandelson non è facile muoversi col fiato sul collo della Francia.
In realtà, a guardar bene le reazioni, la maggior parte delle critiche non sono direttamente legate all'agricoltura, ma alle compensazioni chieste dall'UE in cambio delle sue offerte agricole. In particolare nel negoziato NAMA, la richiesta di un tetto massimo del 15% per i dazi significherebbe dimezzare quelli di tutti i paesi non sviluppati, mentre il tetto proposto per i paesi industrializzati, 10% permetterebbe loro addirittura di aumentarli visto che i dazi applicati sono inferiori (la media è del 5,48%).
Nei servizi la proposta è così indecente che persino molti paesi europei sono poco convinti della mossa di Mandelson, giudicandola troppo esosa e perciò a rischio di completo rifiuto. Ma proprio sui servizi la nuova bozza di dichiarazione ministeriale che circola nei corridoi di Ginevra, frutto del lavoro del 27-28 ottobre e del 1 novembre, sembra fare passi avanti.
Nelle cinque pagine del testo si parla di impegni minimi di liberalizzazione, di target numerici, di indicatori e di approccio plurilaterale. Quest'ultimo, ben visto anche dagli USA, potrebbe essere l'escamotage per far digerire a tutti l'amara medicina; in sostanza si tratterebbe di affiancare alla normale consuetudine delle richieste/offerte bilaterali, un negoziato a cui non sarebbero obbligati a partecipare tutti.
Ma l'esperienza insegna che le pressioni poi impiegate per allargare la partecipazione sono molto forti e che i risultati del negoziato diventano poi multilaterali.
Comunque sia, domani Lamy ha convocato a Ginevra un incontro fra tutti i capi delegazione, e mercoledì si svolgerà una "Green room" a cui sono invitati 20 paesi membri.
Nell'incontro con i capi delegazione del 3 novembre, Lamy ha difeso la procedura che si sta seguendo per scrivere il testo della dichiarazione ministeriale di Hong Kong. Molti paesi hanno infatti criticato il fatto che ancora una volta i presidenti dei diversi gruppi negoziali stanno scrivendo autonomamente i testi, tenendo in considerazione solo le opinioni dei paesi forti. Il direttore generale ha ribattuto che altrimenti si avrebbe un testo pieno di parti non condivise (usualmente le parti non condivise sono scritte fra parentesi quadre) come accadde a Seattle, quando la conferenza ministeriale fallì clamorosamente. Lamy ha insomma detto che o si fa così, alla faccia del metodo del consenso, o non si va avanti.
La sensazione è che il solito numero ristretto di paesi stia cercando faticosamente un accordo mentre il resto del mondo guarda con preoccupazione a quanto sta accadendo.
Ma è una prova di forza pericolosa.